quistisf: (Default)
 

Genere: demenziale, commedia

Fandom: Originale

Partecipa al COWT11

Prompt: la storia inizia dalla fine

Jackson 


Una riunione come tante.

Jack salutò i colleghi come sempre, ma notò da subito che qualcosa non andava: al posto del solito viso che tutti avevano sempre visto, ecco un gatto dalla pelliccia grigia lucente, che pareva muoversi con fare umano e parlare. Agitava le zampe come se stesse scrivendo sulla tastiera,. 

L’incubo di Jackson era diventato infine realtà: aveva sbagliato qualcosa col computer e per quanto provasse a sistemare la situazione, a giocare inserendo e togliendo i filtri, non c’era niente che facesse tornare le cose com’erano.

“Jack, che succede? Sei diventato un gatto?”

Jack, terrorizzato e in imbarazzo, tentò di buttarla sul ridere. “Sì, oggi sono un gatto. Scusate, ma non so cos’abbia il computer, deve essere un virus…”

“Non ti preoccupare, ci faremo anche quattro risate così, ma che tu sia gatto o umano, la tua paga te la guadagni e va bene così. Da oggi ti chiamerò micio micio però.”

Che scenetta divertente, pensava Jack, sarcastico. Tutto sommato però sarebbe potuta andare peggio: avrebbero potuto vederlo sotto forma di cane… “Disattivo la webcam.” Aveva proposto e i suoi colleghi avevano accettato.
Quel problema poteva significare che la sua carriera era finita. Era stato bello. Aveva mangiato bene durante quei mesi.




Jackson era molto orgoglioso del ramo paterno della sua famiglia. Si definiva un siamese, anche se lo era solo in parte: erano gatti di famiglia nobile e pura, e suo padre, Louis, aveva scelto di seguire il suo cuore e di andare a vivere all’insegna dell’avventura con una ragazza umana che l’aveva amato finché era vissuto. Durante uno dei loro viaggi, avevano incontrato la madre di Jackson, Priss. 

Lady Priss era una Certosina piuttosto scontrosa, una gatta intelligente che da subito gli aveva insegnato come prendersi cura di se stesso, cacciando e facendosi benvolere dagli umani. Jackson in realtà non aveva mai conosciuto il padre, sapeva solo che i due padroni dei suoi genitori avevano avuto una storia e per un po’ umani e gatti avevano vissuto sotto lo stesso tetto. Poi la ragazza e suo padre se n’erano andati per non tornare mai più indietro.


Da piccolo, quando viveva ancora con sua madre, lei  aveva raccontato a lui e ai suoi fratelli tante storie sulle avventure di Louis il gatto che viveva nello zaino e Jackson ne era rimasto affascinato.

Era stato mentre immaginava di viaggiare, da solo e senza paura, che aveva iniziato a sentirsi speciale.

Purtroppo si era dovuto separare da Priss quando era ancora un gatto adolescente. “Non ci terranno tutti qui, dovete prepararvi a essere separati dai vostri fratelli, ma non disperate: ci rivedremo un giorno, al di là del ponte sull’arcobaleno. Siate furbi e non buttatevi dal quinto piano come quello sciocco di Pinto, il gatto di fronte, che si è spiaccicato come uno stupido.” 


Jackson era stato portato via durante un pomeriggio di pioggia. Il trasportino nel quale era stato messo era di stoffa e si era bagnato tutto. Era terrorizzato e quando l’umano l’aveva aperto si era spinto bene in fondo, troppo impaurito per uscire.

Solo allora aveva sentito la voce di Marilyn. “Vieni fuori e mangia, piccoletto,” gli aveva intimato con un tono che lui non era riuscito a identificare. “Non ti mangio, tranquillo.”

Marilyn era una gatta bianca a pelo lungo e subito Jackson si era reso conto che era molto miope, le pupille nere dei suoi occhi azzurri infatti si erano strette appena lui si era affacciato a guardarla.

“Benvenuto, piccoletto.” 

Marilyn era stata una figura materna da subito, l’aveva aiutato a prendere familiarità con l’ambiente e a capire l’umano che si prendeva cura di loro: Franco.


“Con gli umani devi imparare a farti adulare. Devi andare da loro, guardarli, lasciare che ti accarezzino e poi chiedere. Più ti fai vedere e più ottieni, ma devi imparare a non essere troppo disponibile, altrimenti si stancano.”

E Jackson, seguendo i consigli di Marilyn, aveva imparato come convivere con Franco.

“Certo che potrebbe comprarci del cibo migliore di questo…” aveva osservato il gatto, mentre mangiava una pappa che tutto sommato era anche saporita, ma nulla a che vedere con quella che si era abituato a mangiare nella casa in cui era cresciuto. Per un po’ Jackson aveva cercato di far capire a Franco che le scatolette che comprava non erano di qualità, ma aveva dovuto rinunciare perché pareva che l’umano fosse duro a capire un concetto così semplice. “Devo rimettere il pranzo ancora tante volte secondo te perché capisca che mangiamo male?”

“Lascia perdere, non cambierà. Ci ho provato per anni anche io, ma lui è parsimonioso,” sosteneva l’anziana gatta di fronte alle lamentele continue del nuovo arrivato. 

“Ma lui mangia il pesce fresco, perché non lo dà a noi?”

“Perché siamo gatti.” Rispondeva Marilyn senza scomporsi.

Jackson però era determinato: avrebbe trovato una soluzione anche a costo di comprarsi il cibo da solo.


Franco usciva ogni mattina dal loro appartamento al primo piano di un condominio per andare al lavoro, dopo aver versato la scatoletta di cibo in una ciotola di plastica a Jackson e a Marilyn. Li salutava con delle affettuose carezze e poi chiudeva la porta per sparire per ore e ore.

Jackson si sentiva sprecato per quella vita di riposo, perché passava la giornata a prendere il sole sul terrazzino e a chiacchierare coi suoi vicini: due gatti certosini che vivevano nell’appartamento di fronte al suo. Aveva quindi dato voce alla sua strana passione, quindi: la programmazione. Si era creato un blog che aveva chiamato la vita e le aspirazioni di un gatto d’appartamento, nel quale raccontava le sue avventure e faceva qualche resoconto su ciò che imparava.

Non male, per essere un gatto. Non gli ci era voluto molto per iniziare a raccontare le sue gesta e le sue riflessioni, diventando così il gatto più famoso della città. Tutti quelli che commentavano erano certi che dietro al blog ci fosse un umano, persino Marilyn era rimasta piacevolmente impressionata dall’abilità di Jackson con il computer.
“E che ci vuole?” Aveva detto il gatto. “Il linguaggio degli umani non è così complicato, basta solo aver voglia di imparare. Io lo parlo perfettamente, ma il nostro è molto più musicale.”

La sua anziana compagna di avventure era d’accordo. “La lingua umana è così rude.” aveva confermato.

All'inizio del 2020, Jackson si era reso conto che qualcosa era cambiato nel suo umano, infatti non si alzava più la mattina presto a dargli da mangiare e non lo lasciava più da solo in casa. Se ne stava sul divano a dormicchiare e spesso usava il portatile per giocare e per guardare qualche film, si alzava solo per mangiare e per camminare in giro per casa. Non usciva neppure a comprare da mangiare, in compenso però erano arrivati dei corrieri a portare la spesa a casa. 


Jackson era preoccupato perché vista la presenza di Franco a casa aveva qualche difficoltà a usare il computer. Non poteva certo farsi vedere mentre scriveva o sistemava il suo sito. Immaginava che avrebbe presto dovuto chiudere il blog e si chiedeva se i suoi follower non sentissero la sua mancanza. Dopo qualche tempo però aveva studiato un buon metodo per usare il computer anche in presenza dell'umano. Gli era sufficiente aspettare di sentirlo russare, per poi aprire delicatamente il portatile e mettersi a scrivere.

Ogni volta si impegnava a navigare in incognito e usava Marilyn come sentinella, le aveva dato l’impegno di avvisarlo nel caso in cui Franco si fosse svegliato.


L'umano continuava a ripetere che il lavoro non andava bene. Si lamentava tutto il giorno, ma non sembrava che la cosa gli importasse poi molto, visto che si lamentava dal divano, mentre se ne stava lì a grattarsi la pancia e a guardarsi serie TV su Netflix.


Un giorno, Jackson era veramente stanco e decise di vuotare il sacco. “Senti, Franco, io vorrei iniziare a mangiare meglio. Mi pare che tu sia in difficoltà, quindi ho pensato di cercarmi un lavoro.”

L’umano aveva gli occhi sbarrati. Per un po’ non aveva parlato, né era stato in grado di muoversi. Poi gli si era avvicinato e l’aveva toccato come fosse qualcosa di spaventoso.

“Che c’è?” Aveva quindi domandato all’umano. “Guarda che se volessero i gatti parlerebbero tutti. Non pensare neanche a darmi via o a farmi studiare da qualche scienziato a caso, perché penserebbero solo che sei pazzo. Come ogni gatto, so benissimo cosa posso e cosa non posso fare. Lo so che quando parliamo vi spaventate.

