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Prompt: Leggi
Fandom: Persona 5
Personaggi: Goro Akechi
Genere: Introspettivo
Partecipa al COWT 13

La mia giustizia

Che senso ha rispettare la legge a ogni costo, quando puoi piegarla a tuo uso senza conseguenze? Si chiede Goro Akechi mentre sorride di fronte all’obiettivo della telecamera che lo sta riprendendo.
“A soli quindici anni questo studente ha iniziato la sua carriera di nuovo Detective Prince risolvendo un caso impossibile, che aveva fatto brancolare nel buio detective con anni di esperienza alle spalle.” Gli viene da ridere nel sentire le frasi stantie del giornalista. Lo disprezza, ma non lo ammetterebbe mai. Del resto non può dire come è venuto a conoscenza della verità e in fin dei conti se lo facesse non ci crederebbe nessuno.
Si immagina mentre parla del mondo cognitivo e delle sue capacità fuori dal comune che gli permettono di farsi dire la verità dai criminali e di conoscere dettagli privati che a volte gli stessi colpevoli non ricordano. Nel Metaverso le ombre vivono soprattutto grazie a quella colpa e non dimenticano.
Quando ha scoperto il suo potere, Goro ha pensato di andare a cercare suo padre e di renderlo pazzo, proprio come ha già fatto con il gestore della casa-famiglia nella quale era stato maltrattato da piccolo. Era andato nei Memento - ancora non li chiamava così, per lui erano la coscienza collettiva - e le sue aspettative erano state premiate. Un piccolo crimine per fare rispettare le sue leggi personali, quelle di fronte alle quali il Detective Akechi non transige. Si è procurato un modo per conoscere l’uomo senza morale che gli ha tolto l’infanzia.
Finalmente ha la possibilità di incontrarlo faccia a faccia. Masayoshi Shido, la causa della morte di sua madre, è di fronte a lui e lo guarda con un sorriso che Goro vorrebbe spezzare con un colpo di pistola. Non può ucciderlo, però. Non ancora. Suo padre non sa ancora chi lui sia veramente, ma ascolta la sua proposta con vivo interesse. “Sarebbe un peccato non sfruttare questo potere così speciale per ottenere qualche vantaggio, no?” Gli chiede.
Il politico continua a sorridere, ma nei suoi occhi Goro vede la bramosia di un uomo che ha sempre avuto ciò che desidera. Al contrario di lui, suo padre ha calpestato ogni persona che gli si è parata davanti e che ha limitato il suo crescente potere.
Le uniche leggi che suo padre considera sono quelle che può sfruttare per ottenere più influenza, più voti. Mente ogni volta che apre la bocca e la sua voce è pulita, profonda e affidabile.
Akechi sa che sono tutte bugie. Sa anche che è un rischio giocare con lui, ma non ha mai avuto paura di rischiare. Gli propone un patto che non rifiuterà perché lo conosce, in fin dei conti si assomigliano più di quanto lui sarà mai disposto ad ammettere.
Da piccolo il ragazzo credeva nella legge. Era convinto che sua madre fosse morta per un eccesso di debolezza che lui ripugnava, ma confidava nello stato e nelle leggi che lo avrebbero protetto e messo sotto la tutela di suo padre, dell’uomo che fino a quel momento non si era dimostrato interessato a lui, ma che avrebbe accudito un povero orfano.
Non accadde.
Goro era passato da una casa famiglia all’altra. Aveva incontrato persone più o meno accettabili, ma tutti si erano approfittati di lui per ottenere benefici, per piegare le leggi e le regole in modo che fossero loro favorevoli. Lo accudivano per denaro, per puro interesse.
Adesso ha imparato. Porta ancora il cognome della madre e ogni volta che lo sente ricorda da dove proviene. Sa che lei aveva provato a seguire le regole, a chiedere aiuto con un avvocato che si era appellato alla legge per farle avere un aiuto concreto, che non è mai arrivato.
Lui si è distinto per la sua intelligenza, per il suo alto senso morale e per la fiducia che nutre nei confronti di tutto ciò che è legge. Anche lui mente, però.
Gli viene naturale.
Lo fa con Sae Nijima, che gli confida a che punto sono le indagini sui Phantom Thieves; lo fa con il mondo quando condanna il suo stesso operato nel Metaverso e incolpa proprio loro, parlando di giustizia e di rispetto delle leggi subito dopo avere ucciso persone delle quali lui è giudice e carnefice.
Mente quando guarda suo padre negli occhi e gli dice che il suo è solo un lavoro. Fa molta più fatica con Amamiya. Sente che loro due sono simili in un modo diverso, sa che lo capirebbe e che tenterebbe di salvarlo. Invece Akechi sta per ucciderlo, solo che lui non lo sa ancora.
In nome della legge, l’ha giudicato colpevole di essere troppo sciocco e di essere caduto nella sua trappola. I Phantom Thieves hanno combattuto per un mondo che non esiste, un ideale che gli dimostra la loro immaturità. Sono solo dei ragazzini e un po’ gli dispiace ucciderli tutti. Li lascerebbe vivi, se potesse, ma lui ha un ideale più grande e per il suo fine ultimo loro non possono sopravvivere.
Saluta il giornalista senza riuscire a togliersi dal volto quel ghigno, lo nasconde come se fosse imbarazzo e agita una mano, umile. Deve andare, il suo rivale lo aspetta per una serata tra amici. Sarà l’ultima volta che lo incontrerà fuori dal Metaverso, è quasi giunto il giorno che attende da tempo.
È già tutto pronto, non deve far altro che continuare a recitare la sua parte fino ad arrivare al palazzo di Nijima, poi finalmente potrà fare rispettare le sue leggi e ottenere la giustizia.
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Fandom: Persona 5
One shot
Personaggi: Sadayo Kawakami, Takase

