quistisf: (Default)
Fandom: originale
Prompt: storia con due finali
Wordcount: Cap. 1 - Routine - 2004
Finale 1 - Seguire il sogno - 2078
Finale 2 - Seguire il cuore - 2070

Capitolo 1 - Routine



Spense la sveglia con una mano, prima ancora che iniziasse a suonare. Non aveva dormito bene, ma non era una sorpresa, le capitava spesso di passare le notti a rigirarsi nel letto. A volte quando non riusciva a prendere sonno si rifugiava nel suo smartphone e iniziava a scorrere video e immagini cercando di svuotare la mente carica di pensieri, ma non funzionava, anzi: come aveva sentito in programmi TV pomeridiani di dubbia serietà e letto in seguito anche da fonti più attendibili, quella non era una soluzione, ma un’amplificazione del problema. 

Infatti continuava a  passare le notti fissando il buio della sua stanza, svegliandosi in piena notte senza apparente ragione.


Si alzò sbadigliando, col collo dolorante per la posizione sbagliata - era ora di provare anche a cambiare il cuscino -, si infilò le ciabatte alla cieca e si diresse in cucina dove la aspettava il suo caffè del mattino.


“Devo smettere di bere tutto questo caffè.” Si disse senza convinzione, perché sapeva che era probabile che nel corso della giornata ne avrebbe bevuto parecchio. Alzò le spalle, rassegnata, mentre si specchiava sull’immagine distorta che vedeva riflessa sul vetro del forno. “Magari dalle cinque del pomeriggio non ne bevo più, prima faccio quel che posso.”

Accese la macchina e inserì una capsula. Posizionò la tazzina pensando che quella fosse una azione poco sostenibile. “Oggi vado a comprare le capsule compostabili.” Di nuovo era rivolta al suo riflesso. Doveva smetterla di parlare da sola, ma non era abituata a stare da sola e non era facile passare la giornata in silenzio.

Sei mesi fa se n’era andato lui, e da qualche settimana sua sorella si era anche ripresa il gatto. Il suo unico compagno in quella casa troppo grande.

Le mancava, del resto l’aveva tenuto solo per sessantacinque giorni, il tempo necessario perché la ristrutturazione a casa di sua sorella fosse conclusa, non poteva pretendere di rubare il suo gatto.

Premette il pulsante e osservò il liquido scuro scendere e il fumo alzarsi intorno alla tazza. Si sedette sul divano, la tazzina in una mano e una fetta biscottata nell’altra. “Ma così cadono le briciole!” Disse in tono canzonatorio, ormai non le importava delle briciole e comunque quella sera avrebbe pulito, quindi non era un problema. Fece colazione pensando a Paki e al suo pelo sparso in giro per l’appartamento, a quanto all’inizio le aveva dato fastidio. Ora le mancava il piccolo Pachino.

“Magari mi prendo un gatto.” Sorrise, il pensiero la fece sentire un po’ meno sola.

O forse no, pensò inclinando la testa di lato. Doveva prepararsi per andare al lavoro, non era il momento di prendere decisioni così importanti, soprattutto non quella mattina e non mentre era così assonnata.



Celeste aveva studiato a ragioneria. Non per sua scelta, più per decisione dei suoi genitori che le avevano spiegato quanto quella fosse la decisione più conveniente per il suo futuro. Lei aveva tentato di lamentarsi agitando di fronte a loro con la sua debole convinzione i test attitudinali che dimostravano il suo interesse per l’ambiente umanistico o turistico. Sua madre le aveva strappato i fogli dalle mani liquidandoli come “Le sciocchezze che vi mettono in testa a scuola” e suo padre si era limitato a ripetere “Hai bisogno di qualcosa che ti permetta di lavorare dopo le superiori, ti iscriviamo lì.” 

Avrebbe voluto puntare i piedi e anche le braccia per convincerli a iscriverla al turistico o a un liceo linguistico, ma aveva rinunciato, non aveva la forza di opporsi a loro. Con un sospiro aveva immaginato tutta la sua vita, l’aveva vista passarle davanti agli occhi: i viaggi, il lavoro in giro per il mondo. Avrebbe conosciuto persone interessanti e culture distanti. Avrebbe imparato a parlare perfettamente inglese, tedesco e magari anche una lingua orientale come il cinese o il giapponese. Forse si sarebbe trasferita distante e avrebbe rivisto i suoi solo a Natale, a volte sarebbero andati loro a trovarla nella sua casa piccola, ma ben organizzata.

I pensieri erano scivolati via, ma a volte tornavano, soprattutto quando ascoltava le lezioni di economia aziendale senza alcun interesse e si perdeva in se stessa cercando di non addormentarsi.

Faceva il suo dovere, ma non riusciva a immaginarsi una vita intera a parlare di bilanci e di conti. Pensava che piuttosto avrebbe preferito un lavoro più umile, ma meno noioso.

A casa i suoi invece avevano continuato a parlare del suo futuro roseo e sicuro in una delle aziende lì intorno. “Con le conoscenze di papà troverai subito un buon posto, vedrai!” Le diceva la mamma sorridendo entusiasta, una mano posata sulla spalla di Celeste, che sospirava sentendosi invisibile.

La scuola era finita e suo padre l’aveva accompagnata al primo colloquio in un’azienda di amici di famiglia. Era stata assunta subito come apprendista e non si era lamentata, anzi. Era felice all’inizio, perché avere una busta paga le permetteva di comprarsi ciò che desiderava, di uscire coi suoi amici. Un giorno avrebbe usato i suoi risparmi per andare in vacanza per conto suo, forse in giro per il mondo.


Aveva conosciuto Stefano mentre camminava per il centro in un pomeriggio di primavera. Era in compagnia di una sua amica che le aveva chiesto di accompagnarla in un’uscita a quattro. “L’amico di Luca e simpatico, vedrai: ti piacerà!”

Celeste si era fatta trascinare, la sua vita era una deriva durante la quale le decisioni continuavano a essere prese da altri per lei, ma in fondo non le dispiaceva, perché non stava poi così male, anzi: il lavoro non la faceva impazzire, ma le dava da vivere e si era anche potuta mettere da parte un piccolo gruzzoletto che le avrebbe permesso di comprarsi un appartamento, quello che i suoi consideravano “un punto di partenza per il futuro”, non era ancora andata a fare il suo viaggio intorno al mondo, ma forse sarebbe andata in Giappone in vacanza quell’estate insieme a un gruppo di amici. Stefano era in effetti simpatico e aveva dimostrato da subito un particolare interesse per il lavoro di Celeste. Non le era dispiaciuto passare del tempo insieme, quindi si era lasciata convincere a uscire con lui e in breve avevano iniziato a fare progetti a cui la ragazza non aveva mai pensato prima di allora.


Quell’estate non era andata in vacanza, perché lei e il suo fidanzato avevano in programma di mettere su una famiglia, quindi si dovevano impegnare a risparmiare per il futuro. Celeste aveva tentato una volta di più di organizzare comunque un viaggio, alla fine si erano concessi una settimana al mare e lei si era rassegnata a trarne il più possibile. 

Quando compreremo la casa, quando ci sposeremo, quando avremo abbastanza da parte… c’era sempre una condizione fuori posto per il suo viaggio dei sogni, al punto che Celeste si era messa il cuore in pace e aveva smesso di chiedere.


Avevano cercato casa insieme, ma al momento della formulazione della proposta immobiliare lei si era resa conto che Stefano avesse parlato tanto di risparmi, ma non avesse in realtà fatto azioni concrete per potersi permettere l’acquisto della casa di cui avevano parlato.

“Per ora perché non andate a stare dalla nonna? Tanto lei è in casa di riposo e non ci vive nessuno, è la soluzione migliore.” Le aveva proposto sua madre. Come tutti si aspettavano, la nonna le aveva fatto preparare un regolare contratto di affitto che la nipote e il suo compagno pagavano regolarmente ogni mese.


La vita insieme si era rivelata meno romantica di quanto Celeste aveva sempre immaginato: Stefano era disordinato e non aveva i suoi stessi standard di pulizia. La ragazza era cresciuta in una casa splendente in cui ogni faccenda andava sbrigata appena possibile. Non c’erano scuse per evitare di fare la propria parte per nessun membro della famiglia. Il suo fidanzato invece se ne stava sul divano e la invitava a fargli compagnia. “Facciamo dopo, adesso rilassati.”

Solo che dopo un po’ di tempo si era resa conto che era sempre e solo lei a fare ciò che serviva. Stefano lavorava e tornava stanco: “Puoi preparare tu la cena stasera?”

Così lei preparava la cena, teneva in ordine, puliva e lavorava. Metteva in ordine i vestiti e spolverava, pagava le bollette e teneva sotto controllo la burocrazia, del resto era il suo lavoro, quindi era più brava di lui.