 

L’idea di intraprendere una sua carriera era iniziata per caso: un giorno si era reso conto di aver imparato a parlare piuttosto bene il linguaggio umano. Per migliorare Jackson aveva studiato moltissimo i comportamenti umani e, grazie al suo seguitissimo blog su wordpress, aveva iniziato a proporsi in giro. Un po' per gioco aveva deciso di candidarsi per un annuncio di lavoro quando avevano chiesto un web designer. Jackson aveva dato il nome del suo umano e aveva scritto un'ottima lettera di presentazione. Non credeva sarebbe stato possibile, e invece l'avevano preso. Ora aveva dei capi, dei colleghi. Tutti scherzavano con lui come se fosse un essere umano e la cosa gli piaceva molto.

Solo una collega non gli era per niente simpatica, una che gli aveva raccontato di odiare i gatti, che l'aveva preso in giro quando aveva sentito miagolare. La donna non aveva idea che il miagolio venisse nientemeno che dal suo collega: il gatto Jackson.

Fare le fusa lo aiutava a non urlare e a mantenere la calma quando i suoi colleghi si sarebbero meritati solo delle belle strigliate, era incredibile come gli umani fossero svogliati e approssimativi sul lavoro. E sostenevano di essere evoluti. Certo, come no: meglio che ne fossero convinti.


Quando era arrivata la prima busta paga a nome di Franco, Jackson era stato chiaro: da adesso lui e Marilyn avrebbero mangiato meglio, ciò che spettava loro di diritto in quanto gatti. Cioè pesce e carne freschi, e crocchette di ottima qualità come quelle che consumava da piccolo.



Un giorno gli avevano chiesto di fare una riunione su zoom e Jackson si era chiesto come avrebbe potuto fare. Aveva pensato di chiedere aiuto al suo umano, ma quello passava tutto il tempo a dormire e non gli avrebbe fatto fare una bella figura. Aveva tentato di fingere un guasto alla connessione internet proprio durante la riunione, ma i suoi colleghi tenevano molto a vederlo al punto che l'avevano rinviata.

Il punto di svolta era avvenuto quando Jackson aveva scoperto i filtri: aveva trovato il filtro umano, che gli aveva dato un aspetto più accettabile.





Aveva iniziato a usarlo subito e da allora aveva iniziato a partecipare alle riunioni coi colleghi senza troppe remore, felice di essere finalmente un umano ai loro occhi, oltre che alle loro orecchie. 

Jackson era arrivato in soggiorno e aveva trovato l'umano che dormiva. 

"Hey!", L'aveva svegliato di soprassalto. 

Franco non era ancora abituato a sentirlo parlare e aveva trattenuto a stento un grido di terrore.

"Jackson... T-ti serve qualcosa?" Franco gli aveva grattato il mento e per un attimo Jackson aveva rischiato di dimenticarsi perché fosse andato fin lì.

"Ho fatto la spesa, dovrebbe arrivare tra poco. Mettila via per favore, ma portami il pesce." Jackson aveva pensato sia all’umano che a Marilyn: oltre a una valanga di carne e pesce, aveva preso anche della verdura e della frutta per Franco. Una bella confezione di lettiera profumata e del tonno in scatola per ogni evenienza. Non una spesa eccezionale, ma Franco apprezzava molto il tentativo del suo gatto. Gli aveva promesso che un giorno sarebbe stato di nuovo in grado di provvedere al loro sostentamento e avrebbe anche voluto cercarsi un lavoro, ma c'era il Lockdown e il computer era proprietà esclusiva del gatto, a seguito dei loro accordi.


Franco aveva iniziato a fare molta attenzione alla pulizia della lettiera e delle ciotole. Marilyn ogni tanto chiacchierava con l’umano, visto che tanto non c’era più niente da nascondere. Erano in armonia, tutti insieme.


Jackson si faceva chiamare Jack, un nome un po’ meno strano ed era molto apprezzato in azienda per il suo sarcasmo. 

Ormai si era abituato a utilizzare il filtro umano durante le riunioni. Era andato tutto bene, almeno fino a quel giorno...


quistisf: (Default)
Partecipa al COWT11
Fandom: COWTverse (personaggi del COWT11)
Personaggi: Calico



Hidden desires


Ogni notte, da quel maledetto giorno della sagra del Kulutrek, Calico faceva lo stesso sogno.

Più che un sogno forse avrebbe potuto considerarlo un incubo.

E pensare che fino a quel momento si era sempre considerato un uomo molto equilibrato… era cambiato. Forse la colpa era dei suoi nipoti, così innocenti nelle espressioni dei loro ideali. Ingenui, eppure difficili da tenere a bada.

Nel sogno erano proprio i due gemelli a mostrarsi a lui e a tentarlo: Meridian, coperta dai suoi veli leggeri, lo prendeva per mano e la invitava a seguirlo. 

Calico cercava di sottrarre la mano alla sua presa invadente e allora arrivava Fabian, dietro di lui, ad accarezzargli le spalle. “Non farti pregare, zio Calico, cedi anche tu ai tuoi desideri per una volta.” Fabian lo guidava verso la perdizione, le mani leggere all’improvviso pesanti e convincenti sulle sue spalle. Meridian, di fronte a lui, camminava leggiadra tenendogli le mani, sorridente.

Poco più avanti, Calico poteva iniziare a mettere a fuoco la sua condanna. Regis dell’Aliante sorrideva e lo chiamava. “Vieni qui Calico, non cercare di negarti il piacere che proveresti nel soddisfare i tuoi desideri.”

Nel sogno, Calico tentava di fermarsi. Forse nell’inconscio non desiderava parlare per convincerli a lasciarlo andare. Forse era ora che la smettesse di resistere così strenuamente a ciò che il suo corpo gli domandava.

“Al diavolo!” Esclamò alzandosi dal letto ancora assonnato, incapace di togliersi dalla testa quel pensiero fisso.

A quell’ora era possibile che riuscisse ancora a trovarli, da qualche parte. In molti a Tanit erano ancora svegli all’una e mezza di notte, soprattutto nei giorni prefestivi come quello.

Si infilò gli abiti puliti che aveva preparato per il giorno seguente, maledicendo il suo equilibrio mentale che da qualche settimana ormai sembrava essere perso. Indossò un mantello e si avviò all’uscita. 

Le strade erano ancora dense di cittadini allegri. Molti di essi apparivano alticci, quasi tutti erano allegri. Qualcuno lo riconobbe e lo salutò chiamandolo per nome. 

Non era così amato da sentirsi al sicuro, ma le guardie che lo stavano seguendo a pochi passi di distanza gli davano la forza per proseguire.

Una luce di gioia illuminò gli occhi di Calico quando lo vide: il baracchino coi panini al salame di Kulutrek era di fronte a lui, ancora aperto. Come un bambino, trotterellò verso il bancone. 

“Buonasera, quanti panini avete ancora?”

L’uomo al bancone si mise a contare, imbarazzato. “Stavamo per chiudere, ma direi una dozzina.” 

“Li prendo, incartateli per favore, tutti.” Poi Calico si rivolse alle guardie: “Vi prego di non farne parola con nessuno, soprattutto coi miei nipoti che ne approfitterebbero per derubarmi di nuovo. Ma voi prendetene, sono buoni ora che sono così caldi.” Asserì, porgendo due panini alle guardie. Poi inspirò il profumo dei panini con evidente trasporto e ne addentò uno, che divorò a grossi morsi sotto gli occhi confusi delle due guardie, intente a osservarlo con i panini ancora integri tra le mani.

“Non li volete?” Chiese allora Calico, bofonchiando a causa della bocca piena.

I due addentarono il gentile dono del sommo Priore di Tanit, confusi e un po' divertiti, e lo seguirono nel ritorno al palazzo.
Il sacchetto carico di panini era pesante, ma per lui non era un problema. Era un peso tutt’altro che fastidioso da portare, visto il calore e il profumo che i panini emanavano.

Tornò in camera in silenzio. Per un po’ forse avrebbe dormito sonni privi di incubi.


quistisf: (Default)
 

Fandom: Originale

Genere: Introspettivo

Partecipa al COWT11 prompt: Dio benedica chi se ne frega.(Achille Lauro)



Solo Camilla



Dio benedice chi se ne frega.

Finalmente Camilla l’aveva capito. Ma quanto tempo ci aveva messo? Anni? Forse sarebbe stato più corretto dire decenni, e aveva ancora tanta strada da fare per riuscire ad accettare il fatto che la perfezione non era raggiungibile da nessuno, tanto meno da lei, che era umana esattamente come tutti quelli che l’avevano giudicata in passato e che continuavano a giudicarla.


La colpa era anche di sua madre, che le aveva sempre fatto pesare il suo non essere come lei l’avrebbe voluta: sua madre, aggraziata ed esile, aveva una figlia così differente da lei che faticava a comprenderla.