Warning: morte


Prompt: pioggia/sereno
Parteciipa al COWT11, forza team Meridian!

Il mio sole




 






Il tonfo del telefono l'aveva fatta tornare alla realtà. Sadayo non aveva idea di quanto tempo fosse passato, di quanto avesse pianto cercando di respirare e di riprendere il controllo del suo stesso corpo. 

Come era potuto succedere? Era morto davvero o era uno stupido scherzo pensato con crudeltà da uno dei suoi studenti?

Teneva a lui, forse più che a tutti gli altri alunni. Il suo viso continuava a tornarle in mente, lo vedeva, accigliato e stanco, e lo sentiva lì al suo fianco. Forse avrebbe dovuto parlargli, forse il suo spirito avrebbe potuto sentirla.

È colpa mia... 

Aveva biascicato. Tutto intorno a lei non vedeva che nebbia. Aveva stretto le palpebre e si era resa conto che stava piangendo.

Che ore sono?

Si era guardata intorno e aveva messo a fuoco la finestra. La pioggia. Forse la colpa era della pioggia.

Sadayo continuava a piangere, maledicendo il terribile destino che l’aveva condotto da lei, perché se lei non fosse stata così tenace nel convincerlo a impegnarsi a lavorare e a studiare sodo in nome del futuro lui forse non sarebbe stato così stanco. Se non l’avesse abbandonato a se stesso lui non sarebbe morto.


Continua così, puoi farcela... Studia ancora un po', non accontentarti! 
Sei giovane, ne hai di tempo per riposare, ora stai costruendo il tuo futuro.

 

Lo aveva spronato ogni volta che ne aveva avuto l'occasione nel corso degli ultimi mesi. Grazie alle lezioni private che gli aveva dedicato e alle ore di studio, spesso notturno, era diventato uno studente promettente. L'intelligenza non gli mancava e finalmente aveva qualcuno pronto a credere in lui. Sadayo non lo aveva mai giudicato per le sue frequentazioni passate e per il suo carattere burrascoso e difficile, dovuto solo alle difficili prove che la vita gli aveva messo davanti. Lei credeva davvero in Takase e glielo ricordava ogni volta che ne aveva la possibilità.


