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Fandom: Persona 3
Personaggi: Fuuka Yamagishi,
Natsuki Moriyama
Genere: introspettivo, avventura
Prompt: labirinto
Partecipa al COWT14
Wordcount: 4820


Soltanto uno scherzo


Un altro vicolo cieco
. La ragazza sbuffò e iniziò a percorrere la strada a ritroso, sperando di capitare di fronte alla via d’uscita. Non era certa di quanta strada avesse percorso vagando avanti e indietro lungo i corridoi, sapeva solo che non aveva più intenzione di salire, visto che ogni volta che era arrivata in cima a una rampa di scale, essa era svanita nel nulla intrappolandola in un nuovo piano più pericoloso di quello precedente. Quello era un luogo impossibile, malvagio e insidioso.

Chiedersi di nuovo come fosse arrivata lì dentro non l'avrebbe aiutata a trovare prima l'uscita, poteva solo continuare a cercare, anche perché se non fosse uscita di lì in fretta, sarebbe di certo impazzita.

Fuuka osservò le pareti scure, spettrali a causa della luce viola. Esse si muovevano costantemente, come se il luogo respirasse e vivesse. Le pareti si arcuavano e si modificavano a intervalli di tempo regolari. Nascondevano ombre che si muovevano lungo le superfici, in uno strato appena sotto la parte visibile, la pelle, in alcuni punti scrostata proprio come se qualcosa si fosse liberato dall’interno, creando una ferita.

La ragazza avvicinò di nuovo una mano alla parete, era più calda dell’aria intorno a lei, il Tartarus è vivo. Si sentì ancora più terrorizzata, ma si sforzò nel non lasciarsi andare alla disperazione in modo rumoroso. Non aveva intenzione di attirare a sé le creature che, come vermi, si muovevano silenziose nei punti più bui attorno a lei.

Doveva trovare una via d'uscita o sarebbe impazzita in quel labirinto.

Un essere strisciante le passò di fronte, Fuuka si portò una mano alla bocca per tentare di non urlare, ma sentiva il rumore del cuore martellare nel suo petto più forte di un tamburo, più veloce che dopo una lunga corsa.

E pensare che solo il giorno prima era a casa a sorseggiare un tè caldo e a lamentarsi del mal di testa.

Non solo di quello. Era da un pezzo ormai che Fuuka Yamagishi non si sentiva più felice, da quando i suoi problemi di salute l'avevano resa invisibile agli occhi di quelli che lei considerava, un tempo, i suoi amici.


Era cominciato tutto con una banale influenza che l'aveva costretta a letto per una decina di giorni. I suoi genitori erano entrambi medici e non avevano preso sottogamba i suoi sintomi, costringendola a restare a casa per curarsi.

Fuuka si sentiva in colpa poiché continuava a perdere giorni di scuola, sentiva i suoi genitori parlare fuori dalla sua stanza di quanto fossero preoccupati che non sarebbe mai riuscita a diventare anche lei un medico se non si fosse impegnata di più.

Il senso di colpa l'aveva portata a fingere di sentirsi meglio. Non voleva deluderli, era necessario che si impegnasse negli studi più che poteva. Quindi era tornata a scuola, ma si sentiva debole e a breve fu costretta ad ammettere di non sentirsi ancora bene.

Sua madre aveva iniziato a sottoporla a una montagna di esami per escludere ogni tipo di patologia conosciuta, dalle più comuni a quelle rare. Tutto risultò negativo.

Stare a casa con i suoi genitori significava passare il tempo sotto i loro occhi giudicanti, ad ascoltare parole fredde. "Spero che tu riesca a migliorare almeno un po', così non basta."

"Davvero hai studiato? Quanto tempo ci hai messo a scrivere questa relazione?"

Fuuka si impegnava il più possibile, ma pareva che non fosse mai abbastanza. Anche quando si sentiva soddisfatta del suo lavoro, loro reagivano come se quello fosse il minimo indispensabile.

Non era facile, ma la vita a scuola era diventata persino più difficile. Le domande invadenti dei suoi compagni di classe la mettevano a disagio. "Perché stai sempre male?" oppure "Cos'hai? Sei malata?", fino all'osservazione che le dava più fastidio: "Stai saltando scuola perché i tuoi sono amici dei dottori? Certo che sei fortunata." Se all'inizio Fuuka aveva provato a rispondere con leggerezza e serenità, col passare dei giorni aveva cominciato a evitare i compagni e i loro commenti carichi di risentimento e di invidia. "Pensi davvero che sia felice di passare così tanto tempo a casa?"

"Credi che restare bloccata a letto ed essere costretta comunque a non restare indietro con lo studio sia divertente?"

Aveva iniziato a fingere dolori solo per evitare la scuola. Lo faceva di rado, solo quando sapeva di non avere lezioni importanti o impegnative. Appena i suoi lasciavano l'appartamento per andare al lavoro lei iniziava a studiare seduta in salotto, odorando il profumo dei fiori freschi che in casa sua non mancavano mai, nella pace silenziosa della solitudine.


Natsuki Moriyama era una bulletta da quattro soldi. Fuuka era giunta a questa conclusione la prima volta che avevano parlato insieme, all'inizio del primo anno alla Gekkoukan.

Da allora aveva sempre cercato di ignorare sia lei che le sue due amichette, le chiamava le ombre, perché dove andava la prima, arrivavano subito le altre due.

Si erano ignorate in modo reciproco fino a quando Fuuka non aveva iniziato ad avere problemi di salute, da allora avevano iniziato a prenderla di mira, all'inizio con le domande sulle sue assenze. "Cosa fai fuori casa? Prendi forse lezioni private?" Poi con battutine che nascondevano un velato disprezzo. "I tuoi guadagnano bene, vero? Pensavo di sì. Quella maglietta è dell'anno scorso, giusto?"

Ignorarle non era poi così difficile, in genere rispondeva con un sorriso, senza dare modo alle tre di continuare a pungolarla.

Forse per loro non era così stimolante renderla lo zimbello della classe perché nessuno prestava attenzione a lei. Fuuka si sentiva invisibile agli occhi dell'intera scuola. Tutti quelli che lei considerava amici l'avevano abbandonata: non la invitavano più a uscire insieme a loro, neppure quelli del club artistico. La salutavano a stento e non le chiedevano neppure più informazioni riguardanti lo studio. A volte lei provava a inserirsi nei loro discorsi, ma trovava muri fatti di silenzio e di imbarazzo. Era come se il periodo durante il quale lei era stata male avesse alzato una barriera invisibile tra lei e i suoi amici. Fuuka aveva deciso di non avere la forza di provare a ricostruire la sua vita sociale, scegliendo di apprezzare invece il valore della solitudine.

Per questo, forse, Natsuki l'aveva avvicinata di nuovo e non aveva accettato la sua indifferenza.


La prima volta che si erano finte sue amiche, erano arrivate tutte insieme. Natsuki si era seduta di fronte a lei e le sue amichette si erano posizionate intorno al suo banco, La bulletta al centro e le altre due ai lati, come ombre, in una maniera che a Fuuka era sembrata quasi intimidatoria.

"Cosa fai di bello oggi pomeriggio?"

Presa in contropiede di fronte alla domanda inaspettata, Fuuka aveva risposto: "Niente di importante, devo solo studiare..." Se n'era pentita subito, appena aveva visto lo sguardo di vittoria sul volto di Moriyama.

"Allora vieni con noi? Facciamo shopping." Non le era servita una risposta. Le aveva stretto il polso un po' troppo forte e l'aveva strattonata fuori dall'aula e giù dalle scale senza neppure darle la possibilità di opporsi.

Fuuka si era lasciata trasportare dalle tre ragazze, le aveva seguite ed era salita sul treno con loro. Aveva riso quando Natsuki aveva iniziato a cantare a tutto volume le canzoni famose delle Idol, mimando un balletto sul treno insieme alle sue due amiche. Una volta scese, Moriyama l'aveva di nuovo strattonata per correre giù dalle scale, sotto lo sguardo un po' innervosito del controllore dei biglietti alla stazione. Erano state al centro commerciale di Paulownia, dove Fuuka aveva offerto loro dei frullati di frutta fresca che avevano bevuto insieme "In cambio della loro compagnia" e le aveva accompagnate a provare abiti alla moda e rossetti di colori sgargianti che lei non avrebbe avuto il coraggio di indossare nemmeno nella solitudine della sua stanza.

Tutto sommato non era stato un pomeriggio terribile come se l’era immaginato. Era da tempo che non intratteneva una conversazione libera con qualcuno della sua età e la sensazione le aveva risvegliato il desiderio di avere una vita sociale.

Era vero, le ragazze avevano dei modi un po' sgarbati e spesso Fuuka aveva avuto l'impressione che la stessero prendendo in giro, ma erano anche state gentili con lei, soprattutto quando una di loro aveva insistito perché lei provasse un abito rosso fuoco elegante, ma troppo vistoso per i suoi gusti e lei si era rifiutata. Natsuki le aveva sorriso e con una voce dolce e protettiva l'aveva confortata. "Non ti devi preoccupare, puoi indossare quello che preferisci. Questo lo provo io allora."

Più le ore passavano, più Fuuka si sentiva convinta che le ragazze forse non erano davvero delle bulle, ma semplicemente delle giovani esuberanti che davano un po' troppa importanza all'apparenza. Forse le aveva giudicate male, perché in fin dei conti nell'ultimo periodo lei era stata quasi sempre sola e un po' di compagnia l'aveva fatta sentire molto meglio. Aveva riso, cantato, corso lungo le vie della città e fin dentro casa. Per la prima volta da molto tempo si era sentita mancare il fiato per sua scelta e non per un malessere fisico.

Le due ragazze il giorno seguente l'avevano chiamata di nuovo per chiederle di uscire insieme a loro e Fuuka aveva tentato di rifiutare l'invito. Aveva deciso di tornare a frequentare il club artistico e l'aveva spiegato a Natsuki, che aveva accolto l'informazione con poco interesse. "Allora usciamo domani."

Oltre allo studio, Fuuka aveva davvero poco. Non era esperta di moda, non conosceva i marchi famosi, né tantomeno si interessava al tipo di musica che ascoltavano le ragazze della sua età, eppure quelle tre avevano continuato a invitarla. 

“Cosa volete da me?” Aveva chiesto il giorno prima.

Natsuki si era voltata, sorpresa per la domanda. L’aveva guardata come se la vedesse per la prima volta, uno sguardo di consapevolezza sopra le guance abbronzate e coperte di blush.

“Niente.” Aveva risposto. "Solo diventare amiche."


Era uscita di nuovo con loro, convinta che sarebbe stata un'esperienza leggera e divertente, ma si sbagliava. Natsuki l'aveva messa in imbarazzo per la prima volta sul treno. "Smettila di guardare quel ragazzo, Yamagishi. Non vedi che è troppo grande per te?" Aveva usato un tono di voce alto per fare in modo che un ragazzo di circa venticinque anni in piedi al suo fianco, intento a leggere un libro, si sentisse chiamato in causa e tutto il vagone la guardasse. La ragazza era arrossita e aveva passato il resto del viaggio con lo sguardo basso, pensando che non avrebbe pianto, perché non ne valeva la pena, era solo una battuta.

"Oh, scusa, era solo uno scherzo!" Le aveva detto Natsuki con aria innocente appena erano arrivate in stazione. Fuuka si era resa conto di avere sbagliato, ma sentiva di non avere modo di sottrarsi alla compagnia delle tre per quel pomeriggio. Si chiese se da allora in poi non avrebbe fatto meglio a restare direttamente a casa anziché recarsi a scuola. Forse avrebbe chiesto ai suoi genitori di poter fare gli esami in modalità privata, impegnandosi a studiare tutto il tempo, uscendo di casa solo per necessità. Ma non poteva rinunciare a tutto solo per una sciocchezza come quella. Desiderò diventare invisibile e non essere più costretta a vivere in quella società, era così stanca...