Da piccola l’aveva iscritta a un corso di danza classica. Camilla credeva che niente nella vita fosse più noioso di quelle lezioni. Aveva provato a chiedere alla madre di stare a casa, perché avrebbe preferito fare i compiti piuttosto di andare a sgambettare a ritmo e in punta di piedi, per uscirne dolorante e annoiata. Avrebbe desiderato cambiare corso e farne uno di nuoto, di pallavolo o di un qualsiasi altro tipo di danza, purché non fosse quella. Ma la mamma non aveva sentito ragioni, costringendola a partecipare nonostante Camilla avrebbe preferito fare ore e ore di compiti invece di stare lì a farsi ripetere continuamente: schiena dritta, pancia in dentro, alta la testa, basse le spalle e alza di più quella gamba...

L’insegnante del corso poi non le stava per niente simpatica. Parlava con un tono di voce più acuto del normale e sospirava sempre quando la guardava. Come se il resto non fosse stato già sufficiente, l’aveva invitata a dimagrire un po’ dimostrando il tatto di un elefante. Solo da adulta ci aveva ragionato su trovando la situazione al limite del denunciabile.

Quella era stata la prima volta in cui si era sentita inadeguata.



Era riuscita a liberarsi del corso alle medie, dove però i bulletti della sua classe l’avevano presa di mira, le loro parole vuote e sciocche la facevano sentire piccola e sbagliata. Si sentiva brutta e sapeva che i suoi compagni la vedevano così.

Non era grassa, non troppo, non allora. Era una ragazza del tutto normale e a riguardare le sue foto, nell’ultimo periodo, si era stupita di quanto invece fosse sempre stata troppo severa con se stessa.

Poi col tempo alle medie si era convinta che comunque nulla contasse, perché anche se fosse dimagrita nessuno l’avrebbe guardata perché era brutta.

In seconda media, quando aveva avuto per la prima volta le sue cose si era sentita ancora più sbagliata. Un trauma: sangue visibile a tutti sui suoi jeans azzurri, chiari e attillati. Ricordava la vergogna e la paura che aveva provato nel vedere tutto quel sangue, perché la mamma le aveva parlato di ciò che un giorno le sarebbe successo. Anche a scuola l’avevano fatto. Ma il trovarsi in quella situazione l’aveva terrorizzata perché l’aveva esposta al giudizio di tutti i suoi compagni di classe.

Il problema non era stato il sangue, né il dolore costante che aveva iniziato a provare da prima di capire cosa le stesse succedendo. Il problema era che non era mai stata così nuda di fronte ai suoi compagni di classe, e la certezza che loro non avrebbero mai permesso che quella macchia fosse cancellata, perché avrebbero dovuto? Considerato che già la prendevano in giro prima, questo era solo un pretesto in più.


La sua parte razionale le ripeteva che era un evento normale, qualcosa che accade a ogni ragazza e che prima o poi tutte si sarebbero trovate nella sua situazione. Sua madre le aveva confessato che più di una volta si era macchiata e che ci si convive. Tra qualche anno ci riderai sopra. 

E forse aveva ragione, ma non era ancora il momento. Le risatine dei suoi compagni di classe, i discorsi interrotti quando si avvicinava a loro erano pugni nello stomaco, fatti per colpire la sua autostima.


Poi vennero i brufoli. Camilla ne era piena e se ne vergognava. Con sua madre avevano provato ogni tipo di crema e di sapone, trattamenti della pelle, maschere all’argilla, ma niente: i brufoli se ne stavano lì. Camilla invidiava alcune delle sue compagne di classe, che avevano la pelle liscia come seta, o che avevano i brufoli, ma riuscivano a coprirli senza troppi pensieri. Chiamavano una sua compagna di classe grattugia. Forse lo facevano anche con lei. Non aveva idea di quale nomignolo le avessero riservato, ma non intendeva scoprirlo. 

Pensava che avesse qualcosa a che fare con il suo naso, che odiava. Si ripeteva spesso che non appena avesse avuto i soldi per farlo, si sarebbe fatta una rinoplastica per avere un naso che la rappresentasse.

Era il naso a renderla brutta. Invidiava quelle che riuscivano a parlare coi ragazzi, quando lei a malapena rivolgeva la parola ai suoi compagni di classe. 


Alle superiori, Camilla aveva trovato la sua dimensione naturale. Aveva delle amiche alle quali teneva e che le volevano bene, passavano insieme pomeriggi di studio e di pettegolezzi e serate tra loro. Camilla però sentiva sempre di avere qualcosa da dimostrare a loro, per lei era come se la loro amicizia fosse un regalo che le stavano facendo. Spesso si chiedeva come mai passassero tutto quel tempo insieme, perché lei non era speciale per niente.

Non aveva il coraggio di cantare insieme a loro perché non era abbastanza intonata. Non ballava, neanche quando uscivano per andare a ballare, perché nonostante gli anni di corso di danza era incapace di andare a tempo e quando a casa, da sola, si metteva in camera a muoversi a ritmo di musica si sentiva ridicola. Era impensabile per lei anche solo pensare di sentirsi libera di ballare. Stava meglio seduta al tavolo a guardare le borse alle amiche, anche perché loro magari avrebbero potuto conoscere qualche ragazzo, mentre per lei non c’erano molte speranze in quel senso. In realtà sentiva che avrebbe dovuto dire alle sue amiche che quei locali non le erano mai piaciuti.

Ci andava per abitudine, per stare con le amiche e guardarsi in giro, per i preparativi prima della partenza e per le chiacchiere mentre tornavano a casa, una volta uscite. Il tempo passato seduta, da sola e assordata dalla musica non era certo memorabile.


Aveva passato i suoi vent’anni a mascherarsi con le altre ragazze, cercando abiti poco appariscenti che la rendessero simile a tutte le altre, ignorando i suoi gusti personali che non erano del tutto adeguati agli standard generali. Si era concessa solo un cappotto rosso in lana cotta che metteva di rado perché attirava troppo l’attenzione.


A trentacinque anni, finalmente Camilla sentiva di avere imparato a conoscersi e ad accettarsi per ciò che era. Era timida e faceva fatica a parlare? Andava bene così, non era necessario per forza parlare con chiunque le rivolgesse la parola.


Dal suo lettino in spiaggia, rideva, finalmente, al pensiero che per anni non era andata al mare per un motivo che finalmente reputava stupido: la cellulite. E chi se ne frega di un po’ di cellulite, ce l’hanno tutte le donne!

Le dicevano le sue amiche quando la invitavano. Tante donne? Probabile, ma loro no. Loro erano perfette. La pelle candida che si scottava facilmente rendeva le sue imperfezioni ancora più evidenti. Ma ormai non era più un problema per lei.

Non le importava più che la gente la fissasse e lei stessa aveva smesso di cercare i difetti negli altri. Si era resa conto che la sua severità nei confronti di se stessa si rivolgeva allo stesso modo anche a chi le stava intorno. Spesso si era chiesta come facesse Biagio a non vergognarsi ad andare in giro con gli stivali da cowboy o con che coraggio Sonia si mettesse spesso a canticchiare nonostante fosse stonata come una campana. 

Dopo anni si era resa conto di essere sempre stata lei a sbagliare e per questo si era sentita in colpa. Non era compito suo giudicare i suoi amici o gli estranei, proprio come nessuno doveva sentirsi in diritto di giudicare lei.

Non l’avrebbe più fatto, si era promessa.


Ormai non si sentiva più in imbarazzo a cantare, a muoversi a ritmo di musica a modo suo quando era a una festa di compleanno o a vestirsi come piaceva a lei.


Dio benedice chi se ne frega, ed era ora che Camilla lo capisse e cominciasse a sentirsi più libera. Era ora che la smettesse di avere paura di mostrare la sua vera bellezza.


quistisf: (Default)
 

Prompt: I feel very attacked right now! (Laganja Estranja)

Il prompt è tradotto in italiano, segnalato dagli asterischi (*)

Fandom: originale

Genere: soprannaturale, introspettivo

Partecipa al COWT11



Insonnia 


La maledetta sveglia ticchettava regolare. Gabriele la prese con una mano e la lanciò contro il muro, sbuffando.

Lui voleva solo dormire sereno nel suo letto caldo e comodo, e invece si stava rigirando come un serpente da ore nonostante la stanchezza, nonostante le gocce di valeriana che secondo il suo farmacista avrebbero fatto miracoli.

Non era abituato all’insonnia e non ne aveva mai sofferto, ma da quando sua nonna era morta lui aveva praticamente smesso di dormire.

Si sentiva osservato, era come se il fantasma della sua parente defunta fosse lì a giudicarlo, come da viva la nonna aveva sempre fatto.

 

Non avevano mai avuto un bel rapporto, perché sua nonna aveva la tendenza ad attaccarlo per insegnargli a vivere, così diceva lei. 