Ricordava ancora il giorno in cui si era resa conto di non essere felice. Era a passeggio con la sua amica Silvia per le vie del centro città, quando lei si era fermata di fronte alla vetrina di un negozio specializzato in colori artistici: “Vorrei tanto regalare a Luca quel set, gli piace così tanto dipingere e sta aspettando perché costa troppo. Spero di poterlo prendere per il suo compleanno.” Celeste aveva osservato gli occhi della sua amica brillare di orgoglio e di amore e si era chiesta cosa avrebbe potuto regalare a Stefano. Si era resa conto che lui non faceva niente di interessante, quando l’aveva conosciuto almeno giocava a calcio, non le piaceva, ma almeno era un impegno, ora nemmeno più quello, guardava solo le partite. Lei stessa non faceva più niente di interessante. Un brivido gelido le era corso lungo la schiena e aveva smesso di ascoltare la storia divertente che la sua amica stava raccontando.

La vita di Celeste era vuota. La realizzazione la lasciò distrutta.


Quella sera era arrivata a casa e aveva lanciato le chiavi sulla cassettiera. Si era distesa sul divano scalza e aveva acceso la televisione, l’aveva lasciata andare senza ascoltare, utilizzandola come sottofondo ai suoi pensieri che non le stavano dando pace.

Stefano era arrivato canticchiando dall’uscita coi suoi amici e aveva lanciato le chiavi al suo stesso modo. “Ho già mangiato.” Aveva detto togliendosi le scarpe di fianco alla porta e poi se n’era andato in bagno, probabilmente per farsi una doccia. Lei era rimasta lì immobile. Era ancora invisibile, evidentemente.


Si erano lasciati poche settimane dopo. Era bastato che lei smettesse di legarli perché ciascuno di loro iniziasse a percorrere la propria strada. Stefano all’inizio ci era rimasto male, ma non era riuscito a rispondere alle domande di Celeste: cosa facciamo insieme? Perché vuoi stare con me? Cosa mi piace? Chi sono io, lo sai?


Era convinta che fosse stato meglio così, ma era rimasta sola. Aveva passato i primi quindici giorni a piangere, poi aveva iniziato a notare alcuni fattori positivi: la casa era più ordinata e Celeste ora poteva comprare ciò che voleva da mangiare. Non si sentiva in colpa nel prendersi il suo tempo e non provava più la necessità di cercare sempre e comunque la perfezione. L’aveva detto ai suoi genitori dopo qualche giorno e per loro era stato più difficile accettare la situazione, ma non c’erano alternative, la decisione era definitiva.

Poi era arrivato Paki, il suo miglior coinquilino fino a quel momento.



Uscì dalla porta vestita come sempre: pantaloni sobri, scarpe nere, comode ed eleganti, maglioncino leggero adatto all’ufficio e un cappotto nero come il suo umore.

Prese l’automobile e si recò al lavoro. Era incredibile come col tempo avesse iniziato a riconoscere gli altri lavoratori che incrociava ogni mattina, sempre alla stessa ora: C’era l’uomo stempiato sempre di fretta che sembrava imprecare ogni volta che un semaforo diventava rosso, poi la donna che sbadigliava di continuo. C’era quello che cercava sempre di sorpassare e tallonava chi gli stava di fronte e la signora che rallentava di proposito per farlo passare, che ogni volta gli rivolgeva insulti dopo il sorpasso.

Forse qualcuno avrebbe potuto definire Celeste quella che non ride mai, oppure quella invisibile.

In ufficio in genere era da sola. Era considerata affidabile, almeno così le avevano detto i capi in occasione dell’incontro annuale nel quale non davano mai alcun bonus, ma facevano sempre un sacco di complimenti.

Entrò con un sorriso salutando i colleghi, almeno avrebbe dovuto fare meno ore del solito.






FINALE 1 - Seguire il sogno -


 
 

Quel pomeriggio uscì dall’ufficio alle tre del pomeriggio. Non era solita avere del tempo libero così presto nei giorni feriali, quindi decise di non andare direttamente a casa. 

Si sentiva molto stanca a causa del mancato sonno della notte precedente ma pensò che fare una passeggiata prima di tornare a  casa l’avrebbe aiutata a riposare meglio durante la notte e non nel pomeriggio, anche perché era certa che se fosse tornata a casa subito avrebbe passato il tempo pulendo in giro o si sarebbe fatta un bel pisolino. 

Si domandò se chiamare Silvia, ma poi ripensò a quanto Luca e Stefano fossero amici e lasciò perdere, forse ci sarebbe voluto un po’ di tempo in più per parlare con lei liberamente. Non credeva che l’amica le avrebbe negato la sua compagnia, ma era certa che il suo ex fidanzato, avvelenato dalla rottura, avesse passato parecchio tempo con la coppia in quel periodo a raccontare quanto lui fosse triste e quanto Celeste fosse stata cattiva. Poteva immaginarlo mentre si dipingeva da vittima innocente della situazione anziché prendersi le proprie responsabilità. Si è in due in una coppia, sia quando le cose vanno bene, che quando le cose finiscono.

In tutta onestà Celeste era convinta che Stefano avrebbe potuto recuperare il rapporto con lei se solo si fosse impegnato un po’ e che la maggior parte dell’impegno nella coppia l’avesse da sempre messo lei, ma si stava sforzando di non recriminare.

 

Pazienza, pensò, avrebbe fatto un giro per il centro da sola. In fin dei conti era ancora presto e lei aveva proprio bisogno di comprarsi qualcosa per tirarsi su il morale, fosse stata anche una pizza per cena, ci avrebbe pensato al bisogno.

 

Girò per le vie in cerca di un parcheggio e fu fortunata, perché ne trovò uno proprio dove sperava, di fronte all’agenzia di viaggi di cui osservava sempre la vetrina quando passava di lì. Scesa dall’auto si chiese se fosse stato il destino a farla parcheggiare proprio lì. Si fermò a osservare le proposte e le immagini di luoghi esotici in vetrina, incantata. Le sue stesse parole le riecheggiarono nella mente: “A cosa serve ormai una agenzia viaggi? Con internet si può organizzare tutto da soli.” Lo pensava davvero, ma si chiese se avrebbe avuto l’energia per farlo davvero. Senza neppure rendersene conto si ritrovò dentro l’ufficio.

 

La donna al bancone le sorrise: “Buonasera, come posso esserle utile?”

Celeste si schiarì la voce. “Veramente… io non ho molte idee, è da tanto che voglio fare una bella vacanza… però non so cosa… neanche dove in realtà.” Rise, imbarazzata.

L’impiegata però continuò a sorridere come se fosse abituata a incontrare potenziali clienti come lei: persone un po’ perse, che cercano risposte alle loro vite vuote in agenzia viaggio: “Io sono Elena. Ora ho tempo, se vuole posso rispondere a tutte le sue domande, oppure le posso lasciare qualche opuscolo da guardare.” Le indicò la sedia di fronte a lei con fare quasi materno.

A Celeste sembrò quasi che la vedesse per com’era veramente e accettò l’invito, “Mi chiamo Celeste, può darmi del tu.” la ragazza si sedette e iniziò a osservare i depliant sul tavolo. La donna invece restò in piedi, con il suo sorriso smagliante le puntò contro l’indice: “Ho un’idea!” 

Si allontanò e tornò indietro con un mappamondo grande poco più di una palla da calcio. Lo posò di fronte a lei trionfante. “Dove vuoi andare?” 

Celeste ripensò al suo passato: a tutte le volte che aveva sognato di partire per un lungo viaggio itinerante con una valigia da riempire nel corso della sua avventura con i ricordi di ciò che avrebbe vissuto, dei luoghi che avrebbe visitato. Aveva immaginato di incontrare persone nuove, che sarebbero diventate nuovi amici nel villaggio globale che il mondo intero stava diventando.

“Non lo so.” Disse, facendo ruotare il mappamondo con la mano. Chiuse gli occhi e puntò il dito a caso, come immaginava nel mezzo dell’Oceano Pacifico. Pensò che ne avrebbe comprato uno decorativo da mettere in salotto, uno di quelli grandi e pesanti col supporto in legno. “Però vorrei andare al caldo.” Rise. “Devo fare il passaporto,” realizzò e guardò preoccupata la donna: “Quanto tempo ci vuole?”

Lei scosse la testa. “Non si preoccupi per quello, le spiegherò tutto. Dobbiamo pensare a una cosa alla volta e per ora possiamo lasciare perdere la burocrazia.”

“Allora da dove cominciamo?” 

“Dalle mie domande. La prima è semplice: hai date flessibili o ci sono giorni precisi in cui vorresti andare in viaggio?”

Celeste ci pensò un attimo. “In agosto l’ufficio chiude, ma posso prendere ferie anche in altri momenti, anche perché lo fanno tutti gli altri. Flessibili, quindi.”

“Benissimo, allora seconda domanda: quanto tempo vuoi stare in viaggio?”

“Due settimane, oppure tre.” Non dovette pensare, il problema era che nella sua testa aveva già organizzato talmente tanti viaggi da non riuscire a decidere il luogo di destinazione. Ogni viaggio che aveva immaginato però era lungo abbastanza da permetterle di esplorare il territorio, di riposare e di fermarsi a osservare e conoscere le tradizioni, di assaggiare i cibi tipici e vivere esperienze distanti da quelle proposte ai turisti veloci, che viaggiano da un luogo all’altro scattando foto e correndo da una destinazione all’altra.

“Molto bene, preferisci un villaggio vacanze o qualcosa di più libero?”

Celeste sospirò. “Dipende dalla zona, vorrei sentirmi al sicuro perché devo viaggiare da sola…”

Lo sguardo dell’impiegata cambiò all’improvviso: “Potrebbe interessarti un viaggio di gruppo tra sconosciuti?”