"Non te la sarai mica presa davvero?" Le aveva chiesto una delle due amichette. "Natsuki è così, le piace scherzare!" aveva minimizzato.

Fuuka era rimasta con loro e Natsuki aveva usato ogni pretesto per far sì che sia le sue amiche che i passanti ridessero di lei. Prima per la gonna sgualcita, poi per la bocca sporca, in seguito per l'espressione troppo seria. Si chiese se avrebbe mai avuto una via di uscita da quella situazione. Poteva andarsene, ma il giorno seguente sarebbe riuscita a dire loro di no? Non ne era sicura. Si chiese quali opzioni avesse e valutò che l'unica speranza che aveva era convincere le bulle che lei non era così facile da manipolare e da sottomettere. Dovette fare appello a tutto il suo sangue freddo e al suo desiderio di rivalsa per riuscire nell'intento.

Natsuki si era messa in coda per i Takoyaki. "Fuuka, questi li paghi tu, per la nostra compagnia."

"Sei tu che dovresti pagare me per averti sopportata fino ad ora." Le disse, seria. "Ah ah, sto scherzando, che divertente, vero?" Il silenzio che seguì fu la prova che Natsuki non si aspettava una risposta di questo tipo da lei.

"Credo che tornerò a casa, ora. Buon pomeriggio." Fuuka si era allontanata camminando in modo controllato, morendo dalla voglia di voltarsi a assicurarsi che le tre non la stessero seguendo. Cercò di inquadrarle sui riflessi delle vetrine, ma non cedette a voltarsi.

Solo quando salì sul treno si lasciò infine andare a un sospiro: ne era uscita, per ora. Sperava davvero che sarebbe bastato.

Quella notte fece uno strano sogno: lungo le strade illuminate dalla luna, non c'erano più persone, tutti si erano tramutati in bare, solo lei vagava senza meta in forma umana, come una salvatrice in grado di spezzare l’incantesimo che aveva imprigionato gli altri esseri umani.


Il giorno dopo Fuuka si alzò di buonumore, felice al pensiero della chiusura della scuola dei giorni seguenti in vista delle feste che le avrebbero permesso di rimettersi in pari con gli studi in tutta calma. Arrivata alla Gekkoukan aveva trovato Natsuki da sola ad attenderla al suo ingresso. Era di fianco al cancello della scuola. "Buongiorno Yamagishi." le aveva rivolto il saluto accennando un inchino, sul volto un'aria colpevole. "Mi dispiace davvero per ieri, non era nostra intenzione comportarci in modo così maleducato, ma a volte ci lasciamo un po' trasportare. Ti vogliamo chiedere scusa."

Fuuka era rimasta spiazzata da quel comportamento che avrebbe definito maturo e responsabile. Era rimasta a bocca aperta, chiedendosi quanto fosse sincero. "Non importa." Le rispose cercando di fingersi indifferente.

Moriyama si era congedata e Fuuka aveva passato le ore seguenti a seguire le lezioni del giorno, senza pensare più di tanto all'accaduto.

Stava per uscire dall'aula, quando una delle due amiche di Moriyama si era quasi scontrata con lei. "Natsuki mi ha chiesto di invitarti in palestra. Dice che è per chiarire e ci tiene molto. Visto che stai uscendo, se vuoi puoi andare lì direttamente, noi ti raggiungiamo subito."

Fuuka non era certa di volerle ascoltare, aveva camminato lenta, quasi certa che le tre avrebbero di nuovo tentato di farla sentire in colpa, oppure l'avrebbero umiliata con un nuovo scherzo crudele. La speranza però ebbe la meglio e la ragazza decise di assecondare la loro richiesta, in fin dei conti cosa avrebbero potuto farle a scuola? Era pieno di persone che avrebbero potuto sentirla, se non in palestra di certo appena fuori, non erano mica delle criminali, solo delle bullette innocue che lei desiderava tanto considerare delle amiche.


Entrò nel grande stanzone e si mise seduta su uno dei gradoni di fronte alla rete. Erano rivestiti in linoleum e coperti di piccoli elementi in gommapiuma che li rendevano un ottimo posto per leggere e rilassarsi. Fuuka aprì il suo libro e iniziò a leggere. Concentrata nella lettura, non si rese conto di quanto tempo fosse passato, forse una ventina di minuti. Fuuka sbuffò e si alzò, chiuse il libro e lo ripose nel suo zaino per poi alzarsi in piedi e dirigersi verso l'uscita. "Chiedermi di venire qui per poi non presentarsi neppure, che bello scherzo del cavolo." Si lamentò, sapendo che nessuno poteva sentirla. Quando abbassò la maniglia della porta, però, essa non si mosse. Un brivido freddo le corse lungo la schiena: era rimasta chiusa dentro. Bussò forte sulla porta. “C’è qualcuno? Sono rimasta chiusa qui! Apritemi per favore!” Ma dall’esterno ricevette in risposta solo silenzio.

Prima che il panico si impossessasse di lei, Fuuka tentò di ragionare.

Punto primo: era in una scuola, c'era di sicuro un modo per uscire, per esempio una uscita di sicurezza.

Punto secondo: era possibile che ci fosse un dispositivo per chiamare l'esterno.

Punto terzo: quella non era l'unica porta presente nell'edificio.

Respirò profondamente e promise a se stessa che non avrebbe mai più ignorato il suo sesto senso. "Certo, diamo a tutti il beneficio del dubbio, vedi poi come va a finire!" Questa volta a voce più sostenuta.

Provò la seconda porta, ma anche quella era chiusa. L'uscita di emergenza che dava sul campo sportivo invece era stata bloccata dall'esterno con un cacciavite. "Le hanno davvero pensate tutte..." Martellò coi pugni sulle porte sperando che qualcuno la sentisse, ma non c’era anima viva lì intorno. La speranza aveva iniziato ad abbandonarla, ma non tutto era ancora perduto. Raggiunse il citofono e cercò il codice per chiamare l'ingresso della scuola, ma con orrore si rese conto che anche quello era stato staccato. Era persino peggio: non c'era corrente in palestra. Presto sarebbe calata la sera e lei non aveva modo di uscire.

Si sedette di fianco al citofono e si lasciò andare alla disperazione. Pianse di rabbia e di frustrazione. Pianse contro Natsuki, che l'aveva messa in quella condizione, ma anche contro se stessa, perché era stata una stupida ad averle creduto, si era messa in pericolo con le sue stesse azioni sconsiderate. Pianse perché sapeva che i suoi genitori non l'avrebbero cercata. Quel fine settimana sarebbero stati fuori città per una conferenza e in genere non la chiamavano, quindi era possibile che non si sarebbero accorti della sua assenza fino al lunedì successivo, quando si sarebbero resi conto che non era tornata a scuola.

Non aveva con sé un orologio, né aveva idea di che ora fosse quando finalmente riuscì a trovare la forza di guardarsi di nuovo attorno e di valutare le sue opzioni.

"Ridimensiona, Fuuka," si disse, sentendosi meglio nel riuscire a verbalizzare i suoi pensieri a voce alta: "Sei nella palestra della scuola. È vero che sei bloccata qui, ma hai tutto quello che ti serve per sopravvivere fino a lunedì: hai un bagno, puoi perfino farti una doccia, hai coperte, perfino medicinali, in più nei cassetti dell'infermeria ci sono le barrette energetiche che ha messo qui Nishiwaki per il team di atletica. Hai un buon libro da leggere, cibo da mangiare e acqua da bere. Puoi stare tranquilla: sei in completo controllo della situazione."

Non ci credeva, come era ovvio, ma era altrettanto ovvio che le sue considerazioni fossero sensate: non correva rischi immediati e non avrebbe avuto problemi a stare lì dentro in solitudine fino a quando qualcuno non fosse venuto a prenderla. Era anche possibile che una guardia passasse a controllare l'edificio scolastico nel corso della notte e la trovasse lì. In quel caso il problema più grande sarebbe stato spiegare al vigilante cosa ci facesse lì e sperare che le credesse. Era tutto così assurdo…

Doveva credere nella buona sorte e sperare, di sicuro chiusa lì dentro era più sicura che in giro per le strade della città.

Cenò con un paio di barrette e cercò un luogo dal quale poter avere una buona visuale sulla palestra in cui riposarsi per la notte. Trascinò uno dei materassi in gommapiuma, in genere utilizzati per il salto in alto, vicino alla porta di emergenza e si stese lì, dove la luce del sole stava lasciando il posto alla semioscurità della notte di luna quasi piena.

Fuuka pensava che non sarebbe riuscita a dormire, invece dopo qualche ora cedette al sonno.

Fu al suo risveglio che iniziò a vivere l'inferno.

All’improvviso udì un fischio forte e gracchiante. Si sentì risucchiare nelle pareti della palestra, il suo corpo si sollevò e Fuuka si aggrappò d'istinto al pesante materasso e alla coperta che aveva preso dall'infermeria. Cosa stava accadendo? Era forse un sogno?

Intorno a lei la palestra si stava trasformando: le pareti alte e bianche si stavano restringendo, il colore sempre più vicino a quello del sangue. Sentiva un lamento intorno a lei, come un pianto cantilenante che sembrava provenire dall'interno delle pareti, dalle quali stavano iniziando a uscire escrescenze che ben presto assunsero le sembianze di nasi, occhi, bocche e interi volti umani. Il vortice di energia prese forza e la ragazza lasciò andare il materasso.


L'anno prima Fuuka si era recata a un parco dei divertimenti insieme ai suoi amici, insieme avevano deciso di fare un giro sull'ottovolante. Ricordava la sensazione di paura mentre osservava dritto di fronte a lei e il senso di nausea e impotenza mentre il suo vagone si muoveva veloce lungo i binari, la sua testa che sbatteva contro la protezione imbottita, la sensazione di sentirsi spinta in ogni direzione, di non avere controllo sulle proprie sensazioni, mescolate nel vortice di adrenalina. Era scesa con addosso un senso di libertà che non riusciva a definire, aveva lo stomaco sottosopra, ma era felice per avere affrontato le sue paure e per avere vissuto quell'esperienza, nonostante tutto aveva promesso a se stessa che non l'avrebbe mai più ripetuta.


In quel momento si sentiva come allora, ma ogni sensazione negativa era amplificata all'impossibile. Aveva sbattuto contro il pavimento con forza, come se qualcosa l'avesse lanciata a terra. Le braccia e le ginocchia le dolevano, tentò di muoversi e a un primo esame pensò di non avere ossa rotte. Si mise seduta e osservò il luogo in cui si trovava, pensò che fosse una sorta di casa degli orrori. Una luce viola fioca illuminava le pareti, ricoperte da volti mostruosi, per il resto pareva di essere all'interno del corpo di una creatura gigante: escrescenze simili a tendini si snodavano attraverso le pareti, a tratti occupando anche il pavimento. Non c'era ordine, solo caos inumano. Dal pavimento salivano quelle che Fuuka avrebbe potuto definire candele accese di luce viola, formate da venature fini che parevano organiche.

Non era in grado di descrivere ciò che aveva intorno, perché non aveva mai visto niente del genere in vita sua.

"Deve essere un sogno..." Sussurrò.

Prese a camminare lenta, cercando di fare meno rumore possibile. Avvicinò una mano a una delle escrescenze luminose provando a comprenderne la consistenza. Tutto in quel luogo era inquietante e impossibile: la luce viola non era una fiamma, né una lampadina. Era sbagliata: era come se qualcuno avesse tentato di riprodurre una lampadina senza averne mai vista una e il risultato era qualcosa di singolare che le fece venire la pelle d'oca. Non si fidò a toccare quello strano oggetto luminoso, ma posò le dita sulla base sottostante, la cui consistenza era tiepida, quasi simile alla pelle umana.

Che fosse stata ingoiata da un mostro?

Tartarus.

La parola le risuonò nella mente.