 

Secondo lei, Gabriele avrebbe dovuto smettere di uscire con gli amici a divertirsi, farsi assumere in banca e trovare una brava ragazza con la quale avere tanti marmocchi da portare alla bisnonna. 

Ma quello non era il suo sogno.

Un giorno, cinque anni prima che morisse, avevano litigato in modo pesante, irrevocabile.

La nonna gli aveva ripetuto per l’ennesima volta di non sprecare la sua vita con il cellulare, fai qualcosa di utile per una volta, esci e trovati una brava moglie, poi cercati un lavoro serio e smettila di giocare.

Gabriele aveva deciso allora di dirle la verità: quello non era il suo sogno e non lo sarebbe mai stato. Non avrebbe mai avuto una moglie e dei figli, semmai un marito, se la gente come lei glielo avrebbe mai permesso. Lavorava felice e realizzato come grafico e non ci pensava proprio ad andare in banca, non sarebbe mai successo. Le disse che lei aveva sprecato la sua vita, rinchiusa in un matrimonio privo di amore e di rispetto che era peggio di una prigione, una donna senza passioni che viveva solo per abitudine.

Gabriele si era pentito subito del fiume di parole che le aveva vomitato addosso. Ricordava ancora l’espressione severa e delusa della nonna che non avrebbe mai ammesso, orgogliosa com’era, di aver subito l’attacco verbale del nipote, di esserne stata toccata nel profondo.

Dopo quel giorno nulla era più stato lo stesso. 

La nonna sospirava, guardandolo. Non giudicava più apertamente, ma sbuffava spesso e il ragazzo sapeva che non sarebbe mai tornato indietro. La vedeva a Natale e al suo compleanno e lei gli riservava sempre sguardi di pena. Il suo giudizio strisciava fino a lui, facendolo sentire inadeguato e tutto ciò che desiderava era andarsene. 

Aveva provato a parlarne a sua madre, ma la donna aveva minimizzato: È fatta così, è sempre stata così, cosa possiamo farci? Mi ha detto di essere preoccupata per te, lei non ti capisce. Ormai è vecchia, non cambierà più.

Si era allontanato da lei senza guardarsi indietro e da allora aveva ignorato le richieste, anche quelle di aiuto, che arrivavano dalla nonna.

Il senso di colpa arrivava proprio da quell’ultima richiesta, il giorno della sua morte. Forse se fosse andato lui a farle la spesa come la nonna gli aveva chiesto, lei non sarebbe morta.

 

 

Constatando la vittoria dell’insonnia, decise di alzarsi, sconfitto. Uscì dalla sua stanza ignorando la sveglia, che comunque non gli serviva più: erano le quattro del mattino e lui aveva dormito per poco più di dieci minuti? Forse era arrivato a un’ora di sonno totale, poco male.

La sua iguana riposava nel terrario al sole artificiale della lampada, Gabriele si avvicinò al rettile per capire se era sveglio e il suo animale domestico rivolse la testa verso l’uomo, che aveva aperto la gabbia per portarlo con lui sul divano. “Ciao, bella!”

Niente lo rilassava come accarezzare la pelle liscia della sua Lilly. Sperava che la presenza dell’iguana lo aiutasse a rilassarsi per permettergli di dormire almeno un paio di ore prima dell’inizio della giornata.

 

“Non ho mai capito come tu faccia a toccare quella bestia orribile.” Stanco com’era, la voce della nonna gli sembrò reale. Rise al pensiero che gli avrebbe detto proprio quella stessa frase. Scimmiottò, ripetendola, il giudizio indesiderato sulla sua amata Lilly e rispose, ancora mezzo addormentato. “Avresti dovuto provare a toccarla, nonna, è piacevole. E a lei piaccio io perché la scaldo.” 

“Ne faccio a meno volentieri, caro.” Per quanto fosse impossibile, quella era la sua voce ed era nella stanza. Gabriele, pietrificato e più sveglio di quanto non fosse mai stato nell’ultimo mese, alzò la testa per trovarsi di fronte una figura semitrasparente con le fattezze della cara nonna defunta.

 

“Non mi saluti neanche?” Gabriele boccheggiava mentre Lilly si arrampicava sulle sue spalle, pronta a farsi proteggere dal suo umano preferito.

Il fantasma si sedette sulla poltroncina di fronte al divano, le gambe accavallate e un’espressione di disappunto. “Cosa ci fai sveglio a quest’ora? Non credi sia ora di smetterla con queste sciocchezze?”

“Ch-cosa?” 

“Lo sai cosa: ti senti in colpa perché sono morta e ti avevo chiesto di farmi la spesa, sarei morta lo stesso, sai?” il fantasma si fermò un attimo, per poi riprendere vista l’incapacità di parlare del nipote. “Allora, come te lo spiego? Fai bene a sentirti in colpa perché sei stato un nipote assente.”

“Ma nonna… F- Fantasma? Sto sognando?”

“No, non stai sognando. Lasciami finire una volta tanto! Dicevo: non sei stato un nipote modello, tante volte ho chiesto il tuo aiuto e tu l’hai ignorato, perché non sei mai stato capace di fare una gentilezza a tua nonna. Ma non sono morta per causa tua. Avevi le tue cose e io non le ho mai capite. Adesso però quando passo da te sei sempre sveglio a ripensare a quello che mi dicevi, a quanto stavamo insieme da bambino. Ma basta! Quello è il passato e credimi: io sto benissimo adesso. Magari comincia a comportarti bene con chi è vivo, tipo tuo nonno, invece di scaldare la sedia e il serpente! Credo sia ora che tu cambi registro, se vuoi che la tua vita sia migliore.”

Gabriele non riusciva a parlare, osservava lo sguardo severo del fantasma e si sentiva del tutto inerme. “Mi attacchi sempre! La vuoi smettere di farmi sentire in colpa? Da sempre, non sei mai capace di stare zitta.”

“Cosa? Stai dando la colpa a me della tua incapacità di vivere e di dormire? Ma io sono morta, che cosa posso farci adesso, eh? Semmai io mi sento molto attaccata adesso*. Come mi ci sono sentita quella volta, quando abbiamo litigato.”

“Puoi anche smettere di essere così. Possibile che anche da morta tu riesca a comportarti da stronza? A rinfacciare ogni cosa? Dovresti smetterla di ferire tutti di proposito. A me la mia vita piace, escluso l’ultimo mese.”

“Pfff… se non ho imparato da viva a farmi gli affari miei, puoi immaginare quanto ti ascolterò adesso, da defunta. E sai una cosa? Non mi interessa per niente di ascoltarti. Anzi. Si sente attaccato?* Oh, poverino.”

“Ma io…”

“No: niente ma. Metti nella gabbia la tua lucertola e torna a dormire. E da domani sveglia presto e basta scemenze. In realtà sono venuta qui a ringraziarti… ”

“Cosa? Ringraziarmi per cosa?” Gabriele si alzò e rimise Lilly nel terrario. L’iguana protestò timidamente, ma subito tornò sul ramo a scaldarsi. Osservava il fantasma, confuso.

“Un po’ avevi ragione. Ci ho messo anni per dirtelo e alla fine non ci sono neanche riuscita da viva… Ho ripensato spesso alla nostra litigata e devo ammettere che non è stato facile per me ragionare su quello che mi avevi detto. Sul mio giudicare sempre tutti e voler decidere per ogni membro della mia famiglia. Lo sai che ho iniziato a dipingere? Era un hobby che avevo quando ero giovane, prima che mollassi tutto per occuparmi dei miei doveri familiari. Ho ricominciato pochi giorni dopo la nostra litigata. Avrei voluto dirti che eri stato tu a spingermi, ma non ce l’ho mai fatta. Avrei molti più rimpianti se tu non mi avessi mandata a quel paese cinque anni fa. Ho cercato di non giudicare più, di provare a capirvi meglio tutti. Non credo di esserci riuscita, anche perché non ho mai trovato il coraggio di dirti che avevi ragione, e questo è il mio più grande rimpianto.”

Gabriele stava fermo a bocca aperta a fissare il fantasma.

La nonna si mise a ridere. “Voglio solo dirti che dovresti smetterla di sentirti in colpa, perché non è tua. Ma voglio sperare anche che tu abbia imparato dai tuoi errori, perché se provi senso di colpa è perché in fondo mi volevi bene e ti è costato starmi distante. L’hai fatto per te stesso e lo capisco, ma la prossima volta che tuo nonno ti chiederà di accompagnarlo da qualche parte, magari dirai la verità e non inventerai stupide scuse all’ultimo secondo.”

 

“P- Posso toccarti?”

“Non proprio.” La nonna si avvicinò a lui e fece scivolare una mano verso la sua, la mano era eterea, aria.

“Mi dispiace, nonna.”