La ragazza esitò. “Io… non lo so, forse preferisco andare da sola questa volta.”

La tour operator alzò le spalle. “Certo, va benissimo, era solo una proposta che in genere piace alle ragazze, perché dà un po’ di sicurezza in più, ma possiamo trovare una soluzione, più di una in realtà.”

“Grazie, a me basta non andare in crociera, mi terrorizzano.” Ammise Celeste ridacchiando in modo nervoso, domandandosi perché non avesse messo prima questo paletto.

“Dunque, ricapitolando: vorresti viaggiare per due settimane in un luogo caldo, in agosto ti sarebbe comodo, ma puoi considerare altri periodi.  Per te è importante che la destinazione ti faccia sentire al sicuro.” riportò in un foglio l’elenco puntato delle caratteristiche del viaggio, poi iniziò a far sbattere il tappo della penna sul tavolo, sembrava immersa nei pensieri. “Ultima domanda: quale è stato il tuo viaggio preferito, in tutta la vita?”

Celeste prese fiato, ma non sapeva cosa rispondere. “A dire la verità non ho viaggiato molto. Con i miei genitori, quando ero piccola, ogni anno per due settimane andavamo al mare qui vicino, sempre nello stesso appartamento e con le stesse persone nel condominio vicino alla spiaggia. Non sembrava neanche una vacanza negli ultimi anni, era più una routine estiva. Io qualche anno fa sono andata a visitare Roma con una mia amica e con la scuola l’ultimo anno siamo stati in gita a Praga. Lì mi sono divertita perché era tutto organizzato,  abbiamo visitato musei e luoghi interessanti nella città. Mi piace l’arte e mi sono divertita anche con la classe, gente della mia età.” Si fermò e osservò l’agente turistica che scriveva ancora. “Camminare mi piace, ma non in montagna, anche perché non sempre c’è molto da vedere. E poi non sono molto allenata” ammise.

“Ti muoveresti volentieri in treno o in metropolitana?” Chiese.

“Sì, in treno soprattutto.”

La donna si fermò. “Allora ti dico quello che farei io, ti do qualche alternativa e poi tu decidi cosa fare.”

Le consigliò un viaggio nel sud della Spagna, all’insegna della scoperta dei luoghi della storia, tra Siviglia e Granada. Lì sarebbe stata più libera di muoversi in autonomia e con comodità, inoltre si sarebbe sentita più a casa e a suo agio anche con la lingua. 

Poi le propose una vacanza incentrata sul relax a Cipro, dove avrebbe avuto il tempo di rilassarsi e di immergersi nella storia tra i templi di Nicosia e di Paphos e le chiese bizantine. 

La sua ultima proposta consisteva in un viaggio di gruppo in Giappone, organizzato in modo da visitare Tokyo e la zona di Kyoto. “So che hai detto no ai viaggi di gruppo, ma puoi stare in stanza singola e con gruppi di persone della tua età, o comunque molto vicini al tuo gruppo. Io penso che sia una buona occasione per conoscere gente nuova con la tua stessa passione e anche per viaggiare in modo più sicuro e controllato. Pensaci.” 

Le diede alcuni riferimenti e un sito dal quale prendere qualche informazione in più. Non le fece firmare niente, e la cosa un po’ la stupì. “Spero di rivederti, ricorda che per il Giappone avrai bisogno del Passaporto, quindi ricordati di metterti in movimento il più in fretta possibile per fare in tempo. In genere consentono le prenotazioni a chi ha un volo prenotato, io posso aiutarti se dovessi averne bisogno, basta che torni, quando vuoi. Chiama il numero nel biglietto da visita se vuoi un appuntamento.”

 

Celeste salutò l’agente turistica, grata di avere sognato ancora. Una volta fuori si sentiva allegra: era come se un pezzo del puzzle della sua vita finalmente avesse trovato la posizione giusta, era il primo, ma c’era ancora molto da fare.

Aveva passato un’ora all’agenzia, quindi prese qualcosa per cena e tornò direttamente a casa. Dopo averci pensato tanto nell’ultimo periodo, decise che era ora di trovare una coinquilina per quella grande casa nella quale era deprimente passare le giornate da sola a parlare con il proprio riflesso. Sperava in un gatto, ma pensò di iniziare a far girare la voce in ufficio, ne avrebbe parlato il giorno seguente, magari per una volta avrebbe fatto la famosa pausa caffè coi colleghi che nell’ultimo periodo aveva accuratamente evitato.

Quella sera dormì sognando il Giappone e i fiori di ciliegio in fiore; i mari azzurri di Cipro e il clima caldo e allegro della Spagna. Nel suo sogno i paesaggi erano nitidi come cartoline o fotografie coi colori accesi delle riviste di viaggio che aveva sfogliato poche ore prima. Passava da una cartolina all’altra come solo in un sogno era possibile fare. 

 

Per la prima volta da quando Paki non viveva più con lei, si svegliò riposata e si alzò canticchiando. In macchina scelse di ascoltare della musica al posto dei soliti podcast e cantò a squarciagola fino all’arrivo all’ufficio. Scese sorridente con l’idea di chiedere subito quale fosse disponibilità per le sue ferie quell’estate.

Si stupirono della sua richiesta di tre settimane, ma accettarono senza farle troppe domande. “Ormai pensavamo che non saresti mai partita per uno di questi viaggi di cui parli sempre, era ora!” Lei sapeva già quali erano i periodi più pesanti per l’ufficio e non aveva intenzione di partire durante quei lassi di tempo. Rassicurata, mandò un messaggio all’agenzia appena fuori dal lavoro.

Era vero: a volte al lavoro si annoiava e spesso pensava che probabilmente non sarebbe rimasta lì per sempre, ma in fondo non si trovava così male, anzi: i suoi capi erano persone oneste e si erano sempre comportati bene con lei e coi colleghi, li rispettava.

L’azienda era seria e affidabile. Poteva ritenersi fortunata.

Si era sempre lasciata trascinare dalla vita per evitare discussioni, per non far sentire chi le stava intorno in colpa o per semplice codardia. Non sapeva per quanto tempo avrebbe mantenuto quel desiderio di migliorare la sua vita e di vivere i suoi sogni e la risoluzione di cui aveva bisogno per cambiare in concreto la sua vita. 

Non le importava. Le bastava iniziare dal primo passo: partire per il primo dei tanti viaggi della sua vita. 

Mentre cercava le chiavi dell’auto sentì una voce alle sue spalle. “Ho sentito che cerchi una coinquilina!” 

“Oh, ciao Ambra, mi hai spaventato!” L’aveva sempre considerata una ragazza simpatica, ma non le aveva mai davvero parlato di qualcosa che non fosse relativo al lavoro. “Cerchi casa?”

“Sì, ormai è da un po’ che penso di andare via dall’appartamento dei miei, solo che continuo a rinviare perché non trovo niente di interessante. Se ti va possiamo parlarne, conoscerci meglio.”

Celeste annuì. “Sì, magari facciamo un giro in centro uno di questi giorni, così ne parliamo. Conosco un posto carino per farci un aperitivo!”

Un passo alla volta avrebbe realizzato tutti i suoi sogni, il primo l’aveva fatto, gli altri erano dietro l’angolo.


 
 


FINALE 2 - Seguire il cuore -

Quel pomeriggio uscì dall’ufficio prima del solito. Il direttore aveva mandato tutti a casa per una questione aziendale di cui Celeste aveva scelto di non informarsi, visto che non era necessario. Era il giorno giusto per uscire presto, pensò sbadigliando: si sentiva stanchissima, ma nonostante questo non aveva alcun desiderio di andare a casa perché sapeva che avrebbe finito con l’andare a dormire quasi subito e avrebbe buttato tutto il pomeriggio. Osservò il sole alto nel cielo di marzo e pensò che non avesse senso lasciarsi scappare l’opportunità di passeggiare per il centro in quella splendida giornata quasi tiepida di fine inverno.

Aprì la porta dell’automobile e rimase per un istante a chiedersi se chiamare o no la sua amica Silvia, ma pensò che non fosse il caso vista l’amicizia che condivideva con il suo ex fidanzato. Quel pomeriggio si sentiva stanca e priva di filtri, non voleva rischiare di dire qualcosa di cui poi si sarebbe pentita.

“Celeste, sei ancora qui?” Immersa nei suoi pensieri com’era, la ragazza non sentì arrivare la collega alle sue spalle. Si spaventò d’istinto e lasciò cadere le chiavi sull’asfalto tra il marciapiede e l’auto.

“Scusa, non pensavo di spaventarti!” Rise Ambra, la sua collega del reparto commerciale, per poi chinarsi a raccogliere il mazzo di chiavi.

Celeste si chinò insieme a lei, imbarazzata. “Grazie, non serviva! Tanto le chiavi non si rompono.” 

“Oh, figurati, pensavo stessi aspettando qualcuno, eri lì ferma, in piedi.”

“No, mi stavo solo chiedendo dove andare oggi pomeriggio visto che è una bella giornata.”

Ambra annuì, sorridente “Hai ragione! Perché non vai al nuovo negozio di vestiti che hanno aperto in centro in via Pascoli? Ho visto il volantino e mi sembra il tuo stile!” 