Ora ti devi muovere, qui non è sicuro, loro stanno arrivando.

La voce era dentro di lei. Fuuka si guardò intorno per qualche istante.

Forza, scappa! Non farti vedere da loro.

Non era certa di chi fossero loro, ma sapeva che avrebbe fatto meglio a seguire il consiglio. Si fece forza e riprese a camminare. Sapeva d'istinto dove andare. Fece qualche passo in direzione di una rientranza nella parete le lo vide: la creatura strisciante era una sorta di fantasma: un'ombra scura simile a un ammasso di petrolio viscido con lunghe braccia minacciose protese verso l'alto. I suoi grandi occhi bianchi avevano le pupille tonde dilatate, ma non parevano vederla, sembrava costretto a un movimento maledetto, a vagare all'infinito nell'inferno in cui era finita anche Fuuka stessa. Si chiese se prima o poi non sarebbe finita anche lei con l'assomigliargli.

Resta nascosta.

Di nuovo quella voce. Fuuka restò immobile, nascosta nel punto più oscuro di quel luogo terrorizzante.

Non è un sogno, devi stare nascosta.

Si chiese di chi fosse quella voce. Capì il gesto che spesso aveva visto nei film, quando i protagonisti si davano un pizzicotto sul braccio per capire se fossero svegli oppure no. Ci provò anche lei, domandandosi se il dolore che sentiva fosse in effetti reale oppure se anche quello facesse parte dell'incubo che, ne era ancora quasi certa, stava vivendo.

Una parte di lei portò alla sua mente l'idea di chiamare uno di quei mostri e sfidarlo.

No, non è saggio. Non potrei difenderti...

L'amarezza nella voce la convinse a continuare a stare nascosta.

"Devo trovare un'uscita..." sussurrò, sperando in una risposta.

Così non riuscirai a uscire, devi prima accettare la realtà, accettare che io faccio parte di te.

Fuuka non capiva il significato di quelle parole. "Ma tu chi sei?"

Io sono te. Non posso dirti il mio nome, lo devi trovare da sola.


Un rintocco risuonò tutto intorno a lei e il muro che aveva di fronte a sé si aprì in un lungo corridoio. Le pareti che fino a prima apparivano solide avevano preso vita, alla sua sinistra sentì un forte lamento e la ragazza fece un salto in avanti quando notò che la parete si era protesa verso di lei e un grumo di filamenti simili a un ammasso venoso stava salendo dal terreno in sua direzione. Non doveva farsi prendere. Prese a camminare lenta, tenendosi per quanto possibile distante dalle pareti.

Attenta! C'è un'ombra, è dietro l'angolo.

Fuuka la sentiva, tornò indietro e continuò a camminare in cerca di una via di uscita. I corridoi terminavano quasi tutti in vicoli ciechi e più di una volta Fuuka fu costretta a nascondersi in anfratti stretti, cosparsi di bolle simili a materiale purulento.

L'odore negli stretti corridoi a volte però non era così terribile, le ricordava quello della sua stessa scuola: lungo un corridoio aveva sentito il profumo del grande cachi situato fuori dalla palestra, uno dei vicoli ciechi invece le avevano portato alla mente le tempere e gli acquerelli che utilizzavano al club artistico.

I piedi le facevano male, il dolore alle ginocchia la costringeva a trascinarsi più che a camminare, ma Fuuka continuava a provare, doveva esserci una via di uscita. Quando arrivò ai piedi di una scala, si chiese se avesse senso provare a salire. A pensarci bene, quello le sembrava un luogo sotterraneo, quindi decise di tentare.

Percorse i gradini lentamente, cercando di percepire eventuali ombre celate intorno a lei, che si sentiva vulnerabile in quel luogo aperto, dal quale poteva vedere l'immensità del labirinto dall'alto.

Appena giunse in cima, fece qualche passo in avanti. Si guardò intorno: era tutto identico al piano inferiore. Percepì un rumore alle sue spalle e si rese conto che le scale non c'erano più. Erano state sostituite da un ammasso di venature e ingranaggi sgangherati.

"Cosa..."

Non fermarti qui, non è sicuro.

Cauta, esplorò il piano del labirinto in cui era capitata, che cambiò di nuovo sotto i suoi occhi allo scoccare del rintocco. Fuuka iniziò a pensare che le modifiche alla struttura del labirinto fossero legate al passare del tempo, anche se le pareva scorrere più lento in quel luogo maledetto.


All'ennesimo rintocco, Fuuka si chiese se non avrebbe fatto meglio a sedersi e attendere che una delle ombre la trovasse. Aveva sete, era stanca e, se i suoi calcoli erano esatti, era lì dentro da almeno sei ore. Se ancora non aveva trovato un'uscita, forse doveva arrendersi alla realtà che non ce ne fosse una, era possibile che sarebbe morta lì dentro. Che senso aveva continuare a sopravvivere?

D’improvviso seppe che non era più la sola umana in quel luogo desolato, percepì una variazione nella struttura alla base, come se qualcuno l’avesse attraversata con consapevolezza. Ebbe la certezza di dove fosse l’uscita - alla base della torre - e dell’aspetto del Tartarus, come l’aveva chiamato la voce.

Sono arrivati, sono qui vicino...

Li sentiva: altri esseri umani erano intorno a lei, poteva percepirne i movimenti sotto di lei. Non erano vicinissimi, ma si muovevano in fretta e stavano salendo. Erano almeno in quattro.

Ti troveranno, vedrai.

Fuuka continuò a restare nascosta, muovendosi tra le ombre ed evitandole grazie al suo sesto senso e a quella voce nella sua testa. Una luce guida che l'aveva protetta nel suo girovagare inconcludente nel labirinto.

"Mitsuru, non riesco a sentirti... Hai detto che è qui vicina?"

Una voce maschile, non le suonava nuova. La ragazza iniziò a camminare con prudenza verso di lui.

"Mitsuru, dove dobbiamo andare?"

Esistevano davvero. Di fronte a lei c'erano quattro ragazzi in divisa. "Yamagishi, sei tu? Stai bene?"

Erano lì perché cercavano lei? Significava che loro conoscevano la strada per uscire dal labirinto?

"Non so cosa... Voglio solo tornare a casa."

"Ora andiamo, resta con noi. Ci sono alcune cose che devi sapere."


Questo è il tuo destino.


Di nuovo quella voce, Fuuka sapeva che le stava dicendo la verità e presto avrebbe compreso meglio a cosa si riferiva. In quel momento però desiderava solo tornare a casa.


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Fandom: Persona 3
Personaggi: Makoto Yuki
Prompt
 - singolarità: Il fatto di essere singolare, qualità di chi o di ciò che è singolare (nei varî sign. estens. e fig.); particolarità, eccezionalità, originalità, stranezza.

il carattere di irripetibilità, inconfondibilità, unicità, proprio del singolo, del soggetto personale

Partecipa al COWT 14 per M2


L'occhio del ciclone.

“Sei unico, il tuo è un potere speciale”.

Le parole di Mitsuru risuonavano nella sua mente senza tregua, ogni volta che viaggiava solo sulla funicolare.

Il primo giorno di scuola dopo le vacanze estive era ormai dietro l’angolo e lui aveva deciso di prendersi la giornata per girare senza meta, senza prendersi impegni particolari.

Il giorno precedente aveva incontrato Takaya al tempio. L’uomo gli aveva consegnato quel biglietto dal contenuto poco chiaro e Makoto si era chiesto di nuovo se Mitsuru e il capo gli stessero nascondendo più di quanto volesse ammettere.

Solo pochi giorni prima aveva combattuto al fianco di Takaya e ne aveva potuto osservare la potenza. Si era chiesto perché tutti i Persona User in grado di combattere fossero giovani come lui, per quale motivo non ci fossero altri adulti come Takaya a difendere la popolazione e a cercare di proteggere la popolazione. 

C’era qualcosa che non andava, ma per quanto si sforzasse, Makoto non riusciva a comprendere chi stesse guadagnando da quella situazione.

A volte si sentiva troppo stanco persino per alzarsi per andare a scuola, i rapporti con gli altri erano diventati più simili a impegni che a momenti piacevoli passati in compagnia di amici a cui si sentiva legato.

Makoto però sentiva di doversi sbrigare a formare legami con chi aveva intorno, doveva farlo prima che fosse troppo tardi.

Tardi per cosa? Si chiedeva quando il pensiero lo sfiorava, ma cercava di smettere di pensarci e si concentrava su pensieri concreti, tangibili, urgenti.

Mancavano ancora cinque ombre alla fine della loro avventura. Cinque mesi e il Tartarus sarebbe svanito per sempre, almeno così speravano tutti. La fine di una breve parentesi della sua vita.

Pharos gli era apparso in sogno la notte precedente e l’aveva avvertito di nuovo. 

Ogni volta che gli appariva, Makoto provava un enorme senso di inquietudine, perché ormai era certo che quel ragazzino fosse un messaggero oscuro che stava annunciando la fine della vita come sempre l’avevano vissuta, se non la fine del mondo intero e la distruzione totale dell’umanità.

Makoto sentiva di doversi sforzare sempre di più per trovare l’energia che tutti si aspettavano da lui: sempre a combattere, sempre in prima linea, ma la verità era che la motivazione lo stava abbandonando, il suo unico desiderio era riposare, smettere di pensare, ritirarsi e pensare alle frivolezze che i ragazzi della sua età consideravano importanti. 


La sua unicità l’aveva messo al centro della missione dei S.E.E.S., costringendolo a non avere la possibilità di mollare e di vivere in modo sereno la sua vita, come un normale studente. 

L’ultima volta che erano andati a combattere, Sanada era rimasto a casa a riposarsi dopo la sua ennesima vittoria in uno dei suoi  match di boxe. Si era concentrato sulla sua vita fuori dai S.E.E.S. e nessuno si aspettava che facesse diversamente.

Ma lui… Makoto non poteva sottrarsi al ruolo di leader che gli era stato assegnato all’inizio sulla base della sua abilità promettente nel combattimento. Decisione che in seguito era diventata un’imposizione quasi naturale per lui, che a detta di tutti. Lui, la singolarità, il prescelto tra i prescelti, che invocava ogni Persona con facilità,  grazie alle caratteristiche che tutti gli altri continuavano a definire uniche.

Pensò ad Aigis. Quando l’avevano incontrata gli aveva detto che lo stava cercando, che si era risvegliata proprio a causa della sua presenza, della sua vicinanza a lei, ma a Makoto questa dichiarazione aveva suscitato solo un profondo senso di inquietudine.

“Devo starti vicino e proteggerti sempre.” Gli aveva riferito. Aigis era diventata la sua ombra nel Tartarus, si risentiva sempre quando veniva lasciata indietro e i suoi occhi robotici lo cercavano in ogni istante, anche quando dormiva.

“Ti sento, so se stai bene. Il mio posto è sempre con te.”


Anche lei era unica: un essere senziente dalle sembianze simili a quelle di una ragazza, dalla mente robotica e razionale, dal corpo metallico e dotato di armi letali. Il cui scopo unico e dichiarato sarebbe dovuto essere quello di combattere le ombre, che invece era mossa dal desiderio incondizionabile di proteggere Makoto.


Perché proprio lui? Continuava a chiedersi senza che la risposta arrivasse.

Di nuovo, si era domandato cosa sarebbe successo se lui fosse sparito. Se avesse preso un treno per andare via da lì e non avesse dato spiegazioni. 

L’avrebbero cercato?
Sarebbero stati preoccupati per lui, o la loro priorità sarebbe stata la missione? 

Aigis l’avrebbe davvero trovato senza bisogno di sapere dove fosse?


Il treno aveva appena superato la fermata di Dekijima, presto sarebbe arrivato a Osaka.

Makoto aveva in programma di fare un giro lì intorno, senza una meta precisa.

Si sentiva in colpa per essere partito, come se fosse fuggito dalle sue responsabilità coi S.E.E.S., anche se in fin dei conti non stava facendo altro che una breve gita.