“Lo so, tesoro. Mi spiace di averti osservato così tanto in questo periodo, ero preoccupata per te, ti vedevo così triste… Ora però capisco. Ti ho osservato tanto e ho visto quanto tu sia felice con quel Marco. Dovresti presentarlo a casa perché tua madre sarebbe felice di sapere che non sei solo. Anche il tuo lavoro, per me era strano, come la tua biscia lì, che non capisco come faccia a piacerti. Però non siamo tutti uguali, e finalmente credo di averlo capito. Adesso vieni, andiamo a dormire.”

Gabriele si diresse verso la camera assieme alla nonna. “Guarda che ti controllerò, sai. Non voglio più sentire scuse. Da domani dormi e non ci pensi più.”

Gabriele annuì, grato alla nonna per essersi rivelata a lui quella notte. Si mise sotto le coperte mentre gli cantava la ninna nanna di quando era bambino.

 

Il mattino seguente, Gabriele si svegliò quando il sole era già alto. Sarebbe arrivato in ritardo al lavoro, ma non gli importava: aveva dormito. Dopo due mesi finalmente aveva dormito.

Non sapeva se la visita della nonna fosse stata solo un sogno, ma si sentiva più leggero, più libero di vivere. “Grazie, nonna.” sussurrò.


quistisf: (Default)
Fandom: Originale

Prompt: transizione (in questo caso i passaggi di stato dell’acqua)

Genere: fantasy 

Partecipa al COWT11



 

La storia di Mui

 

 

Una goccia d’acqua vive in eterno. Muta, cambia, passa di stato, ma rimane sempre lei. Mui era parte di un ghiacciaio da tempo immemore, infatti aveva ormai smesso di contare i giorni e le notti dall’alto del ghiacciaio. Anzi, magari fosse stata in alto perché avrebbe visto il cielo. Dal centro dell’agglomerato di goccioline poteva soltanto chiacchierare e dormire. Non che le dispiacesse il suo stato. Per quanto lo stato liquido fosse molto più divertente perché poteva visitare parecchi posti nuovi, lo preferiva di gran lunga al buio del fondo dell’oceano, dove le gocce d’acqua meno intraprendenti rischiavano di passare l’eternità, incapaci com’erano di passare sopra alle nuove arrivate molto più sicure di se stesse e di evaporare, per ricominciare un nuovo ciclo.

Le era piaciuto essere pioggia, però, ma la sensazione un po’ le mancava visto che il ghiacciaio non accennava a sciogliersi. Sotto di loro c’era una falda. L’aveva scoperto proprio perché le gocce più sotto spesso parlavano con le goccioline del sottosuolo che salutavano con gioia prima di partire per seguire il corso del fiume che partiva con loro. A volte qualcuno tra i cristalli di ghiaccio alla base, i più anziani in quella posizione, riusciva a farsi trascinare via dal fiume di goccioline e se ne andava urlando di gioia e salutando tutte le altre. Mui aveva calcolato che procedendo a quel ritmo non sarebbe evaporata praticamente mai, e forse sarebbe arrivata al corso d’acqua entro duecento anni all’incirca. Bella prospettiva, pensava.

Il brutto dell’essere ghiaccio era la compagnia. Perché intorno a lei c’erano sempre gli stessi cristalli e lei tutto sommato doveva ammettere di essere stata fortunata, perché i suoi vicini erano tutti simpatici. C’era solo un cristallo che passava il tempo a sospirare, chiedendosi quanto tempo ci sarebbe voluto perché lui fosse finalmente libero di andarsene da quella prigione. “E qui siamo sempre noi, non è possibile però… Ci vorranno millenni prima che veda un cristallo nuovo. Io amo viaggiare e invece sto bloccato qui con voi a vedere il sole che filtra a malapena e a sentire la gioia di quelle goccioline che dopo il giro in falda sono pronti a farsi anche un bel giro a fiume. Beati loro, me tapino…”

 

Mui non sapeva quanto tempo fosse passato, ma era certa che fosse estate quando aveva finalmente visto il sole coi suoi occhi per la prima volta dopo tantissimi decenni. Era stata così felice che non si era per niente preoccupata del significato di questo cambiamento. Il primo giorno non si era sciolta, era rimasta lì sul ghiacciaio a osservare il sole del tramonto e poi la notte. Qualche goccia sciolta ancora attaccata ai cristalli quella notte era ritornata ghiaccio. Il giorno dopo, quando il sole era salito nel punto più alto, aveva ricominciato a sentirsi sinuosa e morbida. Era tornata una goccia d’acqua.

“Ciao a tutti, io parto! Ci rivedremo, forse, mi mancherete tutti!” Aveva salutato per poi gettarsi nel fiume. Lì si era messa subito a chiacchierare con una goccia della falda, che le aveva confessato quanto per lei fosse stato orribile passare il tempo sottoterra. “Ho paura del buio, infatti ho cercato con tutte le mie forze di stare sempre dove la corrente era più forte per arrivare fuori il prima possibile. Tutte le altre mi prendevano un po’ in giro, ma ora per fortuna sono fuori e spero andrò a finire in un cristallo, o magari chissà, in  una bottiglia!”

A Mui l’idea di essere bevuta non piaceva molto. Altre goccioline le avevano raccontato con grande entusiasmo della volta che erano state bevute, di come la loro struttura era stata modificata e poi era tornata quella di sempre, me lei preferiva vedere il mondo, soprattutto dopo tutto quel tempo nel ghiacciaio. “No, grazie, io preferisco andare al mare, da lì evaporerò da qualche parte appena possibile.”

 

Lungo il fiume aveva incontrato pesci di ogni tipo, si era posizionata sulla parte superiore per osservare la primavera rigogliosa: i fiori, l’erba verde e gli alberi, numerosi e floridi ai lati del fiume; poi era scesa il più possibile per sentire il profumo della terra, per osservare i pesci che scorrevano guidati dalla corrente e la spazzatura abbandonata lì dagli uomini, doveva ammettere che era più di quanto fosse abituata a vedere, ma dopo tutti quegli anni ferma, finalmente si sentiva viva e felice.

 

Il fiume aveva iniziato ad allargarsi e in poco tempo le goccioline sarebbero arrivate al mare. Mui amava quel profumo: la sabbia odorava di gioia, gli umani si tuffavano felici e il sale si aggrappava all’acqua e viaggiava anche lui seguendo le correnti pronto a cristallizzarsi sulla pelle degli umani, da cui le gocce d’acqua sarebbero invece evaporate.

 

L’idea di tuffarsi in mare tutto sommato non le dispiaceva, anche se non era il suo luogo preferito sapeva che lì avrebbe potuto incontrare gocce molto sagge: anziane che vivevano nelle profondità da anni e che avevano deciso di restare laggiù per sempre, tutte insieme. Ricordava bene che moltissimi anni prima, mentre era lì con loro, alcune gocce delle profondità erano state pescate insieme ai pesci e le aveva sentite lamentarsi mentre tentavano di staccarsi dalla grossa rete da pesca che le avrebbe allontanate dalla loro casa e dalle loro amiche.

Mui si lasciò trasportare dalla corrente fino in mare aperto, per poi trovare una corrente tiepida attraverso la quali ritornare verso la spiaggia. 

“Mi piacerebbe correre veloce insieme a un’onda!” Disse al sale che le si era aggrappato addosso. 

“Con le onde ci si diverte, andiamo!” 

La corrente li aveva spinti con velocità fino alla spiaggia, dove Mui era scivolata sulla cima dell’onda per poi atterrare sulla sabbia, dalla quale era stata riportata in acqua dalla risacca.

 

In quel momento aveva visto un’ombra avvicinarsi: era stata presa dal secchiello che una piccola umana stava trasportando sulla terraferma. “Ora evaporeremo tutte,” sussurrò emozionata una delle gocce.

 

La bambina invece le utilizzò poche alla volta per bagnare la sabbia e modellarla. Quando fu la volta di Mui, la goccia fu posizionata su una delle torri del castello che la bambina stava costruendo. Mui ne ammirò l’architettura pensando che somigliasse a uno dei tanti castelli che aveva conosciuto nella sua esperienza millenaria di viaggiatrice. Osservò la bambina mentre modellava la sabbia, riempiva le formine e spruzzava acqua sulla sabbia perché la sua costruzione non si rovinasse troppo visto che le gocce  in superficie stavano evaporando tutte.


Dopo poco anche Mui sentì la sua transizione allo stato gassoso. Mentre evaporava si sentiva felice, perché era sempre un bel viaggio quello verso il cielo. Osservare il mondo da lassù era una gioia per lei, soprattutto perché dopo tutti gli anni che aveva passato al ghiacciaio non aveva neppure idea di dove fosse. Non era abituata a quelle alte strutture luccicanti che vedeva svettare alte nella città vicino al mare, né alla quantità di smog che sentiva nell’aria da quando era arrivata, ma non vedeva l’ora di vedere di nuovo da vicino una città. Le piaceva l’idea di diventare pioggia, infatti quando incontrò altro vapore e insieme iniziarono a formare la nube, pensò che fosse ora di tornare sulla terra. Non che quella fosse una sua decisione, in quella situazione infatti faticava a decidere quando cadere giù, semplicemente tornava acqua e crollava sulla terra, veloce, fino a quando non si spiaccicava da qualche parte.
A volte, quando era stata più fortunata, le era capitato di diventare neve, e ricordava ancora l’ultima volta che era successo, decenni prima, quando dopo una dolce e lenta discesa verso la terra, si era posata sul ghiacciaio che per molto tempo poi era diventato la sua casa.