A Celeste scappò una risata. “Il mio stile? Quindi noioso? Scuro e cupo, sempre tutto uguale?” 

La collega fece un passo indietro, il volto arrossito per il disagio. “Io… intendevo che è elegante…”

“No, scusa,” La ragazza agitò le braccia per scusarsi. “Hai ragione, sono io che mi vesto così per… per lavoro. Però mi piacerebbe provare qualcosa di diverso, magari più colorato, mi piace come ti vesti tu, magari puoi… aiutarmi? Se ti va.”

Ambra aveva più o meno la stessa età di Celeste, ma aveva uno stile completamente diverso anche sul lavoro: si poteva considerare piuttosto elegante, ma abbastanza giovanile. Spesso indossava abiti sobri, con una punta di colore che li rendeva interessanti. Era in grado di far trasparire la sua personalità anche da come si vestiva, almeno questo era il pensiero di Celeste, che in effetti non la conosceva bene come avrebbe voluto. Forse perché lei ha una personalità, per questo ti sembra che ce l’abbiano i suoi vestiti, sciocca che non sei altro,  si disse la ragazza, sospirando.

“Io ti ringrazio. Io non faccio niente di speciale, non ho neanche un negozio preferito a dire la verità e non ho mai dato consigli, anzi… però se vuoi una volta possiamo andare insieme a fare shopping, non siamo mai andate da nessuna parte insieme fuori dal lavoro.”

Era vero: Celeste non era mai andata da nessuna parte con gli altri dipendenti dell’ufficio. Al mattino lei entrava nel suo cubicolo, un luogo chiuso nel quale aveva a che fare solo con se stessa e sentiva i suoi colleghi solo via email, era raro che si vedessero di persona perché Celeste preferiva stare rintanata lì anziché uscire, dove il rumore di fondo di chiacchiere e risate le impediva di concentrarsi e di fare il suo dovere.

Forse le sue abilità sociali erano regredite al punto che si poteva considerare davvero un caso disperato. Non sarebbe rimasta ad aspettare ancora, però. “Perché non andiamo oggi?” Chiese, pentendosi immediatamente della sua proposta.

Ambra restò per un istante a bocca aperta, poi osservò l’orologio e Celeste si domandò se stesse trovando un modo per declinare con gentilezza. “Oggi? Adesso? …Si può fare, certo! Però ho un piccolo problema.” La collega arricciò il naso. “Oggi non ho la macchina, dovevo prendere l’autobus, quindi… io sono felice dell’invito, ma mi dovrai portare a casa.”

La ragazza si sentiva al settimo cielo. Era da tanto che si chiedeva se non fosse ora di fare nuove conoscenze, ma nell’ultimo periodo si era resa conto di essere più ombrosa del solito e di trovare più fatica nelle relazioni sociali. “Oh, questo non è un problema,” indicò la sua automobile. “Ho la mia fidata Fiat Punto di quasi nove anni che ci porterà ovunque! Basta che non sia troppo lontano.”

Le due ragazze salirono in macchina e Celeste si rese conto che nonostante si conoscessero da ormai tre anni, non erano mai state insieme da sole come in quel momento. La ragazza si sentiva tesa, soprattutto perché si era resa conto di non conoscere la collega.

“Celeste, dove vuoi andare?” 

Il sorriso di Ambra la aiutò a ricordare che in fondo non stavano facendo niente di strano, forse la troppa solitudine l’aveva resa paranoica. Mise in moto e si voltò a guardare la nuova potenziale amica. “Boh, non so. A me basta stare fuori, è una bella giornata.”

“Allora facciamo un giro in centro, un po’ di shopping e se vuoi anche un aperitivo, io sono liberissima oggi! Dipende da quando ti vorrai liberare di me. Ora che sono in macchina, ti tocca sopportarmi un po’!”

“Centro sia!” Esclamò Celeste alzando un braccio in un segno di vittoria. 


Faticò un po’ a trovare parcheggio, seguì il consiglio di Ambra e si infilò in una via laterale, dove trovarono un posto di fronte al cancello di quella che pareva una casa abbandonata. “Qui di fianco c’è uno dei localini che preferisco per fare gli aperitivi, è un posto un po’ piccolo, ma sono sicura che ti piacerà, se vuoi poi ci fermiamo lì così ti offro qualcosa per ripagarti del passaggio. Ti dico la verità: avevo proprio voglia di fare un giro!” Propose Ambra.


Le due ragazze passeggiarono fino a raggiungere la via principale del centro, dove entrarono in un negozio di articoli di cancelleria, stupendosi di avere in comune l’interesse per i pastelli colorati, con i quali entrambe amavano fare disegni e colorarli. A dire la verità Celeste mentì quando le disse di averli utilizzati parecchio, ne aveva comprata una scatola insieme a un blocco da disegno quando era andata a vivere con Stefano, ma le aveva usate una volta sola e poi messe da parte. Si era quasi dimenticata che esistessero, ma aveva tutte le intenzioni di mettere in pratica le proprie parole e di tirarle fuori dallo sgabuzzino quella sera stessa.

Ambra accompagnò la nuova amica anche in un negozio di accessori piccolo e ben fornito, che la ragazza non conosceva. Decise di comprare una borsa arancione con dei fiori in stoffa applicati. Qualcosa di appariscente che le sarebbe sempre piaciuto avere, ma che non aveva mai avuto il coraggio di acquistare.


In seguito si fermarono in uno dei piccoli locali del centro a bere un aperitivo, scaldate dai grossi funghi posizionati di fianco ai tavoli. 

Sedute all’aperto, Celeste si sentì libera di essere onesta. Le confessò della sua recente rottura sentimentale e di come si fosse resa conto di essere stata spinta ad andare avanti per inerzia in quegli ultimi anni. Le raccontò dei suoi sogni, dei viaggi mai realizzati e della sua difficoltà nel ricominciare a vivere, ora che era da sola.

“Mi dispiace per Stefano,” le disse allora la Collega. “Ma sono felice che ora tu abbia iniziato a pensare un po’ di più a te stessa.” 

A Celeste sembrava quasi impossibile avere trovato qualcuno che la facesse sentire così a suo agio. Una persona che aveva a pochi metri di distanza ogni giorno, tra l’altro.

Ambra le raccontò della sua vita a casa con i suoi e di come non ne potesse più di vivere con loro e restasse per necessità e comodità, ma anche di come ricordava con nostalgia il periodo che aveva passato da fuori sede all’università, conclusosi solo pochi mesi prima. Celeste non si era neanche resa conto che lavorasse insieme a lei da meno di un anno.


“Quindi il tuo più grande sogno quale sarebbe?” chiese Ambra. 

“Viaggiare,” Confessò Celeste.

“Allora viaggia. C’è un’agenzia qui vicino, anzi, ce ne sono tante. Puoi anche organizzarti con internet, però dovresti farlo, se puoi permettertelo.”

La ragazza annuì. “E il tuo sogno più grande, qual è?"

Ambra sorrise. “Non è che hai una stanza? Così tengo pulito mentre viaggi.”



Il pomeriggio si era rivelato migliore di quanto Celeste avrebbe mai potuto sperare. Sentiva di avere trovato un’amica con la quale presto avrebbe formato un legame forte e profondo, molto più di quanto avrebbe mai sperato di ottenere con una collega.

“Grazie di cuore per essere stata con me oggi.”

“Sono contenta, era da tanto che speravo di conoscerti un po’ meglio, pensavo di starti un po’ antipatica.” Rise.

“Ma no!” Celeste sentiva che ormai il gelo iniziale si era completamente sciolto. “L’antipatica sono io, o meglio, non ho mai fatto niente per non esserlo.” 

Le due continuarono a parlare mentre si avvicinavano all’automobile, sotto la luce del lampione. In quel momento lo videro: un gatto nero con una macchia bianca sul muso li stava fissando seduto sul muretto di fronte alla casa abbandonata. 

“Lo vedi anche tu?” Chiese Ambra, rallentando cauta. 

“Sì, non sta andando via.” Era strano: i gatti in genere scappano, pensò.

Celeste si avvicinò lenta e gli porse la mano. Il gatto la annusò e si strusciò piano.”

“Penso sia di qualcuno, altrimenti sarebbe fuggito.” Osservò Ambra, “Spero non si sia perso.”

“Oh, no! Non dire così, non ti porto più a casa, sai, resto qui con lui fino a quando qualcuno non se lo prende.”

Il gatto non pareva preoccupato per la presenza delle due ragazze. “Sembra piuttosto magro,” constatò Celeste. “Che peccato non avere niente da dargli da mangiare.”

Ambra fece qualche passo verso la casa e poi tornò indietro. Celeste la osservò mentre premeva i campanelli del condominio lì di fianco. 

“Buonasera, per caso sapete di chi è il gatto bianco e nero che c’è qui sotto?” La sentì chiedere, ma non riuscì a recepire la risposta.

La sua amica tornò camminando lenta. “Una signora mi ha risposto, ha detto che è lei che gli dà da mangiare perché è il gatto del signore che viveva qui che però adesso è morto. In pratica l’hanno abbandonato… Comunque adesso sta scendendo.”