Ricevette un messaggio da Junpei che gli chiedeva se stesse ancora dormendo. 

“No, sono in giro, sto andando a Osaka.”

Scrisse il messaggio, ma si fermò appena prima di inviarlo. Si morse un labbro mentre metteva in ordine i pensieri: Makoto aveva in programma di fare un giro lì intorno, senza una meta precisa. 

Con un sospiro di liberazione premette il pulsante di invio.

“Wo! Osaka! La prossima volta ci andiamo insieme!”

Come immaginava, nessuno lo considerava un traditore.


Scese dal treno a Ebisucho, visto il caldo della giornata pensava che visitare il Santuario Sumiyoshi Taisha fosse la scelta migliore. La frescura dell’ombra del bosco gli avrebbe dato sollievo dal caldo torrido di Port Island.


Sperava anche che la calma del tempio lo aiutasse a sentirsi meno inquieto.

Meno necessario. Si sentiva come un eroe fragile, il punto fermo attorno a cui tutto stava accadendo.  L'occhio del ciclone attorno a cui tutto si distruggeva.

“Ti abbiamo aspettato per dieci anni,” così aveva dichiarato il capo. “Se non fossi arrivato tu, non ce l’avremmo mai fatta.”


Camminò fino al tempio, ne ammirò i quattro edifici antichi in legno, verniciati di rosso acceso come da tradizione, rialzati e protetti dalle caratteristiche ringhiere rosse. 

Si immaginò come sarebbe stato lui se avesse fatto parte della struttura del tempio: un edificio troppo grande, sghembo, costruito alla rovescia. Un elemento che avrebbe tolto armonia al luogo, catturando l’attenzione di tutti. 

L’armonia era nel gruppo di edifici uguali, nella ripetizione. La forza era nel gruppo.

Alzò lo sguardo: il bosco, fitto, permetteva ai fedeli di pregare, così come consentiva a lui di non soffrire troppo il caldo. Forse era quello il suo ruolo: essere il ristoro, contribuire nella sua singolarità a fare parte del gruppo, a proteggerli, a guidarli nella raggiunta della fine, qualunque essa fosse, così come loro proteggevano lui. 


Al suo ritorno al dormitorio si sentiva rinfrancato, pensando che ciascuno ha la parte che il destino gli riserva. A lui era stata destinata l’unicità che lo rendeva un buon leader e avrebbe fatto la sua parte.


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Fandom: Persona 3
Personaggi: Shinjiro, Kotone Shiomi, S.E.E.S.
Incipit: Entrò nella stanza chiedendosi perché lo stesse facendo.
Partecipa al COWT 14
One shot, what if?


La guarigione di un fiore appassito

Entrò nella stanza chiedendosi perché lo stesse facendo. Shinjiro la richiuse dietro di sé tenendo gli occhi chiusi. Prese fiato prima di guardarsi intorno e nel farlo sentì il suo profumo.
Che profumo? Si chiese, ma non sapeva distinguere i fiori e le essenze che lo componevano. Conoscendo Kotone, era probabile fosse un bagnoschiuma che aveva preso al supermercato. A lui ricordava la primavera, gli alberi fioriti e il calore tiepido del sole sulla pelle.
Quante volte si era domandato perché lei avesse insistito nell’approfondire il loro rapporto, quando lui aveva usato tutte le sue forze per tenerla a distanza, lei e tutti gli altri.

Il coma nel quale era caduto per lui non era stato che un sogno, neppure tanto lungo a dirla tutta. Si era svegliato e lei era seduta di fronte al letto, leggeva a voce alta un libro che lui non conosceva, era seduta rivolta alla finestra, la testa appoggiata a uno dei braccioli della poltrona, una gamba ciondolava sull’altro. “Cosa leggi?” Le aveva chiesto.
Quando i loro occhi si erano incontrati, Shinjiro l’aveva vista stanca come mai prima di allora.
Era rimasta a bocca aperta per qualche istante, prima di cominciare a parlare. “Pensavo che non ci saremmo mai più visti in questa vita.” Il suo sorriso così sincero l’aveva spinto a tentare di andarle incontro, ma il suo corpo non aveva risposto come avrebbe dovuto: il braccio aveva scostato il lenzuolo a fatica, il resto del suo corpo era rimasto immobile. Si era lasciato sfuggire un sibilo di dolore e frustrazione.
“No, stai fermo, arrivo!” Aveva urlato Kotone, alzandosi di scatto e rischiando di cadere dalla poltroncina scomoda dell’ospedale.
Gli si era avvicinata a braccia aperte, Shinjiro ricordava ancora il suo abbraccio caldo, la delicatezza delle sue mani mentre sistemavano il lenzuolo, gli accarezzavano il viso.
Si chiese perché fosse ancora lì, di fronte a lei. Proprio quando si era convinto di avere accettato la morte, si era ritrovato a sperare di potere vivere.
Con fatica, Shinjiro alzò le mani e le posò sul viso di Kotone, che non si oppose, neanche quando il suo viso si avvicinò di più, neanche quando portò le sue labbra alle sue fino a baciarla.


Shinjiro strinse i pugni. Un tempo si sarebbe abbandonato alla rabbia, ma era cambiato da quando l’aveva vista morire: Kotone si era addormentata tra le sue braccia e non si era più svegliata. Le aveva promesso che avrebbe continuato a vivere, che le avrebbe raccontato ciò che avrebbe visto una volta dall’altra parte, perché ormai lui era certo che ci fosse un’altra parte, oltre alla vita. Non poteva credere che tutto smettesse semplicemente di esistere.

Aprì gli occhi e si lasciò inondare di ricordi: il computer sulla scrivania, le sue cuffie, i libri e la matita gialla con cui una volta gli aveva scritto un biglietto. “Stasera usciamo, non andare in giro, aspettami! Kotone.” Lui l’aveva gettato nella spazzatura, che sciocco.
Il suo zaino posato sulla sedia, la giacca invernale appesa al gancio.
Shinjiro aprì l’armadio e prese la sciarpa rossa che spesso indossava. La strinse tra le mani e si distese sul letto, pianse fino a dormire.

Quando si svegliò, fuori era buio. Shinjiro si alzò e si mise in ascolto: poteva sentire in lontananza le voci di Junpei e di Akihiko. Non avrebbe potuto evitare di vederli. Prese la matita gialla e la ripose nella tasca della giacca, mise al collo la sciarpa e uscì dalla stanza.

Scese le scale cercando di fare rumore per annunciare la sua presenza. Non voleva che qualcuno si spaventasse nel trovarselo di fronte come era già successo in passato.
“Shinji-” Mitsuru fu la prima ad avvicinarsi. “Come stai? Sono passati… giorni.”
Lui annuì. “Sono passato a prendere… un ricordo.” Indicò la sciarpa.
“Hai fatto bene a tornare.” Akihiko si avvicinò lentamente, come si fa con le creature selvagge quando non si vuole che scappino. “Resti con noi per cena? Stiamo preparando un… non so cosa in effetti, ma ce n’è anche per te.”
Desiderava andare via, continuare ad aggrapparsi al suo lutto e al dolore che provava in ogni istante, ma annuì e si lasciò guidare al tavolo dai suoi amici. “Grazie dell’invito.”
“Dove stai dormendo?” Mitsuru era sempre stata diretta.
“Ho dormito così tanto che ultimamente non ho molto sonno.” Tentò di scherzare, ridacchiando in modo forzato.
“Dormi qui, allora.”
Di nuovo, Shinjiro si ritrovò ad annuire.
Era certo che Akihiko desiderasse fargli un centinaio di domande, lo osservava mentre preparava la tavola. Sembrava nervoso, preoccupato, ma felice di vederlo.
Shinjiro si schiarì la voce: “Chi avrebbe mai immaginato che sarei arrivato vivo oltre il vostro diploma? Eppure eccomi qui!”
“Stai prendendo qualcosa?” Akihiko aveva un tono serio.
“No, da quando mi sono svegliato non ho preso i soppressori, né altro. Devo ammettere che mi sento un po’ meglio da quando è tutto finito.”
“Bene,” Mitsuru sorrise e alzò lo sguardo con prudenza prima di continuare. “Domani chiamo qualcuno, vorrei fare dei controlli con un medico per capire se è possibile aiutarti, se vuoi.”
“Mmh- ti ringrazio. Non ti prometto che mi farò di nuovo trattare come un esperimento da laboratorio, ma apprezzo per la proposta.” Shinjiro avrebbe voluto rispondere che non gli interessava della sua vita, che non se ne sarebbe fatto niente di sapere se sarebbe vissuto oppure no, ma doveva la sua vita a Kotone e l’avrebbe rispettata, avrebbe fatto del suo meglio per togliersi di dosso quel senso di colpa che si stava portando dietro da ormai troppo tempo. “Farò del mio meglio.”

Le cose non stavano andando così male. Shinjiro aveva iniziato la sua riabilitazione nell'ospedale dove era stato ricoverato durante il coma, inoltre aveva accettato l'aiuto di Mitsuru. Gli avevano fatto una quantità enorme di esami, aveva dovuto seguire diverse terapie per sopportare il dolore e per tentare di far regredire i suoi sintomi.
Dopo sei mesi, finalmente Shinjiro poteva dire di stare abbastanza bene. L'Ora Buia non esisteva più ormai, e la vecchia vita dei S.E.E.S. era rimasta nel passato.
I medici gli avevano spiegato che la sua condizione era migliorata proprio in virtù di questo mutamento nella realtà, che si era ripercosso anche nella sua condizione fisica.

Il telefono iniziò a vibrare e Shinjiro lesse il nome di Mitsuru, si sentivano spesso, ma in genere lei non lo chiamava. "Pronto, come va?"
"Ciao, direi che va bene! Ho sentito le buone notizie, pare che resterai con noi ancora un po' di tempo."
"Pare di sì, la terapia sembra funzionare, anche il dolore è diminuito parecchio."
"Io ti ho chiamato perché, lo sai: dobbiamo liberare la stanza. Io non vorrei, ma... Volevo chiederti se vuoi farlo tu, se desideri tenere qualcosa." Se lo aspettava. Immaginò quando la sua amica avesse aspettato prima di chiamarlo.
"Ci vediamo stasera."

Entrò per l’ultima volta nella stanza di Kotone sperando di ritrovare ancora il suo profumo nell'aria, che la sua presenza fosse ancora tangibile negli oggetti della stanza. Era passato troppo tempo, però, infatti il profumo era svanito. La stanza odorava di polvere, infatti il ragazzo aprì la finestra. Iniziò a riempire lo scatolone coi suoi libri, scorrendone le pagine in cerca di un appunto, di una frase. Aprì il cassetto della scrivania e cominciò a riporre gli oggetti. Si sentiva quasi in colpa per la sua intrusione, frugare tra le sue cose era sbagliato, ma lei non c'era più e non sarebbe tornata a sgridarlo.
Dentro il cassetto più piccolo c’era un contenitore con il simbolo dei S.E.E.S. disegnato a mano. Shinjiro lo aprì, rivelando delle lettere indirizzate a ciascuno di loro.
Prese la sua e si lasciò cadere a sedere sul letto. Le sue mani tremavano mentre strappava la busta.

Caro Shinjiro,
in questo momento stai dormendo. So che dormirai ancora a lungo, ma sono certa che un giorno ti sveglierai e forse chiederai di me. Io però in questi giorni mi sento molto stanca. Non sono certa che ci rivedremo. Sembra che gli altri si stiano dimenticando di ciò che è successo, temo che anche la mia memoria presto svanirà dalla loro mente e io, l'ora buia e il motivo per cui tu sei in coma diventeranno una domanda alla quale non saranno in grado di rispondere. Forse è meglio così. Nel cuore, spero che anche tu mi dimenticherai e vivrai nella serenità fino alla vecchiaia. La lettera è per me. Sono io che voglio dirti addio, vorrei che tu sapessi che senza il tuo pensiero, forse io sarei già svanita dai ricordi e dal mondo.
Strano il destino, vero? Né io, né tu abbiamo chiesto di avere un ruolo nella storia del mondo, invece eccomi qui a chiedermi perché proprio io.
Però sono contenta, sai? Perché anche se voi non saprete chi sono, io potrò portarvi tutti nel mio cuore. Saprò che ho contribuito a permettere agli altri e spero anche a te di vivere.
Mi mancherai, Shinjiro.
Tua, Kotone.