Sono stanco, non so se avrò le forze per resistere fino alla fine dell'anno.


Glielo aveva confessato con un mezzo sorriso, come a dire che non era realmente così, che in realtà si stava lamentando solo per sentirsi dire quanto invece avesse tutto sotto controllo, quanto il suo futuro fosse sempre più chiaro e limpido ogni giorno.

La classica luce in fondo al tunnel che nessuno sembrava avergli dato la possibilità di vedere fino a quel momento e che Kawakami, la sua professoressa, finalmente gli aveva mostrato.

Lei sperava di essere diventata il faro che l'avrebbe guidato verso il futuro, non avrebbe mai pensato che invece sarebbe stata la causa della sua morte.





La prima volta che la professoressa si era presentata alla sua porta per le lezioni private si era sentito invaso dalla speranza, come se il sole fosse tornato a far parte della sua vita. All'inizio era convinto che avrebbe rinunciato, che se ne sarebbe andata senza rimpianti, come tutti quelli che gli avevano dato fiducia ed erano rimasti delusi. 
Questa volta però si era sbagliato: era rimasta con lui. Kawakami era paziente e molto precisa, come a scuola, e pareva determinata a insegnargli tutto ciò di cui aveva bisogno per superare gli esami, costringendolo a dimostrare a tutti di essere un ragazzo intelligente, come lei gli ribadiva ogni volta.

"Non puoi proprio lasciare almeno uno dei tuoi lavori?" gli aveva chiesto, il suo sorriso illuminato di speranza.

"Non posso. Non guadagnerei abbastanza per vivere." Era rassegnato al fatto che i suoi tutori non gli avrebbero mai regalato niente. Lo sapeva e in fondo non gli importava molto: non avrebbe più avuto bisogno di loro di lì a breve. Una volta maggiorenne sarebbe andato a vivere da solo, ovunque pur di non stare più con gli zii che ogni giorno gli ricordavano quanto lui fosse solo un peso, un costo per loro. Una vergogna che occupava una stanza in casa e che consumava cibo e spazio, utile solo a racimolare qualche soldo.
Kawakami si rabbuiava ogni volta che lui tirava fuori l'argomento soldi. Era certo che lei non gli credesse fino in fondo, perché lei aveva vissuto nella normalità, col calore di una famiglia che l'aveva sempre amata. Non avrebbe mai capito, e non era colpa sua. 

"Ce la farai, ne sono certa," glielo ripeteva prima di andarsene. "Mi raccomando, cerca di dormire stanotte!" 

C'erano poche certezze nella vita di Takase, una era lei: il raggio di sole che lo stava guidando verso un futuro nel quale non avrebbe mai più dovuto affidarsi ai suoi tutori e ai loro ricatti subdoli, un futuro senza senso di colpa.




Era andato tutto liscio per qualche mese, Takase si stava quasi abituando ad avere un'amica, ma quella chiamata aveva rovinato tutto.

Aveva risposto sorridendo dopo aver visto che a chiamare era proprio Kawakami, ma la sua voce al telefono era ombrosa, triste. Desolata.

Non posso più aiutarti, mi dispiace.


Aveva fermato la bicicletta e aveva accostato, incapace di prendere fiato. Un altro rifiuto, una porta in faccia. Si sentiva solo, piccolo e indifeso come da bambino, quando i suoi zii l'avevano accompagnato nella sua nuova stanza completamente vuota, a eccezione del tatami e del borsone che aveva portato da casa, e avevano chiuso la porta uscendo, lasciandolo solo. Aveva imparato a difendersi da solo, ad arrangiarsi, e avrebbe continuato così.