Un paio di minuti dopo, una signora sulla cinquantina scese in ciabatte con una confezione di croccantini per gatti in mano. Appena la vide, il gatto miagolò e alzò la coda, per poi avvicinarsi a lei e strusciarsi sulle sue gambe.

“Abitava lì, da Luigi Visantini” disse la signora indicando la casa alle loro spalle. “I figli l’hanno portato in casa di riposo e poi non lo so se è morto, ma il gatto è questo, è rimasto qui. Quando li ho visti la settimana scorsa ho detto che io non lo posso tenere in casa. Pensate che mi hanno detto anche grazie che gli do da mangiare. Ma io non so se è possibile… Comunque per me non è un peso, ma il piccoletto qui viveva in casa, vorrebbe stare al comodo, se lo vuoi puoi prenderlo.” 

Ambra si voltò a guardare Celeste con un sorriso aperto sul volto. “Cosa dici? Lo prendi?”

La ragazza osservò il gatto che mangiava con gusto leccandosi i baffi di tanto in tanto. “Ha un nome?”

“Lo chiamava Felice, come il gatto della scatola delle pappe.”

“E se lo cercasse qualcuno?”

La signora scosse la testa. “Sono passati due mesi, e anche freddi. Nessuno lo ha cercato.”

Celeste si inginocchiò e avvicinò una mano a Felice. “Allora mi sa che oggi vieni a casa con me, Felicetto!”

Ambra lanciò un gridolino soffocato per non spaventare il gatto. “Che bello! Adesso sì che andiamo a fare un po’ di shopping interessante!”

Le due ragazze misero il gattone bianco e nero in un cartone bucherellato fornito dalla signora, fecero tappa nel negozio di animali lungo la strada, dove Celeste acquistò al volo tutto ciò che aveva restituito a sua sorella quando si era ripresa Paki.

Insieme lo portarono nella sua nuova casa. 

La vita di Celeste era cambiata, si chiese se quella notte avrebbe dormito, finalmente. Di certo nel suo futuro vedeva meno solitudine: aveva il suo coinquilino e, forse, anche una nuova amica.





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One shot
Originale
Partecipa al COWT 13
Prompt: Pioggia
Parole:
 

Un lunedì come un altro


Come vuole il cliché, anche per Eva il lunedì mattina era il giorno in cui la sveglia faceva più male. Quella mattina però da subito aveva avuto il presentimento che sarebbe andata peggio del solito. 

Aveva fatto colazione con un caffè e un pezzo di panettone avanzato - ne aveva ancora, chissà se l’avrebbe finito entro la fine dell’inverno - e aveva accumulato un lieve ritardo, indugiando più del solito nel leggere le notizie del giorno e si era rimproverata per essere caduta nella classica trappola del clickbait almeno un paio di volte, poi aveva iniziato a prepararsi per uscire e, come sospettava, era arrivato l’imprevisto: si era macchiata la camicia con il dentifricio. In un attimo aveva vagliato tutte le opzioni possibili e aveva optato per un cambio rapido: corsa al suo armadio aveva preso un maglione pesante e poi aveva continuato a prepararsi come sempre. 

Era uscita un po’ di corsa, ma sicura che sarebbe arrivata puntuale. 

L’aria delle sette del mattino le pungeva il viso, ghiacciata come i finestrini e il parabrezza della sua auto. Eva aveva acceso il motore e si era stretta la sciarpa intorno al viso per scaldarsi un po’. Il parcheggio che utilizzava abitualmente era a circa un chilometro dall’ufficio, ma non le dispiaceva fare un po’ di strada a piedi e lì trovava quasi sempre un posto libero, infatti così era stato anche quella mattina. 

Appena aveva girato la chiave per spegnere il motore, però, aveva notato le prime gocce di pioggia sul parabrezza. Aveva sospirato con rassegnazione, pensando che avrebbe preso un po’ di pioggia, ma che non sarebbe stata la fine del mondo visto che aveva sempre un ombrello in macchina. 

Sempre… almeno così credeva, perché l’ombrello sembrava svanito nel nulla. 

Nel nulla… o più probabilmente era in ufficio, nel comodo portaombrelli posto di fianco alla porta di ’ingresso.


Si era innervosita, del resto la prospettiva di correre sotto la pioggia non la faceva sentire esattamente al settimo cielo e nei pochi secondi che erano passati le gocce erano diventate parecchie: si sarebbe fatta una bella doccia. 

Aveva al massimo un paio di minuti di tempo prima di essere davvero costretta a uscire da lì: cosa poteva fare per evitare di arrivare come un pulcino bagnato? La risposta era ovvia, perché l’auto era completamente vuota: niente sacchetti, o scatole o libri o giacche o sciarpe. Niente di niente visto che l’aveva pulita proprio per bene. Era stata bravissima.

Avrebbe anche potuto chiamare l’ufficio e annunciare il suo ritardo, ma sapeva che le avrebbero chiesto di recuperare ogni singolo minuto, facendole pesare per almeno due mesi e mezzo questa sua grande fortuna chiamata flessibilità, concetto che pareva non fossero in grado di comprendere fino in fondo.

“Al diavolo,” aveva esclamato, più a se stessa che alla pioggia. Aveva preso fiato, raccolto  la valigetta che conteneva il suo computer con l’idea di proteggerla meglio che poteva, ed era uscita dall’auto con decisione, pronta a una corsetta mattutina.


“Eva! Aspetta!” Si era sentita chiamare da qualcuno poco distante. Si era voltata con la sciarpa premuta sulla testa, senza fermarsi, e aveva notato un ragazzo che, munito di un grande ombrello, stava correndo verso di lei. All’inizio non l’aveva riconosciuto, ma nel guardarlo più da vicino aveva capito che era il barista della pasticceria dove a volte andava a fare colazione prima di iniziare a lavorare. 

Dopo averla raggiunta, il ragazzo l’aveva accolta sotto il suo ombrello ed Eva si era sentita fortunata per la prima volta dall’inizio della giornata.

“Grazie, sta piovendo davvero tanto.” 

Lui aveva scosso la testa. “Questo è il minimo, tanto facciamo la stessa strada.” Aveva sollevato il braccio e lei d’istinto si era agganciata a lui. Una parte di lei si era sentita imbarazzata, perché non avevano mai parlato molto prima di allora, ma lui le aveva sempre dato l’impressione di essere un tipo gentile e sincero. 

“Sei molto gentile, mi sarei presa un raffreddore con tutta quest’acqua. Ora sono in debito.” 

Lui di nuovo aveva minimizzato. “Ma non pensarci neanche, l’ombrello è grande abbastanza per tutti e due, non potevo lasciare che arrivassi fino all’ufficio sotto la pioggia, saresti arrivata zuppa. Se ti senti davvero in colpa però accetto volentieri un caffè, o un passaggio sotto il tuo ombrello la prossima volta che pioverà.”


Eva era stata al gioco, rispondendo a tono. “Potrei anche passare più tardi, per scroccare il viaggio di ritorno.” 

Lui aveva annuito: “Allora ti aspetto lì.” 

Per il resto del tragitto erano rimasti in silenzio a camminare sotto la pioggia battente. Eva nella sua testa lo aveva definito un silenzio rilassato, durante il quale aveva pensato che non le sarebbe dispiaciuto per niente passare un po’ di tempo in più con quel ragazzo di cui non ricordava neanche il nome per essere sincera del tutto. Per questo aveva provato un po’ di imbarazzo in effetti. 


Il suo accompagnatore la aveva lasciata di fronte alla porta. Nonostante il freddo e i piedi bagnati, Eva non aveva potuto fare a meno di pensare che la passeggiata in compagnia del suo accompagnatore era stata piacevole e che tutto sommato non le sarebbe dispiaciuto se fosse stata un po' più lunga.


La giornata era passata lenta, tra le richieste complicate dei clienti e quelle forse anche più impegnative dei colleghi. Fuori però continuava a piovere e più le ore passavano, più Eva sperava che non smettesse.

Osservava la finestra di fronte a lei ogni volta che i suoi pensieri si rabbuiavano e si ritrovava a sentire un senso di calore che forse avrebbe potuto associare al suo gentile amico con l'ombrello.
Chissà se si vede con qualcuno…

Non lo conosceva ed Eva pensava che era molto probabile che lui fosse stato gentile con lei solo perché sapeva che era una cliente abituale del locale per cui lavorava. Al contrario, lei si sentiva in imbarazzo al pensiero di non ricordare neppure il suo nome e il film che si era fatta in testa nel quale grazie a un giorno di pioggia aveva scoperto l’amore della sua vita sarebbe rimasto un sogno a occhi aperti, ma sarebbe stato così sciocco darsi una possibilità?
Se poi fosse andata male al massimo avrebbe evitato lui, e forse avrebbe anche cambiato lavoro per evitare di vederlo, ma non c’era niente di male nel provare almeno a parlargli. In fondo non era una ragazzina e in ambito lavorativo affrontava ogni giorno situazioni ben più complicate, perché si sentiva così in imbarazzo al pensiero di rivederlo?

All’uscita dall’ufficio Eva aveva osservato il suo ombrello con esitazione, ma alla fine, preso il suo poco coraggio, l'aveva lasciato lì dov’era per correre alla pasticceria, dove lui la stava aspettando seduto a un tavolo mentre leggeva un giornale.