Shinjiro finì di riporre i suoi oggetti nelle scatole e uscì dalla stanza. “Ciao, Kotone.”
Chiuse la porta con un sorriso, e scese le scale. Non l’avrebbe mai dimenticata, ma proprio come lei stessa gli aveva chiesto di fare, non si sarebbe più fermato a rimpiangerla.
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Fandom: Persona 3
Personaggi: Mitsuru Kirijo, Akihiko
Genere: Introspettivo
Prompt: Orologio
Partecipa al COWT 13
La Dark Hour non c'è più, ma non è facile dormire sereni quando si sa che il tempo a volte può sparire.


L’ora che svanisce

Il sole stava tramontando sul mare. Mitsuru osservò l’orologio: erano le otto e un quarto, aveva ancora tempo.
Puntò lo sguardo sul sole rosso della sera pensando che non avrebbe dovuto farlo, perché si sarebbe solo rovinata gli occhi. Non le importava, però, perché il dolore che sentiva, contrastato dal suo corpo grazie alle lacrime che stavano cercando di lenire la cornea, non era che un sintomo naturale dovuto al suo sforzo di guardare la luce, e lei in quel momento aveva un bisogno disperato di essere a contatto con la realtà.
Dopo poco chiuse gli occhi, sconfitta: non aveva senso resistere, ormai lo aveva capito.

Per quanto fosse strano e sciocco ammetterlo, le mancava la Dark Hour. Almeno quando erano nel Tartarus lei valeva qualcosa, era utile a qualcuno. Ricordava come avesse passato le prime notti dopo la fine di tutto a fissare l’orologio, a osservare l’arrivo della mezzanotte fremendo all’idea di ciò che era stato, sempre immaginando che tutti intorno a lei si fermassero e lei tornasse a diventare l'artefice del destino dell'umanità e fosse costretta a combattere ancora per proteggere i cittadini comuni, che ignari di tutto continuavano le proprie vite.
Quando la mezzanotte scoccava, la ragazza andava alla finestra del condominio studentesco nel quale viveva e guardava fuori: niente bare, solo qualche persona che sghignazzava o chiacchierava. Di giorno controllava i giornali: niente strane sindromi, niente gente perduta.
Mitsuru non riusciva più a dormire. Per lei la notte era un susseguirsi di secondi, minuti, ore durante il quale lei osservava le lancette dell’orologio da parete rincorrersi, superarsi, nella prova tangibile che la Dark Hour non c’era più.

Continuava a cavarsela bene nello studio, ma poco a poco si era rassegnata a cambiare le sue routine, perché non riusciva più a vivere il giorno e la notte come tutti gli altri: andava a scuola come tutti, ma al suo ritorno andava a dormire. Si svegliava la sera, quando gli altri cominciavano a prepararsi per riposare, faceva colazione e studiava. Passava la notte in silenzio, per non farsi sentire e per non far capire ai vicini quanto fosse strana. I suoi compagni di corso la invitavano a studiare insieme, in fin dei conti era una Kirijo, una delle studentesse coi voti migliori all’università, perché non avrebbero dovuto desiderare di passare del tempo con lei?
Se solo avessero saputo la verità, Mitsuru era sicura che avrebbero pensato che fosse pazza e forse lo era: era ossessionata dal tenere traccia del passare del tempo e non c’era un solo istante nella sua vita in cui lei non avesse il suo orologio a portata di mano.
Ormai erano passati mesi da quando Makoto si era addormentato per sempre, abbandonando tutti gli altri SEES con i quali aveva combattuto senza risparmiarsi.
Era ancora in coma, proprio come Shinjiro. Forse un giorno almeno uno di loro si sarebbe risvegliato, pensava, ma sapeva che le speranze erano flebili. In ogni caso continuava a pagare l’ospedale perché i suoi amici continuassero a stare lì, nel loro sonno innaturale, nella serenità apparente che era stata causata proprio dalla sua famiglia.

Gli incubi popolavano le sue giornate: sognava di non accorgersi che il tempo era fermo, di trasformarsi in una bara come capitava a tutte le persone normali durante la Dark Hour. Spesso avrebbe giurato di vedere un movimento strano della lancetta, come se qualcosa fosse cambiato da un secondo all’altro, ma dopo un po’ si era convinta che fosse tutto nella sua mente. Aveva messo telecamere in giro per il suo appartamento, contatori meccanici indipendenti per non perdere neppure un secondo. Quando controllava tutti i suoi aggeggi tecnologici però non riusciva a rassicurarsi, anche se non dimostravano anomalie.

Si era chiesta spesso cosa provassero le persone comuni quando si addormentavano per un’ora ogni singola notte, ma non aveva trovato ancora risposte soddisfacenti.

Avrebbe desiderato tanto tornare a vivere come gli altri, come una persona comune. Non ci riusciva, perché anche se il Tartarus non c’era più, continuava a pensare che fosse sempre lì e che lei semplicemente non riuscisse più a percepirne l’esistenza, come non sentiva più la sua Persona che le era stata vicino per così tanto tempo da considerarla una parte di lei. Lo era in effetti. Lo era stata.

Riprese a osservare l’orologio, i secondi passavano regolari: uno dopo l’altro, dopo l’altro.
Aveva smesso di vivere, non incontrava nessuno, non parlava con i suoi coetanei e le sue tapparelle erano sempre chiuse, l’unico compagno era il suo orologio, testimone del passare del tempo, il suo nemico era il senso di colpa, lo combatteva ogni giorno, ogni notte. Ecco perché aveva chiamato Akihiko, invitandolo da lei.
Le costava tanto ammettere di avere bisogno del suo amico, quasi di più di quanto le costasse pensare che lui per Mitsuru era molto di più. La faceva sentire bene, grazie al suo pensiero e alla sua voce al telefono a volte le era capitato di dormire bene, senza incubi, senza brutti pensieri.
Gli aveva chiesto di incontrarla lì, vicino al mare. Era un posto romantico, tranquillo e in inverno col freddo che c’era non era affollato. Le otto e trentacinque, di lui ancora nessuna traccia.
Forse stava diventando pazza, si disse prendendo il cellulare e controllando i messaggi. Per quanto il suo stile di vita fosse indice di uno stato mentale instabile, era sicura che lui non l’avrebbe lasciata ad aspettarlo senza giustificazioni. Non c’erano messaggi.

La ragazza si sentì vuota, distrutta. Si lasciò cadere a terra. Lo fece in modo dignitoso, mantenendo il controllo anche il quel momento di assoluta sconfitta. Gli occhi erano sempre puntati sull’orologio: otto e trentasette. Desiderava piangere, ma si limitò a osservare i secondi che passavano, cercando di regolare insieme a loro il ritmo del suo respiro e del suo cuore. Otto e trentotto.
“Mitsuru? Sei già qui?” Lei non sollevò lo sguardo, pensando che la sua alterazione fosse ancora troppo scoperta, troppo visibile. “Va tutto bene?”
Fu lui ad abbassarsi. Chinato sulle ginocchia, coprì il quadrante dell’orologio con la sua mano e le sollevò il mento con l’indice. “Va tutto bene?” Ripeté.
Lei scosse la testa lentamente e Akihiko la abbracciò. “Anch’io ho paura di non vederla più,” le confessò. “Ma ce la faremo.”
Non era stata una domanda, neanche una proposta. Sembrava più un fatto certo. “Forse.” Aggiunse lei.
Lui le prese la mano e la sollevò. “Cerchiamo di passare una bella serata adesso, abbiamo tanto da raccontarci.”
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Fandom: Persona 3
Personaggi: Mitsuru Kirijo, Takeharu Kirijo
Prompt: 
La speranza lascia il posto alla disperazione
Partecipa al COWT10









Disperare

Stava morendo.

Takeharu aveva fallito un’altra volta e finalmente sarebbe stata l’ultima. 

Anche nella morte non era in grado di perdonare se stesso per tutti gli innumerevoli errori che aveva compiuto nella sua vita e che non sarebbero bastate dieci vite per espiare.

 

Avrebbe voluto soltanto pensare a lei, alla sua bambina. 

Da piccola, Mitsuru era vivace. Spesso lui e la moglie la sgridavano per le ginocchia sbucciate dopo una corsa o per la sua continua ricerca di nuove avventure. Nonostante non si potesse dire che l’enorme giardino di casa somigliasse a una prigione, immenso e meraviglioso com’era, sua figlia era comunque sola e cercava in continuazione  nuovi stimoli, nuove avventure.

Era sempre stata una bambina coraggiosa, indomita. Sua moglie la definiva selvaggia a volte, ed era un po’ vero che nei suoi primi anni, prima che l’educazione severa delle insegnanti private e dei genitori riuscisse a domarla, pareva che il suo spirito libero avrebbe sempre avuto la meglio su qualsiasi tentativo di reclusione.

Lui non era mai stato così: Takeharu aveva sempre seguito le regole, sin dal primo ricordo che aveva di sé non era mai stato come lei e l’uomo si chiedeva se non avesse in realtà preso dalla moglie, anche lei all’apparenza così innocua, ma forte come una roccia quando si aveva a che fare con lei, e lui l’aveva scoperto a sue spese.

 

Rimpiangeva di aver messo sua figlia in una gabbia in nome della famiglia e dell’azienda che lei avrebbe un giorno avuto in eredità. Invece di sgridarla avrebbe dovuto imparare da lei a essere sempre libero, a non avere paura di esprimere i suoi desideri e le sue paure.

 

Invece le cose erano andate in modo molto diverso. Si era sempre affidato a qualcun altro per prendere le decisioni nella sua vita, e ogni volta aveva sbagliato.

Fin da quando erano iniziati i primi esperimenti con le ombre lui non era mai stato d’accordo con suo padre: era sbagliato giocare con quel potere sconosciuto, grande e troppo pericoloso per ignorarne le possibili conseguenze.

Lui non era innocente. All’inizio aveva seguito il padre senza remore, senza rimorsi. Le conseguenze non gli interessavano poi tanto, giovane e stupido com’era l’unico suo pensiero era il profitto, la gloria che sarebbe arrivata dopo la scoperta di riuscire a gestire le ombre, di ricavare da loro la magia, che avrebbe potuto essere usata da chi era in grado di gestire il potere dell’evoker. Il potere che sarebbe derivato dalla capacità di far fruttare quel mondo nuovo e sconosciuto ai più, che avrebbe dato loro in conseguenza anche molto denaro.

Il denaro era ciò che di più importante aveva in quel periodo in testa. Per lui era importante che l’azienda crescesse e diventasse la più ricca del Giappone. Da sempre i Kirijo si erano distinti per la loro determinazione e la sua guida che prima o poi avrebbe seguito quella di suo padre sarebbe iniziata in un periodo di grande prosperità per l’azienda. 

Mitsuru l’avrebbe ereditata, lui pensava anche alla sua meravigliosa figlia, che anche se piccola e innocente ancora, stava già imparando a comportarsi come loro tutti si aspettavano da lei e a dimostrare la sua intelligenza e determinazione.