Un po’ le mancava, a dire la verità, ma non le sarebbe piaciuto tornare subito ghiaccio.
Entro breve, sarebbe piovuta sulla città che già vedeva sotto di lei. Non sapeva se sarebbe servita ad abbeverare una pianta, se si sarebbe scontrata con il vetro di un’automobile o contro un ombrello. Il suo viaggio sarebbe stato ancora lungo e lei non vedeva l’ora di scoprire dove l’avrebbe portata.

 

quistisf: (Default)

Fandom: Persona 5
Personaggi: Ren Amamiya, Morgana, Phantom Thieves
Genere: introspettivo
Prompt: E invece no, Bugo
Partecipa al COWT11




Portare a casa la nostalgia





Le metropolitane vanno molto veloci

I giornali gratis

La radio

Le voci

Bella la campagna ma mi rende un po’ triste

(E invece no - Bugo)                                                                                     

 

 

 

Il ritorno a casa dopo l’anno passato a Tokyo era stato più pensante di quanto mai avrebbe potuto immaginare. Gli mancava tutto della città: la metropolitana, veloce e affidabile, grazie alla quale poteva andare da scuola a casa o ovunque desiderasse in pochi minuti; il caos e la musica che riempivano il centro commerciale alla stazione Shibuya, perfino gli assaggi gratuiti della panetteria e i giornaletti gratuiti, quasi sempre privi di notizie interessanti, che a volte prendeva per leggere qualcosa di leggero lungo il breve percorso in metropolitana.

Soprattutto, però gli mancavano i suoi amici.

Makoto, soprattutto, perché il legame che aveva stretto con lei molto più profondo. Avevano giurato di non lasciarsi nonostante la distanza, ma Ren sapeva che lei avrebbe messo al primo posto lo studio e si sarebbe impegnata per costruire il suo futuro anche se questo li avrebbe allontanati ancora di più. Anche lui si sarebbe impegnato per avvicinarsi a lei appena possibile, ma ci sarebbe voluto almeno un altro anno perché lui finisse la scuola. A volte sentiva Makoto al telefono ed era come se fosse lì con lui, parlavano per ore di ogni argomento possibile, ma quando si salutavano lui restava solo nel silenzio leggero della campagna.

 

Un tempo, da bambino, aveva odiato quel silenzio e la distanza dai compagni di scuola che era amplificata dal fatto che lui stava in una zona un po’ isolata. Invece doveva ammettere che gli era mancato davvero. Gli riusciva naturale concentrarsi nella casa in cui era cresciuto coi suoi genitori, con il profumo dei fiori che invadeva la sua stanza silenziosa, resa rumorosa solo dal frinire delle cicale. 

Più volte a Tokyo aveva sentito la mancanza di quel silenzio, soprattutto durante il primo periodo dopo il suo arrivo. Gli mancavano i suoi genitori, anche se provava anche rabbia nei loro confronti, convinto com’era che lo avessero abbandonato a se stesso, lasciando che andasse a vivere da Sojiro per un anno intero solo per avere una preoccupazione in meno a cui pensare. Solo dopo essere tornato aveva capito quando loro avessero sentito la sua mancanza. 

“Era stata una richiesta esplicita da parte di quell’avvocato per far sì che non prendessero altri provvedimenti, non abbiamo avuto scelta, ma ci sei mancato.” Gli aveva detto sua madre con la voce rotta dalla tristezza durante la prima telefonata che gli avevano fatto una volta arrivato a Tokyo. 

Glielo avevano detto anche prima che partisse, ma Ren era così arrabbiato allora che non aveva creduto a quelle che aveva definito scuse per mettere a posto la loro coscienza.

È strano come si desideri spesso ciò che non si ha. In quel momento Ren si vedeva in metropolitana ad attendere di arrivare a Shibuya, certo che lì, in mezzo al caos della stazione, avrebbe trovato Ann e Yusuke ad attenderlo con un sorriso, pronti a una nuova avventura o più semplicemente a mangiare qualcosa di dolce insieme.

Aveva stretto più amicizie nel corso di quel periodo di quante ne avesse mai avute e, anche se i suoi amici, Sojiro, Futaba e Makoto gli mancavano tanto, sapeva che non l’avrebbero dimenticato, come lui avrebbe sempre avuto un posto nel suo cuore per lui. 

“Cosa ci fai lì zitto a fissare il soffitto?” Morgana l’aveva strappato ai suoi pensieri.

“Niente, pensavo ai Phantom Thieves. Alla prossima volta che ci vedremo.”

Il gatto aveva ridacchiato. “Meno male che sono venuto con te, saresti perso qui altrimenti.” Ren si era messo a ridere, ma dentro di sé sapeva che era davvero così.

quistisf: (Default)

Fandom: Persona 5
Prompt: Attacco
Genere: introspettivo, angst (non direi missing moment perché nessuno parla dei passati delle ombre)
Personaggi: Yaksini, Joker, OC
Chi è Yaksini? Un'ombra che vaga per il Palazzo di Kaneshiro. 
Per la storia mi sono ispirata alle Yakshini.


Un'anima pura coperta da un'ombra



Yaksini vagava per il Palazzo senza una vera meta. Cercava solo qualcuno da poter attaccare, qualcuno da mangiare. Possibilmente sarebbe stato meglio un umano, ma sarebbe potuta sopravvivere anche con qualche altra ombra se proprio non avesse trovato di meglio.

 

Aveva combattuto spesso per vivere. Attaccando Ombre ignare alle spalle senza dar loro la speranza di sopravvivere e non era pentita, perché da quei combattimenti dipendeva la sua sopravvivenza.

Non sapeva da quanti anni fosse lì, ma anche se da qualche parte in lei sentiva di non essere sempre stata lì, non ricordava altro. Erano passati forse centinaia di anni da quando lei era cambiata, da quando qualcosa l’aveva portata in quel luogo senza uscita. 

Lei continuava a percorrere sempre lo stesso tratto di corridoio avanti e indietro, sperando di incontrare una preda che avesse un’anima, magari, per quanto non fosse nemmeno sicura di sapere cosa fosse.

 

Il ragazzo e i suoi amici erano arrivati da lei quando ormai credeva che nessun essere umano sarebbe mai passato lungo la sua strada e lei aveva fatto l’unica cosa che sapeva fare: li aveva attaccati alle spalle, felice.

Il potere del ghiaccio era con lei, infatti li aveva colpiti con successo. Le sarebbe bastato divorare uno di loro, ma i ragazzi sembravano resistere senza problemi ai suoi attacchi furiosi, quasi isterici.

Quando aveva pensato di aver vinto, gli umani le avevano sferrato un colpo magico che l’aveva tramortita. Prima di allora non le era mai capitato e già si vedeva morta, di nuovo. Una seconda morte quando ancora non riusciva a ricordare la prima.

 

Poi lui le aveva parlato.

Il ragazzo con i capelli scuri e scompigliati le aveva rivolto la parola invece di darle il colpo di grazia. “Vuoi vivere o preferisci morire?”

Da quanto tempo Yaksini non usava la sua voce per comunicare? Da quanto era un'Ombra? “Voglio vivere,” si era sorpresa della musicalità delle parole che uscivano dalla sua bocca. L’attrazione per l’anima del ragazzo di colpo era mutata. “C’è qualcos’altro che vuoi da me, è vero, umano?” 

Il ragazzo aveva sorriso. “Vuoi combattere con me?”

E solo in quel momento si era vista: nella luce dell’anima del ragazzo, Yaksini aveva ricordato chiaramente che un tempo non era un’ombra. Che un tempo era stata una divinità.

 

“Io sono te, tu sei me,” aveva pronunciato con solennità Yaksini. Era riuscita a liberarsi dalla maledizione che l’aveva tramutata in un demone. Un anatema che lei stessa aveva pronunciato per cancellare il suo passato e gli errori che aveva commesso, ma ora che si era legata all’anima del ragazzo, diventandone la Persona, le sue memorie erano tornate, prepotenti e crudeli. Avrebbe preferito non ricordare, ma quella era l’unica opportunità che aveva di tornare se stessa.

 

Non era sempre stata un’ombra. Un tempo era stata una delle Yakshi, una delle divinità in grado di far avverare i desideri degli uomini loro devoti. 

Avrebbe tanto desiderato poter pronunciare il proprio nome, ma non intendeva invocarlo neanche nella sua memoria per non infangare la purezza di colei che un tempo era stata e che con molta fatica forse un giorno sarebbe tornata a essere, se fosse riuscita a espiare i propri peccati.