“Ben arrivata, speravo di non essere rimasto ad aspettarti per niente.” 

Il suo collega dietro il bancone si era rivolto alla collega con un sorriso complice. “Adesso ho capito cosa stava aspettando Ale, ecco perché non se ne andava anche se ha finito il turno due ore fa!”
Giusto: si chiamava Alessio, le si era presentato più di una volta ormai.

“Gli dovevo un caffè, quindi prendiamo due caffè, per me macchiato e per te, Alessio?” aveva risposto Eva tentando di sembrare sicura di sé, porgendo una banconota da cinque Euro al cassiere.

“Lui lo prende sempre liscio, faccio io.”


I due erano rimasti seduti per qualche minuto insieme, ma il silenzio rilassato della mattina si era trasformato in un’attesa fatta di tensione, dovuta anche alla presenza dei colleghi di Alessio che sembravano avere fatto una scommessa su cosa si sarebbero detti.

Dopo aver bevuto il caffè, Alessio aveva indicato la porta con lo sguardo e i due erano usciti. Di nuovo sotto il suo ombrello, ma questa volta la complicità che aveva sentito solo poche ore prima pareva essersi tramutata in tensione.



A Eva era tornato in mente Paolo la fine della loro storia insieme. Si erano lasciati durante un giorno di pioggia invernale, proprio come quello.

Era passato un anno ormai e lei non aveva mai sentito la necessità di trovare qualcuno per rimpiazzare il suo ex, ma era sempre stata convinta che prima o poi qualcosa in lei sarebbe cambiato, che sarebbe stata pronta per fidarsi di nuovo di una persona al punto da lasciarsi andare come aveva fatto con Paolo.

Era stata lei a lasciarlo, dopo mesi durante i quali aveva cercato di recuperare un rapporto morto, perché sembrava che tra loro non ci fosse che la forza dell’abitudine che li spingeva a restare insieme nonostante nessuno dei due si decidesse ad ammettere che qualcosa non andava.

Alla fine entrambi avevano smesso di lottare e si erano lasciati proprio per una giornata di pioggia e per un ombrello. A volte il destino sa essere beffardo, pensava.


Senza pensarci troppo, Eva aveva preso il braccio di Alessio, che all’inizio aveva reagito con stupore, ma che poi si era rilassato. La sensazione di naturalezza che provava nel contatto con lui le faceva pensare che in una ipotetica vita precedente i due si conoscessero bene, e subito si era sentita a suo agio.

“Grazie per essere rimasto.” Gli aveva sussurrato, lasciando che la sua voce sovrastasse di poco il rumore continuo della pioggia.

“Grazie per essere tornata,” Alessio l’aveva guardata negli occhi. “E per non avere recuperato l’ombrello in ufficio.”

Eva era rimasta a bocca aperta. “E tu come…” aveva iniziato.

Alessio aveva riso. “Non sapevo, ma speravo. Prenderò come un buon segno il tuo ritorno, ancora più di prima. Magari la prossima volta potremmo fare la strada insieme anche senza l’ombrello.”

“Oppure potremmo andare a bere un caffè in un posto senza avvoltoi,” aveva proposto lei.


Arrivati alla sua automobile si erano salutati. Nonostante la pioggia, nonostante il lunedì, nonostante la camicia macchiata, quella giornata alla fine si era rivelata tutt’altro che pessima. L’avrebbe quasi definita una bella giornata.


Fiducia

Feb. 25th, 2023 05:04 pm
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Fandom: Originale

Genere: sentimentale

Prompt: E poi ti chiamo subito, ma dubito che tu voglia rispondermi (Will – Stupido)

Parole: 951

Partecipa al COWT13

Fiducia


Questa volta sono stato io a scappare. Ti ho lasciato solo un foglio sul tavolo e ho bloccato il tuo numero.

Due valigie, tanto a casa tua avevo pochissime cose, tu mi hai detto tante volte che è perché non ho voglia di impegnarmi, ma la verità è che non mi sono mai fidato davvero di te.

Col senno di poi, come si dice, ho fatto bene.

Non fosse stato per il caso, non avrei mai saputo della tua vera natura, dei tuoi tradimenti.

Quando ti ho vista seduta con quello in pasticceria ho pensato subito di entrare a salutarti. Mi sono chiesto se fosse un amico o un collega, ma eravate troppo vicini.

Ma oltre all’atmosfera c’era di più, e me n’ero accorto al primo sguardo.

Ti ho chiamato subito, ma dubitavo che mi avresti risposto, infatti il tuo telefono ha squillato e ti ho visto prenderlo dalla borsa e rifiutare la chiamata. La mia chiamata. 

Allora ti ho scritto, ti ho chiesto dove tu fossi per vederci, ma tu hai risposto che avevi da fare e che ci saremmo visti a casa tua in serata come d’accordo.

Non mi hai detto dov’eri, quindi sono rimasto ad aspettare. Vi ho seguiti fuori e tu non te ne sei accorta. Ti ho vista salire sulla sua automobile, ma non ho potuto seguirvi. Sciocco io a non avere pensato a un modo per farlo.

La sera mi hai raccontato della tua serena giornata al lavoro e sembravi felice, più di quanto io ti abbia mai vista felice. Mi hai detto di aver lavorato tutto il pomeriggio. Solo per un istante hai esitato e mi sei sembrata sul punto di rivelare qualcosa. 

Non sapevo cosa significasse provare gelosia, ma in quel momento mi sentivo disgustato dalla tua spensieratezza.

Ho tolto il disturbo perché sono del parere che la sincerità sia necessaria come l’acqua che beviamo e che non sia possibile nutrire una relazione quando manca. Come piante, anche noi appassiamo in mancanza di rapporti sinceri.

 

Ormai è passato un mese da quando ti ho lasciata. So che hai provato a chiamarmi, so che hai tentato di raggiungermi a casa. Hai detto a mia madre che non ho capito, che è solo un fraintendimento, ma io non ho intenzione di farmi tradire perché so ciò che dico: l’ho visto coi miei occhi e loro non mentono.

 

La lettera che mi rigiro tra le mani mi tenta, perché mi potrebbe dare risposte, ma ho il timore che siano solo altre bugie e ho paura che finirei col crederti.

Da quando l’ho ricevuta, ormai tre settimane fa, è rimasta a prendere polvere sullo scaffale sotto al citofono di casa insieme ai volantini delle agenzie immobiliari e al menù per asporto della pizzeria che ti piaceva tanto.

Oggi ho deciso di fare un po’ di pulizie e mi è tornata in mano. Mi è affiorata alla mente la tua immagine e ho pensato a quanto in fretta il mio orgoglio mi abbia portato via da te. Non ti ho dato la possibilità di spiegarmi chi fosse quell’uomo e perché tu non mi avessi detto dove avevi passato la tua giornata, ma nei miei panni tu cosa avresti fatto?

Il dubbio è arrivato, infine. E se mi fossi sbagliato?

In fin dei conti la nostra storia è stata veloce, intensa. Solo tre mesi di frequentazione durante i quali abbiamo parlato troppe volte del futuro e di quello che avremmo vissuto insieme. Forse al punto da convincerci che fosse passato più tempo.

Io non so molto di te e di chi eri prima di conoscermi. Mi hai sempre fatto tante domande sulla mia famiglia, sul mio passato e sui miei amici. Hai conosciuto i miei genitori e mio fratello, sei venuta in vacanza nel paese originario dei miei nonni.

Di te conosco il presente, ma non ho molto sul tuo passato.

Mi hai portato al cimitero a incontrare i tuoi nonni, dicendomi che loro erano la tua unica famiglia, ma era davvero così?

 

Senza pensare più, apro la lettera.

Dentro ci sono delle foto: due bambini di circa cinque anni, insieme su un’altalena, sullo sfondo colline e un recinto di legno; una donna seduta su una poltrona insieme a quei due bambini, appare sorridente anche se pallida e stanca.

L’ultima foto mostra di nuovo i due bambini, questa volta quasi adolescenti. I due sorridono, ma non sembrano felici.

Oltre alle foto, solo un biglietto. Tre righe pesanti come macigni tra le sue mani.

Mi dispiace che sia finita così.

Un giorno ti avrei parlato del mio passato, ma non era ancora il momento per me.

Forse un giorno ci rivedremo.

 

Solo adesso unisco i pezzi. Ripenso a quanto ti incupivi quando ti parlavo delle mie vacanze spensierate con mamma e papà. Ricordo l’album di fotografie che un giorno hai preso dalla libreria e che io non ho voluto vedere. Forse avevi deciso di parlarmi, ma io non sapevo ci fosse qualcosa da dire.

Non posso immaginare come tu ti sia sentita quando ti ho abbandonata, soprattutto ora che mi rendo conto che forse non era la prima volta che ti accadeva.

Ho trovato un modo per farti soffrire, e ora mi dispiace.

Sblocco il tuo numero di telefono e vedo i tuoi messaggi: tristezza, paura, rabbia, rassegnazione. Mi hai scritto molte volte, mi rendo conto adesso della sofferenza che ti ho causato e so che non avrei dovuto cedere alla paura, alla rabbia e al mio orgoglio.