 

Il presidente però non era ancora lui, e non immaginava che lo sarebbe diventato in tempo così breve. Immaginava infatti che suo padre sarebbe stato a guida dell’azienda per molto tempo ancora, ma le cose stavano iniziando a prendere una brutta piega già da un po’ di tempo ormai. Takeharu dopo più di dieci anni ricordava ancora la rabbia che aveva esploso contro di lui quando aveva scoperto degli esperimenti che suo padre aveva condotto all’orfanotrofio. Quei poveri bambini innocenti erano stati condannati a una vira che non meritavano. Solo per il fatto che erano orfani, era stato deciso che il loro fosse un destino sacrificabile. Takeharu si era opposto con forza all’inizio, prima di rendersi conto che la situazione era ormai irrecuperabile.

Le ombre erano senza controllo e l’unico modo di cercare di contenerle era attraverso l’utilizzo degli evoker e di quei bambini che erano gli unici in grado di difendere l’umanità dal pericolo che la Kirijo group aveva liberato sul mondo.

Alcuni di quei bambini erano morti, si erano suicidati dando forma e voce all’accettazione della morte che gli evoker simboleggiavano, ma suo padre le considerava perdite accettabili per il bene superiore, il fine ultimo era, in quel periodo, il contenimento del potere delle ombre.

 

Ma le cose infine erano sfuggite loro di mano.

L’esplosione aveva distrutto anni e anni di lavoro e aveva portato con sé le vite di quasi tutti quelli che avevano lavorato a quel progetto maledetto. Scienziati, guardie, bambini innocenti e persino suo padre avevano perso la vita nell’inferno che era esploso dal Tartarus ormai dieci anni prima.

Il primo pensiero di Takeharu era stato di chiudere tutto e di fingere che nulla fosse successo. Insabbiare, nascondere, far sparire le prove. Ma non era più possibile ormai, perché era comparsa la dark hour, e gli strani eventi che avvenivano nel Tartarus si erano propagati al mondo reale. E se era in pericolo ora era tutta colpa loro, era soltanto colpa della Kirijo group. Era colpa sua.

Sopravvivendo all’esplosione aveva avuto una possibilità: avrebbe potuto sistemare le cose e rinchiudere le ombre nel Tartarus, da dove erano arrivate.

 

La situazione però appariva irreparabile e se n’era reso conto dopo la prima luna piena, quando i rapporti avevano indicato l’intensa attività delle ombre, e non solo durante la dark hour.

 

Suo malgrado, Takeharu non aveva potuto fermare gli esperimenti su quei poveri bambini. Era stato costretto a continuare a metterli in pericolo. Nel primo periodo dopo l’esplosione gli capitava spesso di piangere quando era da solo a casa, pensando a quante vite l’azienda avesse spezzato o distrutto. A quanti ancora avrebbero potuto pagare le conseguenze delle azioni che suo padre aveva preso e che lui aveva seguito senza battere ciglio.

Non aveva scusanti, non poteva smettere.

Persino Mitsuru aveva imparato a usare l’invoker, per aiutarlo, per difenderlo grazie alla sua Persona, come gli aveva dichiarato trionfante dopo il primo successo. Era piccola, innocente e fragile ai suoi occhi, e invece una volta di più gli aveva dimostrato di essere molto più forte di lui, la degna erede di un’azienda che sarebbe tornata pulita per lei, per regalarle un futuro degno di lei. 

La differenza tra lei e gli altri evocatori però era che lei aveva fatto una scelta: aveva preso l’evoker, aveva guardato nella canna della pistola e aveva sparato. Senza attesa, senza pianti. Suo padre non aveva visto in lei la minima paura, né un cenno di esitazione. Lei aveva scelto, non come gli altri che erano stati costretti a sentire il potere crescere dentro di loro fino a quando, in molti, non erano stati più in grado di sopportarlo.

Alcuni di quei bambini erano impazziti, altri erano morti. In molti erano stati considerati minacce e lui non aveva più neppure idea di dove fossero.

Si ricordava di Shinjiro. Quel ragazzino aveva una forza fuori dal comune, e grazie ai supplementi era diventato imbattibile. Takeharu nutriva grandi aspettative su di lui, ma il ragazzo era instabile, lo stava diventando ogni giorno di più e la colpa era di certo di quei supplementi che Ikutsuki si ostinava a dar loro, nonostante lui non fosse d’accordo. 

Avevano smesso poco prima dell’incidente. Una volta di più un innocente aveva pagato le conseguenze di quelle scelte scellerate che non erano mai state sue, che non avrebbe mai potuto contrastare.

Per questo dopo l’esplosione avevano costruito la scuola. Per cercare di nascondere la vergogna che continuava a tracimare dalle barriere che loro cercavano di mettere ovunque per riparare ai danni che ormai non erano più controllabili.

Nulla di ciò che aveva fatto era servito a riparare un bel niente.

 

Aveva sbagliato tutto, a cominciare dalla fiducia che aveva dato a Ikutsuki che aveva avuto la possibilità di fare tutto ciò che desiderava a spese dell’azienda, che era stato vicino a Mitsuru quando persino lui non ci era riuscito conquistando anche la fiducia della figlia. Ora tutti sulla terra avrebbero pagato le conseguenze dei suoi errori, tutti a meno che sua figlia e i SEES non fossero riusciti a cambiare il corso del destino che in quel momento appariva deciso e senza speranza.

 

Avrebbe voluto dirle che aveva sempre creduto in lei, che non si sarebbe mai perdonato di non essersi opposto fin da subito alle idee di suo padre. Che avrebbe desiderato passare più tempo con lei, anche solo per farle capire quanto le voleva bene. 

Lei era l’unico motivo per cui nell’ultimo periodo aveva lottato con le unghie e con i denti per riparare a quella situazione che lui stesso aveva contribuito a creare. Non era stato facile resistere, ma senza di lei non ce l’avrebbe mai fatta. 

Sarebbe morto entro pochi minuti e l’unico desiderio che aveva era che lei vivesse anche per lui. Lei sarebbe riuscita dove lui aveva fallito miseramente.

Si sarebbe distinta come avrebbe sempre fatto.

 

Dipendeva tutto da lei, dalla sua sopravvivenza. E anche in quei momenti lui sentiva di non essere in grado di fare nulla per lei. Legata in attesa della morte per mano di Aigis, la creatura che lui e Ikutsuki avevano creato. Un altro dei suoi errori.
Di nuovo lui era inutile: non aveva ucciso Ikutsuki, non aveva aiutato sua figlia e i SEES, non riusciva a muoversi, la sua vista si stava annebbiando.

Poi l’aveva sentita: Aigis li aveva liberati.


Sapendo che sua figlia era viva, sapeva di poter finalmente morire. Di potersi lasciare andare a quel destino che forse aveva invocato un po’ troppo spesso nell’ultimo periodo.

Si rendeva conto che in un certo senso fosse comodo morire e lasciare che il destino di tutto il mondo restasse nelle mani di sua figlia. Lasciare andare le responsabilità e la paura, concedersi alla fine la pace che non sentiva da troppi anni ormai.

 

Sentendo le braccia di Mitsuru prenderlo e stringerlo a sé, la voce di  Mitsuru ad avvolgerlo e a salutarlo, sapeva di potersi lasciare andare. Aveva cercato di accarezzarla, ma il braccio si era fermato troppo presto e lei aveva stretto la sua mano.

L’oblio era così vicino da non permettergli più di pensare a qualcosa che non fosse lei.

Con le sue ultime forze aveva pregato che ci fosse un aldilà perché lui potesse vegliare su di lei e sulla sua vita. Perché lui riuscisse a darle forza quando non ce n’era più. Perché lei si rendesse conto di quanto valeva. Lei era la sua luce, Misturu doveva saperlo.

 

 

 

Mitsuru l’aveva tenuto stretto a sé fino a quando non aveva esalato l’ultimo respiro. 

Lui l’aveva guardata negli occhi per tutto il tempo. Non aveva più parlato, dopo aver pronunciato il suo nome. Alla ragazza era parso quasi che desiderasse accarezzarle il volto, ma il suo braccio non era riuscito ad alzarsi. Mitsuru gli aveva preso la mano. e l’aveva stretta con forza, causando solo un gemito strozzato nel padre. Piangeva di rabbia e di dolore, perché avrebbe dovuto capire che qualcosa non andava in Ikutsuki, avrebbe dovuto seguire il pensiero che serpeggiava in lei da ormai qualche mese. Lui era tutto per lei e non era mai stata in grado di dimostrarglielo. 

Suo padre la stava lasciando per sempre e Mitsuru in quel momento stava realizzando quanto avesse perso non riuscendo a stare con lui, evitandolo solo per riuscire a diventare ancora migliore, e in quel momento si era resa conto di aver perso così tanto mettendo una barriera tra loro.

Negli suoi occhi aveva sempre visto un’espressione un po’ triste, ma in quel momento era diversa. Vedeva quasi felicità ed era convinta che ci fosse anche amore. Con il suo sguardo, il padre le stava dicendo di essere orgoglioso di lei, e Mitsuru sperava che anche a lui fosse chiaro che lei gli aveva sempre voluto bene. 

Non c’è un sentimento più triste del pentimento e la ragazza stava provando proprio quella sensazione in quegli ultimi istanti con il padre. Se solo avesse capito che la fiducia che avevano nei confronti di Ikutsuki era mal riposta lui sarebbe ancora con lei.

Se solo avesse potuto tornare indietro nel tempo avrebbe sparato lei stessa in mezzo agli occhi di Ikutsuki, senza pentimento, senza paura.

 

Gli occhi di suo padre stavano perdendo la loro luce. Mitusu aveva lasciato andare ogni risentimento e aveva salutato il padre, pensando solo a quanto avrebbe desiderato avere più tempo con lui e a quanto bene gli volesse. Certa che un giorno l’avrebbe riabbracciato.

 

 

Avrebbe pianto ancora per lui nei giorni a seguire, Mitsuru lo sapeva bene. Ma avrebbe trovato il modo per finirla con quella storia. Per chiudere col Tartarus una volta per tutte.

Ci sarebbe stato il tempo per la vendetta e Ikutsuki avrebbe pagato. 

In cuor suo sperava che stesse morendo dissanguato da qualche parte, anche se una parte di lei desiderava ucciderlo, voleva che fosse la sua mano a calare su di lui e a dargli la morte per tutto ciò che le aveva tolto. Per ciò che aveva tolto a tutti loro.

Si era alzata in piedi lasciando andare il padre.

Nessuno aveva parlato, non c’era nulla da dire. L’unica cosa che dovevano fare era continuare a combattere.

quistisf: (Default)
 

Fandom: Persona 3

Personaggi: Tatsuya Tanaka

Genere: introspettivo

Prompt: Inopiae Desunt pauca, avaritiae omnia

Flashfic

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Inopiae Desunt pauca, avaritiae omnia



 

Da bambino i suoi compagni di classe l'avevano preso in giro per la sua povertà: per la divisa consumata e per il suo pranzo sempre povero che spesso consisteva solo nel riso in bianco. 

Lui li sentiva, sapeva che lo consideravano solo un poveraccio, ma era certo che prima o poi avrebbe messo tutti a tacere: sarebbe diventato ricco, più ricco di tutti loro messi assieme e allora avrebbe riso lui della loro mediocrità.


Aveva cominciato contando solo sulle sue capacità, vendendo oggetti inutili che la gente acquistava affascinata dalle sue doti di commerciale nato. Lui sapeva come convincere il cliente medio che quel che vendeva fosse fatto su misura per lui e in tantissimi ci cascavano.

Quando il suo conto in banca aveva iniziato a crescere, aveva cominciato a sentirsi finalmente nel posto che meritava nella società, poco importavano le lamentele di chi diceva che gli mancava l'etica e che non avrebbe retto molto vendendo delle fregature. 

Ma lui faceva di più, lui distribuiva idee e sogni. 


Si era arricchito più di quanto avrebbe potuto immaginare e il denaro continuava ad arrivare a fiumi, quando aveva conosciuto Saya. Se il povero ha poco, l'avaro non ha nulla.

 

Gli aveva detto un giorno dopo che lui l'aveva messa alle strette per non essere stata abbastanza produttiva. Non potrei mai vivere sapendo di aver guadagnato alle spese di qualcun altro.