Anche dopo settimane, l
a voce della professoressa Kawakami continuava a risuonargli nella testa. Era l'ultimo dell'anno, un giorno di festa e di divertimento per quasi tutti i suoi coetanei, ma anche un giorno nel quale c'era da lavorare. 
Pioveva a dirotto e c'erano parecchie consegne da fare, la gente come sempre era scontrosa e lui si sentiva stanco.

Anche la sera della telefonata pioveva.
Non posso più aiutarti, mi dispiace.


Aveva detto che le dispiaceva, ma lui non ci credeva. Takase aveva imparato a bastare a se stesso già da piccolo, solo che questa volta non se l'aspettava, non da lei. Kawakami gli era sempre sembrata sincera, e allora perché? Perché l'aveva abbandonato anche lei?

Nonostante il suo cuore si fosse inaridito nel corso degli anni di solitudine vissuti coi suoi tutori, Takase non era stato in grado di trattenere le lacrime per quell'ennesimo abbandono. Aveva ricominciato a provare un minimo di fiducia nel genere umano soltanto grazie a Kawakami e aveva sbagliato, di nuovo.

Nessuno, neanche un amico. Era solo ed era stanco. Troppo stanco per continuare a pedalare, troppo per lottare ancora. La pioggia che impregnava i suoi vestiti era pesante e fredda, gli occhi bruciavano e Takase provava un forte desiderio di gridare. 


Contro i suoi tutori, che si erano approfittati di lui e non gli avevano mai dato la possibilità di vivere la sua età con spensieratezza. 

Contro i suoi genitori, morti troppo presto, che non si erano preoccupati di ciò che ne sarebbe stato di lui alla loro morte e che l'avevano condannato.

Contro la scuola, indifferente ai suoi tentativi di studiare, al suo impegno nonostante la stanchezza e la fatica.

Contro i suoi amici, inesistenti, che erano svaniti nel nulla perché lui era diverso, perché lui non aveva i soldi.
Contro i clienti al lavoro, che non avevano mai una parola di conforto, un ringraziamento, e anche contro il ristorante che gli chiedeva di essere veloce e sorridente, anche dopo ore di pedalate senza riposo.

Contro Kawakami, che era stata la personificazione della speranza e che l'aveva abbandonato dopo averlo illuso.
Ma soprattutto contro se stesso, che non ce la faceva più, che aveva esaurito la speranza.


Non avrebbe mai più creduto in niente. Sarebbe rimasto da solo, proprio come aveva sempre fatto da quando i suoi erano morti. 

Alla fine aveva gridato, gli occhi chiusi e la bocca spalancata. aveva lasciato andare il dolore che sentiva dentro, dandogli voce e corpo. Ruggendolo fuori come a lasciarlo andare, a farlo sentire a tutti.


Non aveva neanche sentito l'impatto con il camioncino. Non aveva fatto in tempo a rendersi conto di ciò che stava succedendo.

All'improvviso aveva smesso di piovere. 


Takase non aveva più freddo, non era più bagnato. Il sole brillava tiepido nel cielo irreale, azzurro e limpido, illuminando un mondo differente da quello in cui aveva sempre vissuto.

La sua bicicletta era di fronte a lui, scolorite, sgretolata, distrutta dall'impatto. Anche il suo corpo era lì, inerte, rosso di sangue e grigio di morte. Takase sapeva che non avrebbe potuto toccarlo, perché era in un mondo diverso dal suo.


Era rimasto fermo a osservare l'arrivo dell'ambulanza, le lacrime dell'autista del camion, lo sconforto dei passanti che parevano tenere a lui più dei suoi tutori. 

Erano arrivati anche loro, le sanguisughe, dopo un tempo indefinibile. Fingevano di disperarsi, rossi di rabbia e di rancore verso il ragazzo che era deceduto prima della maggiore età e che aveva tolto loro i sussidi che fino a quel momento avevano sperperato senza remore. 

Takase aveva sentito i sentimenti di tutte quelle persone: la desolazione dell'autista, la pena sincera dei passanti e l'ingordigia di quelli che mai lui avrebbe chiamato genitori. Tutta questa tristezza per la morte triste e spaventosa del giovane ragazzo senza nome lo faceva sorridere: gli sconosciuti piangevano per lui.
 