“Addio,” l’ultimo messaggio. Ormai è troppo tardi, penso, e poi ti chiamo subito, ma dubito che tu voglia rispondermi.

Quando sento la tua voce so già che non basteranno le mie scuse, ma credimi: “Mi dispiace, ho sbagliato tutto.”


 
 

Un ricordo

Mar. 3rd, 2021 11:10 pm
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Fandom: Harry Potter, Edvige
One shot
introspettiva, sentimentale
Partecipa al COWT11
Prompt: leggero, ovviamente per leggerezza c'è Edvige, la sua piuma




Harry stava risistemando i libri nel suo vecchio baule, quello con cui anni prima era arrivato a Hogwarts e che ora sarebbe passato a suo figlio James. 

La piuma era scivolata fuori dal suo vecchio libro volteggiando, disegnando piroette nell’aria prima di toccare terra. Si era chinato a raccoglierla, stupendosi una volta di più di quanto fosse leggera. 

Era una piuma della sua coda.

Non si aspettava di trovarla lì, non dopo tutti gli anni che erano passati. Come era possibile che non l’avesse trovata prima?

Era tornato coi pensieri a quella notte, all’ultima volta che le aveva parlato. Harry non riusciva a credere che fosse morta. Per molte estati passate a casa dei Dursley era stata la sua unica amica, l’unica in grado di dargli conforto nelle sue giornate durante le quali poteva solo studiare e scrivere lettere. Niente magia, niente amici, solo lei.

Quasi ogni sera la faceva uscire per permetterle di sgranchirsi le ali e di cacciare qualche preda.

Era così leggiadra. Volteggiava leggera, le ali ampie sbattevano e lei prendeva quota, poi planava veloce come un razzo, cambiando direzione solo all’ultimo istante. Era in quei momenti che cacciava le sue prede. Harry ricordava che le prime volte, quando ancora non si era abituato alla sua velocità, temeva che si sarebbe schiantata da qualche parte, dimenticando di sbattere di nuovo quelle sue ali così bianche, così regali.

Era forte, eppure ogni volta che la accarezzava Harry sentiva anche quanto fosse fragile, silenziosa. Quasi materna nei suoi confronti.

A volte gli saliva su una spalla e lo osservava paziente, in attesa che lui la liberasse, magari consegnandole una lettera da portare a uno dei suoi amici. 

Quante volte l’aveva attesa con speranza, quante volte le aveva affidato segreti dai quali dipendeva la sua stessa vita, eppure di lei si fidava ciecamente.

Lei non l’avrebbe mai tradito.

Infatti non l’aveva fatto.

Negli occhi aveva ancora il ricordo del momento della sua morte, quando il Mangiamorte aveva gridato la maledizione e la luce verde l’aveva colpita. Per un attimo Harry aveva pensato che si fosse salvata, perché continuava a volare, ma le sue ali all’improvviso si erano chiuse, lasciandola per un istante ferma nell’aria. Poi era caduta. Da leggera, quasi eterea, era diventata un sasso.

 

Non avevano mai ritrovato il suo corpo e quella piuma era tutto ciò che gli rimaneva di lei, già più di quanto si aspettasse.

Il solo tenerla tra le mani gli aveva scaldato il cuore. Aveva portato la piuma in soggiorno e l’aveva sistemata di fianco alla foto dei suoi genitori, che conservava in una bacheca in bella vista. Non avrebbe mai dimenticato la sua amica.

Avrebbe conservato quel pezzo di lei come un tesoro, per ricordare sempre la sua Edvige.

Seiki

Feb. 26th, 2020 10:07 pm
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Prompt: La Forza (arcano maggiore)
Fandom: Persona 3
Spiegazione del prompt: Ogni personaggio in Persona è associato a un arcano maggiore. Yuko Nishiwaki è la forza. 
Partecipa al COWT10


Seiki


Non era mai stata una bella ragazza, questo lo sapeva bene.

Yuko era un maschiaccio, lo era sempre stata ed era certa che la cosa non sarebbe mai cambiata, per quanto lei si fosse impegnata a provare a essere un pochino più femminile.

Con Seiki però si sentiva diversa, lui pareva aver visto in lei qualcosa che per lei invece non era così chiaro: la trattava come una ragazza e quando la abbracciava Yuko sentiva che le insicurezze e tutte le sue domande svanivano, sciolte nei suoi abbracci forti e romantici.

La prima volta che erano usciti assieme lui l'aveva portata a mangiare fuori. L'aveva portata ad assaggiare il ramen di un ristorante che lui adorava e del quale lei col tempo aveva scordato il nome. Ricordava soltanto che l'aveva trovato sensazionale e che finita la prima ciotola insieme ne avevano ordinata una terza da dividersi.

Lui non l'aveva giudicata, non le aveva mai detto che mangiava troppo come facevano le sue compagne a scuola che le ridevano alle spalle, indicando le sue ciotole troppo piene o i suoi spuntini, che quasi ogni giorno consumava dopo lo sport.

Nell'ultimo periodo si era convinta di mangiare troppo, ma sentiva di non potere fare molto per evitarlo, anche se nell'ultimo periodo prima di conoscere Seiki a volte si era trovata a sentirsi in colpa, poco femminile, poco aggraziata e incapace di cambiare.Le altre ragazze la prendevano in giro per le gambe muscolose, i polpacci grossi, e per il suo portamento poco leggiadro, ma Seiki sembrava apprezzare anche il suo aspetto, oltre alla sua personalità. Aveva riso alle sue battute, le aveva accarezzato i capelli e non sembrava essersi annoiato. Da quando erano usciti insieme Yuko era al settimo cielo.

Non si era mai considerata intelligente, né si era mai impegnata troppo nello studio, che non le riusciva facile, per riempire la sua vita si era concentrata sullo sport, da sempre il suo vero punto di forza, che fin da piccola le aveva dato grandi soddisfazioni.

Nello sport eccelleva, le veniva naturale capire da subito gli schemi di gioco, riconosceva gli errori dei giocatori e sapeva come correggerli attraverso esercizi mirati. 

 

Una volta un ragazzo della squadra di basket le aveva fatto i complimenti. Dovresti fare l'allenatore.

 

Uno dei suoi sogni, probabilmente il lavoro più probabile che vedeva nel suo futuro.

 

 


Finalmente nella sua vita però c'era altro: Seiki la trattava come una ragazza e non come un'esperta di sport e all'improvviso le voci delle sue compagne le scivolavano addosso, si sentiva libera.

Yuko lo amava. Non era certa che sarebbe stato l'amore della sua vita, ma con lui si sentiva una ragazza diversa, si sentiva quasi una donna, si sentiva degna di amare come tutte le altre.

Quante volte aveva pianto lacrime amare prima di riuscire ad addormentarsi? Quante volte si era chiusa nel bagno della scuola a cercare di trattenere le lacrime e la rabbia di quelle che parevano fare l'impossibile per renderle la vita un inferno facendo commenti continui sia sul suo aspetto che sul suo discutibile rendimento scolastico.

 

Lui le ricordava ogni giorno il suo valore, anche se non a scuola. Mai a scuola.

 


 

 

Chi non lo conosceva pensava di certo che lui fosse single, sebbene mai una volta le avesse tenuto la mano quando erano in pubblico, né era andato a cercarla o a baciarla.

Una volta lontani da lì, però, era suo. E lei era sua.


Fino a quel giorno terribile che avrebbe distrutto tutta la sua vita fino a quel momento: fino a quando non l'aveva visto con lei.


Hisae. La considerava un'amica. Era una delle poche che sapeva che lei vedesse qualcuno anche se non le aveva mai detto chi fosse. 

Una delle uniche persone delle quali le importasse ancora qualcosa.

E proprio lei lo stava baciando. Dal treno li aveva visti benissimo: Lei stava andando da sua zia e in stazione l'aveva notato. Si era alzata in piedi per salutarlo sperando che salisse sul treno vicino a lei, sempre che dovesse salire. Ma una ragazza gli era saltata al collo. Lui sembrava felice di vederla, Yuko l'aveva capito dal suo sorriso, che fino a quel giorno aveva pensato essere riservato soltanto a lei.

Poi lei si era voltata a prendere qualcosa dalla borsa e l'aveva riconosciuta. Si era sentita cadere e si era seduta, sperando di aver interpretato male quel comportamento troppo intimo a suo parere.

Poi si erano avvicinati in un abbraccio e si erano baciati. Proprio mentre il treno partiva aveva visto le loro mani stringersi, la testa di Hisae sulla sua spalla. Non c'erano dubbi.

Yuko aveva appoggiato le mani sul finestrino e aveva trattenuto il fiato fino a quando non erano scomparsi entrambi dal suo campo visivo.

Era rimasta completamente muta al punto che aveva dimenticato di scendere dal treno, incapace com'era di capire il motivo di quel tradimento da parte di entrambi. Che lei sapesse? Che l'avesse mai saputo? 

Che fosse soltanto colpa di Seiki?

Aveva deciso di tornare a casa a piedi per schiarirsi un po' le idee. Camminare la faceva sentire viva e correre le piaceva ancora di più, ma non poteva correre con quelle scarpe anche se sapeva che avrebbe scacciato prima quella sensazione di sconfitta e di paura, quella tristezza che la faceva sentire inutile e sbagliata, come se la colpa fosse anche solo in minima parte sua.