 

Oltre a lei poi c'era stato il ragazzino, lo sciocco credulone che gli aveva dato soldi in cambio di una stupida promessa che lui ovviamente non aveva intenzione di mantenere. Era stato così puro di cuore nella sua intenzione di imparare da un uomo di successo come lui che Tanaka l'aveva preso sotto la sua ala, insegnandogli come si fanno i soldi.

Ci aveva preso gusto, anche se sapeva che il ragazzino l'aveva definito addirittura il diavolo, andava fiero di quella descrizione, il diavolo era, in fin dei conti, potente.


La vicinanza di Saya e di Tatsuya l'aveva cambiato, anche se era stata dura ammetterlo all'inizio.

Aveva riflettutto sulla sua vita ed era arrivato alla conclusione che la sua ricchezza non lo stava rendendo felice. La sua motivazione era sbagliata, perché oggettivamente vendere per lui era così facile che non c'era gusto ad approfittarsi degli allocchi, mentre insegnare alle menti plasmabili a seguire la sua strada lo faceva sentire davvero realizzato.

Per questo aveva fatto la donazione all'orfanotrofio, perché era vero: da povero non aveva molto, ma nell'ultimo periodo sentiva di aver perso anche quel poco in cambio della sua ricchezza. Le cose potevano cambiare e lui avrebbe fatto il possibile per pensare prima di tutto alla sua felicità e non al desiderio di rivalsa che l'aveva portato a dimenticare se stesso.

 

 

 

Fandom: Persona 3

Personaggi: Mitsuru Kirijo

Genere: introspettivo

Prompt: semel in anno licet insanire

Flashfic

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Semel in anno licet insanire

una volta all'anno è lecito impazzire


 

 

Una volta all’anno è lecito impazzire, le aveva detto suo nonno il giorno del suo quinto compleanno, quando per la prima volta le era stato concesso tutto ciò che desiderava. 

Fin da quando era piccola a Mitsuru era stato chiaro che lei non sarebbe stata mai come gli altri bambini, perché era l'unica erede della Kirijo group e si sarebbe dovuta abituare da subito a essere responsabile e a studiare. Da noi ci si aspetta questo, ma impazziremmo del tutto se non riuscissimo a lasciarci andare ogni tanto, ricordatelo quindi.

Per anni Mitsuru aveva pensato che forse il nonno esagerasse, nonostante la sua vita non fosse stata facile fin da quando era piccola non aveva più seguito il suo consiglio. 

Quel pomeriggio, però, mentre passava di fronte al parco dei divertimenti, si era sentita attratta dalle montagne russe. Non ci era mai stata. Aveva da studiare e avrebbe dovuto controllare il Tartarus, ma per quel giorno avrebbe ascoltato suo nonno: avrebbe fatto tutto ciò che desiderava.

 

Una volta tornata in dormitorio aveva salutato Akihiko, seduto sul divano a leggere il giornale.

“Ti vedo allegra, hai passato una bella giornata?”

“Splendida.” Gli aveva risposto, poi gli si era avvicinata e gli aveva dato un bacio ascoltando l’istinto che le diceva di farlo da mesi. “Una volta all’anno è lecito impazzire,” aveva dichiarato, lasciandolo ammutolito sul divano, col giornale stropicciato tra le mani. 

quistisf: (Default)
 

Fandom: Persona 3

Personaggi: Akihiko, Shinjiro, Ken

Genere: Introspettivo

Prompt: Quem di diligunt, adulescens moritur

one shot

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Quem di diligunt, adulescens moritur

Muor giovane colui che è caro al cielo


Mentre guardava il soffitto della sua stanza, incapace di trovare pace, Akihiko stava pensando che non si era mai sentito così solo in vita sua. 

Era arrabbiato con se stesso, con Ken e soprattutto con Shinjiro e con la sua stupida voglia di fare l'eroe.

Ken. Era stato lui a portare Shinjiro laggiù e a causarne la morte. Non era certo che per questo sarebbe mai riuscito a perdonarlo.

Non gli importava se l'avesse fatto a posta o no, il risultato sarebbe stato evitabile se solo quel piccolo idiota si fosse deciso a parlarne con Lui o con Mitsuru anziché cercare un confronto con Shinjiro.

Perché sapevano tutti che non era molto loquace, persino Ken l'aveva sentito dire che non voleva tornare per paura che l'incidente si ripetesse, l'aveva di certo sentito dire quanto per lui fosse stato difficile ricominciare dopo aver causato la morte di un innocente.

Eppure non aveva capito.

Sarebbe toccato a lui spiegarlo al ragazzino, che ora avrebbe dovuto vivere sapendo che un ragazzo forte e buono come Shinjiro avesse dato la vita per lui.

Per sempre si sarebbe sentito in debito, per sempre avrebbe avuto il peso di una morte sulla coscienza, proprio come era stato per lo stesso Shinjiro che da subito aveva rifiutato ogni conforto e aveva iniziato a espiare la sua pena e a punirsi, come se avesse avuto una possibilità di contenersi, di scegliere di fermarsi...

Akihiko ricordava bene il giorno dell'incidente, in quel periodo si sentivano invincibili. 

Combattevano le ombre usando i loro poteri con entusiasmo, senza pensare che qualcuno di loro avrebbe potuto avere la peggio. Shinjiro era il più forte, nessuno di loro poteva sperare di raggiungere la sua potenza in battaglia, non lo avevano mai sfidato perché non avrebbero mai potuto batterlo, neanche le Ombre più forti avevano speranze di sopravvivere anche a un solo attacco contro di lui. 

Nessuno di loro all'epoca si chiedeva da dove arrivasse il loro potere ed era incredibile a pensarci dopo tanto tempo, ma nessuno aveva mai messo in dubbio che il loro ruolo fosse solo quello di combattere, al di là di ogni dubbio.

Sotto la guida di Ikutsuki si erano sempre sentiti protetti e fino a quel momento, fino a quando i poteri di Shinjiro non erano sfuggiti al suo controllo causando la morte di quella donna, non avevano mai riflettuto sui suoi piani e analizzato le sue parole.

Dopo quel fatto però soltanto Mitsuru gli era rimasta ciecamente fedele. 

Akihiko si stava pentendo di non essere stato capace di sollevare i suoi dubbi su quell'uomo. ma cosa avrebbe potuto fare? In fin dei conti non era che un ragazzino che dopo essersi convinto di essere un eletto immortale all'improvviso aveva visto quanto il loro potere potesse essere una condanna.


Shinjiro aveva capito ben prima di loro che il Tartarus e le Ombre non potevano essere apparse così dal nulla e che il fatto che il potere di invocare le Persona fosse stato donato solo a dei piccoli orfani non era molto chiaro. Ma non aveva avuto modo di trovare delle prove.


Non poteva credere che fosse morto, che non gli avrebbe più parlato, che non avrebbero mai più bisticciato, che non si sarebbero più confrontati sulle loro idee.

Era morto così giovane e se n'era andato da eroe.

Akihiko l'avrebbe sempre ricordato come l'amico più prezioso che avesse avuto. 

quistisf: (Default)
Prompt: Imperatrice (in Persona ogni personaggio è rappresentato da un arcano maggiore, per Mitsuru è, appunto, l'imperatrice)
Fandom: Persona 3
Genere: introspettivo
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One in perfection


 
Mitsuru non si era mai sentita molto a suo agio a scuola.
Fin da quando era piccola la sua vita era stata diversa da quella degli altri bambini. Lei non aveva mai assaggiato un hamburger e non sapeva che sapore avessero i Takoyaki. I suoi genitori le avevano insegnato da subito a comportarsi con educazione, impegnandosi per ottenere il meglio e per avvicinarsi il più possibile alla perfezione e lei aveva sempre seguito i loro insegnamenti senza protestare, da brava Kirijo sapeva che avrebbe un giorno avuto sulle spalle una grande responsabilità e il suo desiderio era di essere all'altezza del padre e del nonno, che vedeva come esempi per la vita che desiderava condurre.
 
I suoi risultati a scuola erano sempre stati eccellenti e i genitori spesso le facevano dei regali per premiarla: oggetti di valore che chiunque avrebbe sognato, ma che lei vedeva come l'unica prova del loro affetto nei suoi confronti. Lei li ammirava, il suo desiderio era diventare un giorno come loro: rispettata e capace.
 
A volte si sentiva abbandonata, soprattutto quando i suoi sparivano per affari e la lasciavano a casa da sola con la domestica. Abbiamo del lavoro da fare, ma è anche per il tuo bene: un giorno tutto questo sarà tuo, Mitsuru.
 
La notte le capitava di sognare una giornata felice e spensierata con tutta la sua famiglia, magari un giorno avrebbe proposto al nonno di andare a mangiare insieme uno di quegli hamburger che piacevano tanto ai suoi compagni di scuola.

Seiki

Feb. 26th, 2020 10:07 pm
quistisf: (Default)
Prompt: La Forza (arcano maggiore)
Fandom: Persona 3
Spiegazione del prompt: Ogni personaggio in Persona è associato a un arcano maggiore. Yuko Nishiwaki è la forza. 
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Seiki


Non era mai stata una bella ragazza, questo lo sapeva bene.

Yuko era un maschiaccio, lo era sempre stata ed era certa che la cosa non sarebbe mai cambiata, per quanto lei si fosse impegnata a provare a essere un pochino più femminile.

Con Seiki però si sentiva diversa, lui pareva aver visto in lei qualcosa che per lei invece non era così chiaro: la trattava come una ragazza e quando la abbracciava Yuko sentiva che le insicurezze e tutte le sue domande svanivano, sciolte nei suoi abbracci forti e romantici.

La prima volta che erano usciti assieme lui l'aveva portata a mangiare fuori. L'aveva portata ad assaggiare il ramen di un ristorante che lui adorava e del quale lei col tempo aveva scordato il nome. Ricordava soltanto che l'aveva trovato sensazionale e che finita la prima ciotola insieme ne avevano ordinata una terza da dividersi.

Lui non l'aveva giudicata, non le aveva mai detto che mangiava troppo come facevano le sue compagne a scuola che le ridevano alle spalle, indicando le sue ciotole troppo piene o i suoi spuntini, che quasi ogni giorno consumava dopo lo sport.

Nell'ultimo periodo si era convinta di mangiare troppo, ma sentiva di non potere fare molto per evitarlo, anche se nell'ultimo periodo prima di conoscere Seiki a volte si era trovata a sentirsi in colpa, poco femminile, poco aggraziata e incapace di cambiare.Le altre ragazze la prendevano in giro per le gambe muscolose, i polpacci grossi, e per il suo portamento poco leggiadro, ma Seiki sembrava apprezzare anche il suo aspetto, oltre alla sua personalità. Aveva riso alle sue battute, le aveva accarezzato i capelli e non sembrava essersi annoiato. Da quando erano usciti insieme Yuko era al settimo cielo.

Non si era mai considerata intelligente, né si era mai impegnata troppo nello studio, che non le riusciva facile, per riempire la sua vita si era concentrata sullo sport, da sempre il suo vero punto di forza, che fin da piccola le aveva dato grandi soddisfazioni.

Nello sport eccelleva, le veniva naturale capire da subito gli schemi di gioco, riconosceva gli errori dei giocatori e sapeva come correggerli attraverso esercizi mirati. 

 

Una volta un ragazzo della squadra di basket le aveva fatto i complimenti. Dovresti fare l'allenatore.

 

Uno dei suoi sogni, probabilmente il lavoro più probabile che vedeva nel suo futuro.

 

 


Finalmente nella sua vita però c'era altro: Seiki la trattava come una ragazza e non come un'esperta di sport e all'improvviso le voci delle sue compagne le scivolavano addosso, si sentiva libera.

Yuko lo amava. Non era certa che sarebbe stato l'amore della sua vita, ma con lui si sentiva una ragazza diversa, si sentiva quasi una donna, si sentiva degna di amare come tutte le altre.