Ma il dolore più grande era arrivato con lei: lutto, senso di colpa. Kawakami aveva portato con sé dei fiori che aveva posato sul ciglio della strada; era rimasta chinata, in silenzio. Non era colpa sua e Takase desiderava tanto che lei lo sapesse, continuava a ripeterlo, a ringraziarla, a scusarsi per essere stato così stupido e incosciente da buttarsi contro la morte. Doveva saperlo.


Aveva iniziato a seguirla, ad accompagnarla e a incitarla a resistere nei momenti difficili. Aveva osservato con disprezzo le due sanguisughe avvicinarsi a lei, incolparla e pretendere da lei il denaro che lui non avrebbe più potuto fruttare. Si era arrabbiato e aveva sperato di poter diventare uno di quei fantasmi dei film, in grado di attraversare le dimensioni e di farsi vedere e sentire, per spaventarli e per costringerli al pentimento. Ma non ci riusciva, per quanto ci provasse.

Aveva osservato Kawakami mentre lavorava come maid, sempre più stanca, sempre più rassegnata a dover espiare una colpa che non aveva mai avuto. In nome di Takase era diventata la pedina triste nelle mani dei due disgraziati che gli avevano messo un tetto sulla testa.

 

L'aveva vista rasserenarsi quando aveva trovato un nuovo ragazzo impossibile, come lui. Amamiya, si chiamava. Gli aveva raccontato della sua morte, dei due viscidi tutori che la minacciavano.

 

E lui aveva avuto successo in ciò che Takase non era mai riuscito a realizzare: li aveva costretti a desistere. Aveva costretto i loro cuori a cambiare.

 

Nel suo mondo c’era sempre il sereno, ma quel giorno Takase aveva capito che qualcosa era cambiato quando gocce di pioggia avevano iniziato a cadere attorno a lui, donandogli un ultimo ricordo dell’esistenza da vivo. La pioggia era piacevole, quasi tiepida, e sembrava guidarlo lieve verso il passo successivo, verso un altro viaggio. Takase salutò Kawakami e iniziò a camminare verso il sole bianco di quella dimensione. Seguendo la luce, forse avrebbe rivisto i suoi genitori.

 

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Fandom: Persona 5
Personaggi: Goro Akechi, Ren Amamiya
Spoiler!
Scritta per la Maritombola, prompt: 
68. “Non pensavo mi saresti mancato/a tanto.” / “Tu invece non mi sei mancato/a affatto.”
E se tornassi?



Negli ultimi giorni Ren aveva immaginato più volte di vedere Akechi con la coda dell’occhio, al punto che era arrivato a chiedersi se il suo fosse senso di colpa o tristezza per aver perso un amico. Akechi aveva sbagliato, era vero. Era un assassino e avrebbe dovuto pagare per ciò che aveva fatto perché, al contrario dei Phantom Thieves, lui aveva ucciso in nome della giustizia e questo non era perdonabile e mai lo sarebbe stato. 

Akechi aveva pagato con la vita i suoi errori e Ren si era chiesto tante volte come avrebbe fatto a continuare a vivere dopo essersi pentito di ciò che aveva fatto. Ogni giorno avrebbe dovuto fare i conti con le vite che aveva spezzato, con il dolore che aveva causato. Non era sicuro che ce l’avrebbe fatta.

“Ciao, Ren.”

Quando aveva sentito la sua voce si era sentito di pietra. Aveva stretto i pugni e voltato la testa per trovarsi di fronte il sorriso di Akechi, superbo e sicuro come al solito. 

Akechi era vivo e sembrava divertito. “Non pensavo mi saresti mancato tanto, Amamiya.”

 “Tu invece non mi sei mancato affatto, Goro.” Non era vero, ma forse, in effetti, lo sapeva già.

 

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