No, doveva darsi il tempo per ragionare, per capire cosa di preciso fosse successo. 

Si era chiesta se scrivergli un messaggio sarebbe stata la soluzione corretta, se invece sarebbe stato meglio vederlo di persona e metterlo alle strette, forse usare la forza per fargli confessare il suo tradimento.

Forse invece avrebbe fatto bene a scrivere a Hisae o a parlarne direttamente con lei, magari avrebbe potuto svelarle il nome del ragazzo con cui usciva per capire se lei sapesse o no di quel triangolo.


Arrivata a casa si era resa conto che la rabbia lentamente stava crescendo e che doveva sapere la verità da Hisae prima che fosse tardi per recuperare almeno la loro timida amicizia, voleva sperare che lei fosse all'oscuro della situazione. 

Le aveva mandato un messaggio è urgente, per favore, vediamoci stasera. La ragazza le aveva risposto dopo poco dando la sua disponibilità a un incontro. Va bene, alle otto al Paulownia Mall?

 

Yuko era arrivata prima, incapace di stare a casa ad attendere. Quella sera non aveva mangiato niente e non sentiva gli stimoli della fame nonostante avesse camminato parecchio.


Hisae era davvero bella: i suoi capelli lunghi e lisci erano lucenti e spessi, la sua pelle sembrava porcellana. Aveva un portamento completamente diverso da quello pesante di Yuko, sembrava un giunco esile e delicato. L'abito che indossava contribuiva ad accentuare la sua femminilità, facendo sentire Yuko ancora meno degna in quel confronto.


"Yuko, che c'è? Sembravi preoccupata, tutto bene?"

La ragazza non sapeva neanche come cominciare il discorso, ma sapeva che doveva sforzarsi almeno di provarci. "Io... Sai che esco con un ragazzo..."

"Sì, me l'avevi detto." Hisae non riusciva a capire che problemi avesse la sua compagna di scuola, non aveva molte amiche e per questo a volte avevano parlato insieme, ma non si erano mai fatte grandi confidenze. Forse non sapeva a chi parlare e Hisae non si sarebbe certo tirata indietro, non era da lei. "Yuko, dimmi cosa non va, non preoccuparti..."

"Esco con Seiki da quasi due mesi." aveva sputato fuori il suo segreto sperando che quella ragazza che lei considerava davvero un'amica avrebbe capito.

Hisae era rimasta immobile a fissarla per qualche secondo prima di riuscire a ricominciare a respirare.

"Quale Seiki? Io... Io non..."

"Oggi vi ho visti insieme." Aveva confessato Yuko con le lacrime agli occhi. 

"Io non lo sapevo." Hisae era arrabbiata con tutti: con Yuko per averle rubato la gioia che provava in quel periodo, con Seiki che era un vile bugiardo e con se stessa per avere ceduto alle sue lusinghe. 

"È un bugiardo. Ci ha prese in giro."

Le due ragazze erano rimaste sulla panchina per un pezzo ad affrontare la delusione e la rabbia con mezze frasi e soprattutto con insulti a Seiki e al genere maschile, ma sembravano aver accettato la cosa senza aver compromesso quella loro amicizia che era ancora all'inizio.

Prima di salutarsi, le due si erano abbracciate. "Io non voglio perdere la tua amicizia," aveva detto Yuko a Hisae. "Non è stata colpa nostra."

"Non ti perderò, mi spiace solo non averti chiesto chi fosse il tuo ragazzo misterioso quando me ne hai parlato, forse ora non saremmo in due a soffrire."

Si erano salutate con la promessa di essere una squadra, di non cedere di fronte a Seiki e al suo sguardo ammaliante, di non credere più alle sue bugie.

Yuko il giorno seguente era arrivata a scuola con un vigore nuovo nell'animo, sentiva che avrebbe potuto prenderlo a pugni e metterlo a tappeto senza rimorsi. Sentiva che l'amore che un tempo aveva creduto di provare per lui se n'era andato per sempre e che niente avrebbe potuto farla cedere a tornare con lui: lei valeva di più e forse un pochino il merito di questa nuova fiducia in se stessa era anche di quel maiale che comunque le aveva permesso di riconoscere il suo valore.

Arrivata a scuola però si era accorta subito che qualcosa non andava: aveva incrociato Hisae nel corridoio e la ragazza aveva finto di non vederla, voltandosi subito dall'altra parte quando le due si erano trovate in contatto.

Yuko ci era rimasta un po' male, ma non ci aveva dato troppo peso. Poi però aveva sentito due ragazze che parlavano proprio di lei e di Seiki, dando a lei il ruolo della femme fatale, della traditrice.

Le voci avevano evidentemente iniziato a circolare troppo presto, forse le ragazze avevano solo sentito di sfuggita una parte della storia e non avevano capito bene.


Seiki aveva tentato di parlarle e Yuko gli aveva consentito un brevissimo incontro in pausa pranzo. "Mi dispiace, non volevo... È stato più forte di me... Hisae è stata molto convincente e io ci sono cascato, scusa."

Ma Yuko l'aveva invitato ad andarsene, per niente impressionata dal suo tentativo di salvare la loro storia che in realtà pareva essere sempre stata una farsa. Lei preferiva credere alla sua amica che il giorno precedente le era parsa veramente affranta piuttosto che a quel ragazzo bugiardo che non sembrava affranto, ma più indispettito per aver perso insieme entrambi i suoi giocattoli. Ammesso che fossero state le uniche due, perché non ne era così sicura.

"È stata lei a convincermi, lei sapeva di te." Aveva tentato di persuaderla, ma la ragazza era forte delle sue opinioni e non avrebbe ceduto di fronte alle menzogne e agli sguardi languidi di quel ragazzo che lei era convinta di aver amato, ma che in quel momento le pareva quasi un manichino privo d'anima. Lei meritava di più e anche la sua amica.


Fino alla fine della settimana, Yuko e Hisae non avevano più avuto occasione di parlare. Yuko le aveva mandato alcuni messaggi, ma l'amica li aveva ignorati.


Hisae, per favore, rispondimi.

 

Le aveva scritto alla fine.

Non parlo con le bugiarde. Non cercarmi più.

 

Yuko avrebbe voluto risponderle, spiegarsi, ma non sapeva cosa dire. Una parte di lei sperava che quella reazione fosse soltanto rabbia temporanea, ma pensandoci aveva cominciato a collegare tutte le voci che giravano per la scuola su di lei in quel periodo e aveva capito che era stata opera proprio di Hisae e non di Seiki.

Non credere a quel bugiardo. Io non lo sapevo.

 

Aveva scritto il messaggio, ma non l'aveva inviato. Non era certa che le sue parole sarebbero servite a far cambiare idea alla sua amica e Yuko pensava che avrebbe trovato un modo per confrontarsi con lei faccia a faccia, magari, per darle prova della sua sincerità e della sua amicizia. 


Erano passati giorni, settimane, e nulla era cambiato. Le voci sul suo conto avevano continuato a girare. Yuko si era chiesta come fosse possibile che nessuno incolpasse Seiki e che nessuno ragionasse sul fatto che lei lo aveva frequentato per almeno un mese in più di Hisae. Era lei quella tradita.

La ragazza voleva un confronto faccia a faccia con quella che credeva essere stata per lei l'amica più importante che avesse mai avuto, ma alla fine aveva rinunciato.

Aveva deciso di lasciar perdere dopo circa una settimana, quando, chiusa in bagno, aveva sentito entrare qualcuno ed era rimasta ad ascoltarne il pianto. Era certa che fosse Hisae. La ragazza che stava piangendo era disperata. Perché, perché non sono in grado di lasciare perdere tutto, di mandarlo a quel paese. Perché... Yuko…”

Aveva pianto per almeno dieci minuti prima di uscire dal bagno. 

Yuko chiusa lì dentro non era uscita solo per non farla sentire ancora peggio.

questo tipo di debolezza non era da lei e la ragazza non riusciva davvero a capire come facesse una come Hisae a non rendersi conto del proprio valore. Pensava di essere lei quella diversa, quella che non sarebbe mai stata accettata per quello che era.
Forse era vero, forse le sue compagne non l’avrebbero accettata, ma lei non sarebbe caduta in quella trappola di bugie, non avrebbe mai rinnegato qualcuno per sentirsi meglio.

Yuko si era resa conto che non aveva bisogno neppure di Hisae e della sua amicizia che in fondo non valeva poi così tanto visto che la ragazza l’aveva tradita, aveva parlato alle sue spalle dopo averle promesso che non l’avrebbe abbandonata.

 

Non valeva la pena di piangere per lei. Yuko non avrebbe pianto, avrebbe reagito. Si sarebbe buttata a capofitto su ciò che la faceva stare meglio: lo sport. 

Sarebbe bastata a se stessa e sarebbe uscita a testa alta da quella scuola, senza permettere che i pettegolezzi la facessero soffrire ancora perché in fin dei conti erano solo bugie. Lei lo sapeva, qualcuno le avrebbe creduto e l’avrebbe capita, avrebbe avuto altri amici, forse fuori dalla scuola, magari anche prima. Gli altri potevano anche evitarla, per quanto la riguardava.

Alla fine si era resa conto di essere più che a posto così.


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