Quante volte aveva pianto lacrime amare prima di riuscire ad addormentarsi? Quante volte si era chiusa nel bagno della scuola a cercare di trattenere le lacrime e la rabbia di quelle che parevano fare l'impossibile per renderle la vita un inferno facendo commenti continui sia sul suo aspetto che sul suo discutibile rendimento scolastico.

 

Lui le ricordava ogni giorno il suo valore, anche se non a scuola. Mai a scuola.

 


 

 

Chi non lo conosceva pensava di certo che lui fosse single, sebbene mai una volta le avesse tenuto la mano quando erano in pubblico, né era andato a cercarla o a baciarla.

Una volta lontani da lì, però, era suo. E lei era sua.


Fino a quel giorno terribile che avrebbe distrutto tutta la sua vita fino a quel momento: fino a quando non l'aveva visto con lei.


Hisae. La considerava un'amica. Era una delle poche che sapeva che lei vedesse qualcuno anche se non le aveva mai detto chi fosse. 

Una delle uniche persone delle quali le importasse ancora qualcosa.

E proprio lei lo stava baciando. Dal treno li aveva visti benissimo: Lei stava andando da sua zia e in stazione l'aveva notato. Si era alzata in piedi per salutarlo sperando che salisse sul treno vicino a lei, sempre che dovesse salire. Ma una ragazza gli era saltata al collo. Lui sembrava felice di vederla, Yuko l'aveva capito dal suo sorriso, che fino a quel giorno aveva pensato essere riservato soltanto a lei.

Poi lei si era voltata a prendere qualcosa dalla borsa e l'aveva riconosciuta. Si era sentita cadere e si era seduta, sperando di aver interpretato male quel comportamento troppo intimo a suo parere.

Poi si erano avvicinati in un abbraccio e si erano baciati. Proprio mentre il treno partiva aveva visto le loro mani stringersi, la testa di Hisae sulla sua spalla. Non c'erano dubbi.

Yuko aveva appoggiato le mani sul finestrino e aveva trattenuto il fiato fino a quando non erano scomparsi entrambi dal suo campo visivo.

Era rimasta completamente muta al punto che aveva dimenticato di scendere dal treno, incapace com'era di capire il motivo di quel tradimento da parte di entrambi. Che lei sapesse? Che l'avesse mai saputo? 

Che fosse soltanto colpa di Seiki?

Aveva deciso di tornare a casa a piedi per schiarirsi un po' le idee. Camminare la faceva sentire viva e correre le piaceva ancora di più, ma non poteva correre con quelle scarpe anche se sapeva che avrebbe scacciato prima quella sensazione di sconfitta e di paura, quella tristezza che la faceva sentire inutile e sbagliata, come se la colpa fosse anche solo in minima parte sua.

No, doveva darsi il tempo per ragionare, per capire cosa di preciso fosse successo. 

Si era chiesta se scrivergli un messaggio sarebbe stata la soluzione corretta, se invece sarebbe stato meglio vederlo di persona e metterlo alle strette, forse usare la forza per fargli confessare il suo tradimento.

Forse invece avrebbe fatto bene a scrivere a Hisae o a parlarne direttamente con lei, magari avrebbe potuto svelarle il nome del ragazzo con cui usciva per capire se lei sapesse o no di quel triangolo.


Arrivata a casa si era resa conto che la rabbia lentamente stava crescendo e che doveva sapere la verità da Hisae prima che fosse tardi per recuperare almeno la loro timida amicizia, voleva sperare che lei fosse all'oscuro della situazione. 

Le aveva mandato un messaggio è urgente, per favore, vediamoci stasera. La ragazza le aveva risposto dopo poco dando la sua disponibilità a un incontro. Va bene, alle otto al Paulownia Mall?

 

Yuko era arrivata prima, incapace di stare a casa ad attendere. Quella sera non aveva mangiato niente e non sentiva gli stimoli della fame nonostante avesse camminato parecchio.


Hisae era davvero bella: i suoi capelli lunghi e lisci erano lucenti e spessi, la sua pelle sembrava porcellana. Aveva un portamento completamente diverso da quello pesante di Yuko, sembrava un giunco esile e delicato. L'abito che indossava contribuiva ad accentuare la sua femminilità, facendo sentire Yuko ancora meno degna in quel confronto.


"Yuko, che c'è? Sembravi preoccupata, tutto bene?"

La ragazza non sapeva neanche come cominciare il discorso, ma sapeva che doveva sforzarsi almeno di provarci. "Io... Sai che esco con un ragazzo..."

"Sì, me l'avevi detto." Hisae non riusciva a capire che problemi avesse la sua compagna di scuola, non aveva molte amiche e per questo a volte avevano parlato insieme, ma non si erano mai fatte grandi confidenze. Forse non sapeva a chi parlare e Hisae non si sarebbe certo tirata indietro, non era da lei. "Yuko, dimmi cosa non va, non preoccuparti..."

"Esco con Seiki da quasi due mesi." aveva sputato fuori il suo segreto sperando che quella ragazza che lei considerava davvero un'amica avrebbe capito.

Hisae era rimasta immobile a fissarla per qualche secondo prima di riuscire a ricominciare a respirare.

"Quale Seiki? Io... Io non..."

"Oggi vi ho visti insieme." Aveva confessato Yuko con le lacrime agli occhi. 

"Io non lo sapevo." Hisae era arrabbiata con tutti: con Yuko per averle rubato la gioia che provava in quel periodo, con Seiki che era un vile bugiardo e con se stessa per avere ceduto alle sue lusinghe. 

"È un bugiardo. Ci ha prese in giro."

Le due ragazze erano rimaste sulla panchina per un pezzo ad affrontare la delusione e la rabbia con mezze frasi e soprattutto con insulti a Seiki e al genere maschile, ma sembravano aver accettato la cosa senza aver compromesso quella loro amicizia che era ancora all'inizio.

Prima di salutarsi, le due si erano abbracciate. "Io non voglio perdere la tua amicizia," aveva detto Yuko a Hisae. "Non è stata colpa nostra."

"Non ti perderò, mi spiace solo non averti chiesto chi fosse il tuo ragazzo misterioso quando me ne hai parlato, forse ora non saremmo in due a soffrire."

Si erano salutate con la promessa di essere una squadra, di non cedere di fronte a Seiki e al suo sguardo ammaliante, di non credere più alle sue bugie.

Yuko il giorno seguente era arrivata a scuola con un vigore nuovo nell'animo, sentiva che avrebbe potuto prenderlo a pugni e metterlo a tappeto senza rimorsi. Sentiva che l'amore che un tempo aveva creduto di provare per lui se n'era andato per sempre e che niente avrebbe potuto farla cedere a tornare con lui: lei valeva di più e forse un pochino il merito di questa nuova fiducia in se stessa era anche di quel maiale che comunque le aveva permesso di riconoscere il suo valore.

Arrivata a scuola però si era accorta subito che qualcosa non andava: aveva incrociato Hisae nel corridoio e la ragazza aveva finto di non vederla, voltandosi subito dall'altra parte quando le due si erano trovate in contatto.

Yuko ci era rimasta un po' male, ma non ci aveva dato troppo peso. Poi però aveva sentito due ragazze che parlavano proprio di lei e di Seiki, dando a lei il ruolo della femme fatale, della traditrice.

Le voci avevano evidentemente iniziato a circolare troppo presto, forse le ragazze avevano solo sentito di sfuggita una parte della storia e non avevano capito bene.


Seiki aveva tentato di parlarle e Yuko gli aveva consentito un brevissimo incontro in pausa pranzo. "Mi dispiace, non volevo... È stato più forte di me... Hisae è stata molto convincente e io ci sono cascato, scusa."

Ma Yuko l'aveva invitato ad andarsene, per niente impressionata dal suo tentativo di salvare la loro storia che in realtà pareva essere sempre stata una farsa. Lei preferiva credere alla sua amica che il giorno precedente le era parsa veramente affranta piuttosto che a quel ragazzo bugiardo che non sembrava affranto, ma più indispettito per aver perso insieme entrambi i suoi giocattoli. Ammesso che fossero state le uniche due, perché non ne era così sicura.

"È stata lei a convincermi, lei sapeva di te." Aveva tentato di persuaderla, ma la ragazza era forte delle sue opinioni e non avrebbe ceduto di fronte alle menzogne e agli sguardi languidi di quel ragazzo che lei era convinta di aver amato, ma che in quel momento le pareva quasi un manichino privo d'anima. Lei meritava di più e anche la sua amica.


Fino alla fine della settimana, Yuko e Hisae non avevano più avuto occasione di parlare. Yuko le aveva mandato alcuni messaggi, ma l'amica li aveva ignorati.


Hisae, per favore, rispondimi.

 

Le aveva scritto alla fine.

Non parlo con le bugiarde. Non cercarmi più.

 

Yuko avrebbe voluto risponderle, spiegarsi, ma non sapeva cosa dire. Una parte di lei sperava che quella reazione fosse soltanto rabbia temporanea, ma pensandoci aveva cominciato a collegare tutte le voci che giravano per la scuola su di lei in quel periodo e aveva capito che era stata opera proprio di Hisae e non di Seiki.

Non credere a quel bugiardo. Io non lo sapevo.

 

Aveva scritto il messaggio, ma non l'aveva inviato. Non era certa che le sue parole sarebbero servite a far cambiare idea alla sua amica e Yuko pensava che avrebbe trovato un modo per confrontarsi con lei faccia a faccia, magari, per darle prova della sua sincerità e della sua amicizia. 


Erano passati giorni, settimane, e nulla era cambiato. Le voci sul suo conto avevano continuato a girare. Yuko si era chiesta come fosse possibile che nessuno incolpasse Seiki e che nessuno ragionasse sul fatto che lei lo aveva frequentato per almeno un mese in più di Hisae. Era lei quella tradita.

La ragazza voleva un confronto faccia a faccia con quella che credeva essere stata per lei l'amica più importante che avesse mai avuto, ma alla fine aveva rinunciato.

Aveva deciso di lasciar perdere dopo circa una settimana, quando, chiusa in bagno, aveva sentito entrare qualcuno ed era rimasta ad ascoltarne il pianto. Era certa che fosse Hisae. La ragazza che stava piangendo era disperata. Perché, perché non sono in grado di lasciare perdere tutto, di mandarlo a quel paese. Perché... Yuko…”

Aveva pianto per almeno dieci minuti prima di uscire dal bagno. 

Yuko chiusa lì dentro non era uscita solo per non farla sentire ancora peggio.

questo tipo di debolezza non era da lei e la ragazza non riusciva davvero a capire come facesse una come Hisae a non rendersi conto del proprio valore. Pensava di essere lei quella diversa, quella che non sarebbe mai stata accettata per quello che era.
Forse era vero, forse le sue compagne non l’avrebbero accettata, ma lei non sarebbe caduta in quella trappola di bugie, non avrebbe mai rinnegato qualcuno per sentirsi meglio.

Yuko si era resa conto che non aveva bisogno neppure di Hisae e della sua amicizia che in fondo non valeva poi così tanto visto che la ragazza l’aveva tradita, aveva parlato alle sue spalle dopo averle promesso che non l’avrebbe abbandonata.

 

Non valeva la pena di piangere per lei. Yuko non avrebbe pianto, avrebbe reagito. Si sarebbe buttata a capofitto su ciò che la faceva stare meglio: lo sport. 

Sarebbe bastata a se stessa e sarebbe uscita a testa alta da quella scuola, senza permettere che i pettegolezzi la facessero soffrire ancora perché in fin dei conti erano solo bugie. Lei lo sapeva, qualcuno le avrebbe creduto e l’avrebbe capita, avrebbe avuto altri amici, forse fuori dalla scuola, magari anche prima. Gli altri potevano anche evitarla, per quanto la riguardava.

Alla fine si era resa conto di essere più che a posto così.


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