Era passato così tanto tempo da quando la sua esistenza era mutata che ormai faceva fatica a rammentare il passato, ma chiudendo gli occhi le tornava ancora la memoria di quando un tempo gli uomini andassero a cercarla per ottenere fortuna, ricchezza e felicità. La invocavano sotto gli alberi di Kadamba, col caldo o con la pioggia, di giorno e di notte. Ricchi o poveri che fossero non c'era differenza, perché tutti arrivavano a piedi all’albero e portavano con loro canfora, legno di sandalo e burro chiarificato, doni per lei, rituali imparati dagli avi. Ripetevano il mantra migliaia di volte, e poi ancora migliaia di volte purché lei li ascoltasse ed esaudisse i loro desideri.

 

Lei però donava la sua benedizione solo a chi presentava le motivazioni più pure, a chi desiderava quanto necessario e forse qualcosa in più, ma sempre a chi non osava approfittarsi del suo aiuto. Mostrava loro la sua divinità nel suo corpo di donna prosperosa, pronta a portar loro la prosperità.

 

Poi un giorno tutto era cambiato: un giorno si era innamorata dell'aspetto di uno degli uomini che era andato a invocarla. La sua voce l'aveva incantata prima ancora che lei riuscisse a vederlo davvero e, quando con la mente la Yakshi l'aveva raggiunto, ne era rimasta ammaliata. L’aveva amato e l'aveva accontentato senza preoccuparsi per la prima volta nella sua esistenza divina di ascoltare fino in fondo al cuore i suoi veri desideri: pensieri impuri e terribili nascosti sotto un aspetto angelico, un sorriso aperto che pareva sincero e che invece era desiderio di morte.

 

La dea si era concentrata sulla voce melliflua e suadente che accompagnava le parole senza cercare di mettersi in risonanza col cuore marcio dell’uomo.

Da quel giorno aveva iniziato a perdere contatto con la sua anima divina: aveva perso l'interesse negli uomini e aveva iniziato ad attaccarsi a lui in modo offensivo, ammirando il suo corpo,  a osservarlo e a desiderarlo dimenticandosi di ciò che invece la sua divinità le imponeva di fare. 

Lui la ringraziava ogni mattina per aver esaudito i suoi desideri e lei ogni mattina, invisibile ai suoi occhi, restava attaccata al cuore marcio dell’uomo mancando di rispetto al suo vero ruolo di Yakshi.

 

Così, dopo qualche tempo, aveva potuto constatare ciò che egli aveva fatto con la ricchezza e la fortuna che lei gli aveva donato così incautamente. Egli aveva rubato denaro, merce e onore alla famiglia rivale alla sua. Aveva sposato con l’inganno una donna che lo detestava, della quale lui amava solo la ricchezza materiale.

La maltrattava ogni giorno e la donna era arrivata a essere infelice al punto che l’aveva lasciato perdendo tutto e ritrovandosi a vivere sola in povertà.

La Yakshi si era attaccata a lui ancora di più, incapace di vedere oltre l’aura ammaliante che egli possedeva, felice di avergli donato prosperità e gioia. Non vedeva altro che lui e non riusciva a pensare con purezza al cuore degli uomini che aiutava distratta, senza spinta, senza più il cuore puro di un tempo.

 

Poi un giorno il suo aspetto aveva iniziato a cambiare.

I desideri corrotti della sua anima avevano iniziato a manifestarsi rendendo la sua pelle violacea, come morta. Stava diventando la manifestazione della corruzione così invisibile nell'uomo che l'aveva ingannata, così evidente in lei e nel suo cuore un tempo puro.

Aveva quasi smesso di sentire i mantra che gli uomini le dedicavano, doveva concentrarsi così tanto per riuscirci che rischiava di perderlo, quindi aveva smesso di provarci.

L'attaccamento all'uomo la stava privando della sua divinità, ma a lei non importava.

Da pura a oscura, un giorno si era risvegliata come Ombra.

 


Ora che la sua memoria era tornata, si era resa conto di essere stata vittima di un incanto di malia che le aveva fatto perdere la via della rettitudine che lei aveva sempre seguito con grande attenzione e amore nei confronti degli uomini. 

Pregava che, quando il ragazzo l’avrebbe lasciata andare, sarebbe stata perdonata dalle divinità che le avevano un tempo donato quel potere meraviglioso che, di nuovo, desiderava. Sarebbe tornata Janaranjika.

quistisf: (Default)
 

Partecipa al COWT11, il prompt è la citazione (prima frase del testo)
Fandom: Originale
Slice of life, fluff
A Natale siamo tutti più buoni



 A short stranger will soon enter your life with blessings to share.

 

Elisa aveva letto il biscotto della fortuna sorridendo.

Magari, aveva pensato: avrebbe avuto proprio bisogno di una bella benedizione, qualcosa che le migliorasse un po’ l’umore, perché la giornata era stata pessima a dire poco.

Sotto Natale la gente impazziva e lei, che incartava pacchetti al centro commerciale, stava cominciando a pensare che l’egoismo fosse un tratto innato di tutti gli esseri umani.

 

Negli ultimi giorni, presi dalla frenesia degli acquisti degli ultimi giorni, erano tutti di corsa, nervosi e carichi di pacchetti pieni di oggetti di ogni tipo: dalle console tanto richieste dai ragazzi ai profumi di marchi conosciuti,  dai libri più conosciuti alle cornici in legno e in ceramica per custodire i ricordi più belli.

 

Nessuno le lasciava più del minimo necessario per il suo lavoro di volontaria, ma tutto sommato le piaceva osservare gli sguardi amorevoli dei nonni che facevano incartare giocattoli e vestiti per i loro nipoti, e quelli orgogliosi dei bambini che avevano preso i regali per i fratellini più piccoli che ancora credevano a Babbo Natale.

Era proprio a un bambino ad averle passato una grossa scatola contenente una  bambola di pezza. “Ciao! Di che colore mettiamo la carta?”

“È per mia sorella, le piace il verde!” 

“Allora verde con le farfalle? Ti piace?”

Il bambino aveva annuito. “Io sono grande, lo so che Babbo Natale non esiste, ma mia sorella no perché è piccola.”

“È fortunata ad avere un Babbo Natale come te, però, le hai preso proprio un bel regalo!”

Il bambino aveva gonfiato il petto, orgoglioso di se stesso. “Sono stato bravo. La mamma le ha preso una macchinetta col radiocomando come la mia, così possiamo giocare insieme!”

“Brava anche la tua mamma! Nastro color oro, ti piace?”

“Sì!”

“Ottima scelta! Sono sicura che sei un bravissimo fratello.”

“E a te cosa regala la tua famiglia a Natale?”

“A me… Non lo so, la mia mamma e il mio papà sono lontani, li vedrò dopo Natale.”

Il bambino sembrava essersi intristito. Elisa aveva salutato lui e la madre e aveva continuato a lavorare.

Dopo una decina di minuti i due si erano ripresentati al suo banco con una scatola anonima di cartoncino riciclato.

“Ciao! Questa volta che colore facciamo?”

“Ti piace il rosso?” Aveva chiesto il bambino, un po’ emozionato.

“Il rosso è bellissimo a Natale!”

Il bambino aveva battuto le mani, soddisfatto. “Col nastro d’oro!” Aveva esclamato felice.

La sua mamma stava a pochi metri di distanza, sorrideva orgogliosa di quel ragazzino così dolce ed educato.

“Ecco fatto!” Elisa gli aveva passato il regalo. “Buon Natale.”

Il bambino aveva preso dalla tasca una busta. “Che Dio ti benedica!” le aveva detto.

“Il regalo è per te, per aprirlo a Natale. E e questo è il bigliettino.” Il bambino era un po’ emozionato, ma Elisa di certo lo era di più. Aveva sentito un calore improvviso sulla pelle e sapeva di essere arrossita. 

“Ma… N- non dovevi!”

La madre del bambino si era avvicinata e gli aveva posato le mani sulle spalle. “È solo un pensierino, ma Lorenzo ci teneva tanto, ha detto che sei stata gentile. Buon Natale.”

“G- grazie.” Elisa era rimasta a fissare mamma e figlio che si allontanavano, Lorenzo saltellava felice e la madre rideva.

“Buon Natale!” Aveva esclamato, sperando che la sentissero.

Poi si era messa a ridere osservando il pacchettino, ancora emozionata. I biscotti funzionano, e chi l’avrebbe detto.

 

quistisf: (Default)
Fandom: Originale
Slice of life
Prompt: accidia
Partecipa al COWT11

 
As I am


Il cellulare di Claudio aveva vibrato di nuovo e il ragazzo l’aveva osservato per qualche istante prima di decidersi a leggere il messaggio.

 

Hai da fare stasera? Ci troviamo da Fil alle 8. Ci facciamo una pizza?

 

Claudio aveva sospirato lasciando cadere il cellulare sul divano. Sì: una pizza gli andava, ma non aveva proprio voglia di uscire.

Si era buttato sul divano e aveva chiuso gli occhi pensando a quanto quella giornata fosse già stata abbastanza lunga: la sveglia presto, il compito di matematica, il lento ritorno a casa con l'autobus, il pranzo. Non aveva molto da fare, come ogni sabato pomeriggio, e la cosa non gli dispiaceva per niente.

Non pensava di dormire, solo di riposare un attimo e di riflettere. Aveva bisogno di un po’ di tempo per decidere, poi avrebbe risposto al messaggio.

 

Alla fine aveva dormito. Si era alzato dopo quaranta minuti più stanco di prima e aveva osservato di nuovo il cellulare. Ne sentiva la presenza minacciosa che lo chiamava, invitandolo a prendere una decisione. L'aveva ignorato per il momento, voleva mangiare qualcosa.

 

A scuola stavano studiando l’inferno di Dante e lui si era rivisto nel girone degli accidiosi, al punto che aveva sognato di correre a perdifiato, scontando il contrappasso che lo scrittore aveva riservato a chi, come lui, lasciava che la vita gli accadesse intorno senza cercare di ottenere il massimo della gioia dai piccoli momenti di ogni giorno.

C’erano peccati peggiori, di questo era certo. La superbia era peggio, anche l'avarizia. E lui si riteneva un bravo ragazzo nonostante le sue scelte fossero a volte poco comprensibili da chi gli stava intorno.

La sua era una attesa, una vita di piccole rare gioie intervallate dalla noia totale, come per quella serata: Claudio sapeva che se fosse uscito si sarebbe divertito almeno un po', ma non ne aveva voglia. 

 

Poteva prevedere con certezza come sarebbe andata la serata: si sarebbero trovarti da Fil alle otto e mezza passate, perché tra loro nessuno era puntuale. Sarebbero arrivate le pizze, anche quelle in ritardo, e lui si sarebbe seduto a mangiare, a ridere delle battute stupide di Alberto e delle sue imprese amorose. Tutti sapevano che si inventava la metà di quello che diceva, ma le storie, per quanto false o liberamente ispirate a qualche film, erano divertenti e lui le sapeva raccontare.

Anche a Claudio sarebbe piaciuto raccontare qualche storia, riuscire a tenere i suoi amici incollati alle sedie ad aspettare in silenzio, sulle spine, pronti a ridere all’arrivo della cosiddetta punch line.

Ma sapeva anche cosa avrebbe fatto lui: si sarebbe seduto in disparte sul grande tavolo e sarebbe stato lì a fingere che gli importasse qualcosa di tutti i loro discorsi, poi avrebbe cercato una scusa per tornare a casa appena possibile e si sarebbe messo a letto a giocare col cellulare senza impegno, magari pensando a quanto fossero stupide quelle serate senza senso. La pizza gli sarebbe rimasta sullo stomaco e avrebbe passato la notte a rigirarsi nel letto, non gli piaceva neanche quella della pizzeria vicino casa di Fil. Quella vicino a casa sua era molto meglio.

 

Sua madre continuava a ripetergli che si stava lasciando andare, che doveva vivere, uscire, divertirsi. L'adolescenza arriva una volta sola e devi approfittarne. 

Lui sapeva che aveva ragione, ma non gli importava neppure di questo. Saperlo non gli serviva, ma gli bastava a capire che solo lui poteva scegliere come vivere la sua vita.

La sua indolenza non era neppure un problema così grave, c'era di peggio:  non era malato, si comportava bene e  noia e indolenza erano molto meglio di tristezza, paura e solitudine.

In fin dei conti gli sembrava di fare tutto ciò che gli era richiesto: a scuola non andava male, anche se non era il primo della classe e aiutava a casa, sbuffando un po’ come tutti gli adolescenti. Spesso copiava i compiti la mattina, prima di entrare in classe, ma cercava di non farsi trovare impreparato e tutto sommato se la cavava. 

Il minimo che tu possa fare è studiare e andare almeno decentemente a scuola, ma esci un po’… vai a divertirti!

La voce di sua madre gli risuonava nella testa, nel ripensare alle sue parole Claudio aveva fatto roteare gli occhi. Lasciami fare quel che voglio e non preoccuparti.

Ma non ti annoi tutto il giorno a casa?

Sì, certo che mi annoio, ma saranno affari miei? Potrò decidere io cosa fare?

Aveva recuperato il cellulare e tra i messaggi ce n'era uno di sua madre:

 

Ciao Claudio, esci stasera? Altrimenti pizza?


Questa volta aveva esitato solo pochi secondi prima di rispondere:

 

No, sono a casa stasera
Ok per la pizza

Era stato facile scegliere, finalmente aveva risposto all'amico:

 

Scusa, ho da fare stasera, ci vediamo la prossima volta!

quistisf: (Default)
Originale
One shot
fluff
Partecipa al COWT11 
Prompt: Qualcosa che all'inizio è diviso e alla fine è unito. In questo caso, letteralmente, il vaso.


Il vaso


Luca e Tommaso si trovavano dalla nonna in occasione delle vacanze estive. Amavano la sua casa, perché la nonna aveva il giardino e lì sentivano di poter giocare liberamente, anche se la mamma li aveva avvertiti tante volte: se rompete qualcosa a casa della nonna, poi lei si arrabbia sul serio. State attenti con quella palla! Tutto, ma non il pallone vicino alle finestre, per giocare a calcio potete andare al parco! 

Ripeteva sempre la mamma, pregandoli di fare attenzione. Ma sa che i spesso, soprattutto mentre si gioca, non si pensa alle conseguenze. Per questo, quando la pianta era caduta per terra e i due avevano sentito il rumore di cocci rotti, si erano subito congelati per capire quanto la situazione fosse, in effetti, grave.

Fermi, trattennero entrambi il fiato mentre i loro occhi vagavano per il giardino, chiedendosi quando sarebbe arrivato l’urlo di guerra della nonna e se in giardino ci fosse qualcosa in grado di aiutarli a sopravvivere o almeno una via di fuga.

“Oh, no! Si è rotto tutto!” Tommaso aveva parlato a bassa voce, tradendo il terrore per il loro errore di valutazione

Sul pavimento in cemento del retro della casa della loro nonna giaceva il ciclamino viola, contornato da terra e cocci di un vaso in terracotta dipinto con cerchi colorati. Non sembrava essere di grande valore, ma non potevano rischiare: dovevano trovare il modo di nascondere il misfatto.

“Pensi che sia una cosa importante?”

“È solo un vaso, ma sai che le piacciono queste robe… penso che ce la farà pagare… Non so, sembra dipinto, ma non è molto bello…”

Tommaso si era avvicinato lentamente al disastro e aveva tirato un sospiro di sollievo: “Non sono tanti pezzi, forse riusciamo a rimetterlo insieme con un po’ di colla.”

Luca era il più grande coi suoi nove anni di esperienza alle spalle e si sentiva in dovere di formulare un piano d’azione, anzi, era un po’ deluso da se stesso per non aver pensato lui per primo alla soluzione.

“Va bene: io vado dentro a vedere cosa sta facendo la nonna; tu raccogli la terra e la metti nella scatola che c’è lì, attento a non rovinare i fiori. Usa la scopa per il resto della terra. Io torno subito.”

La nonna era impegnata in cucina, canticchiava e si muoveva al ritmo della canzone che Luca non conosceva, era di buon umore, forse anche perché la radiolina analogica gracchiante che aveva in cucina aveva coperto il rumore del disastro.

Luca si rivolse a lei con un sorriso rilassato. “Ciao, nonna, cosa fai?”

“Sto preparando le lasagne fatte in casa per pranzo, tra un’ora e mezza al massimo sarà tutto pronto e mangeremo tutti insieme, anche coi tuoi genitori che sono già per strada.”

Luca cercò di mantenere la calma, ma sapeva di essere sbiancato. “Vengono i nostri genitori? Che bello!” Sperava tanto che la sua esclamazione non fosse risuonata come terrore puro alle orecchie della nonna. Avevano passato quelle giornate di vacanza senza pensare che prima o poi sarebbero dovuti tornare a casa, al punto che avevano perso il conto dei giorni, ma era evidente che fosse già domenica, visto che i genitori sarebbero arrivati per pranzo. Mentalmente, Luca pensò a quanto tempo avessero e, vista l’ora e la distanza, arrivò alla conclusione che potevano farcela.

Camminando con disinvoltura, era scivolato a recuperare la colla mega attack, che la nonna teneva in un piccolo portaoggetti appeso al pensile della cucina che si trovava di fianco alla finestra. Era stato attento ad aspettare che lei si voltasse per nasconderla nella tasca dei pantaloncini con rapidità. Aveva quindi preso due bicchieri dal mobiletto e li aveva riempiti d’acqua. “Ti serve una mano? Che ti mando Tommaso se vuoi.”

“Ma no, tranquilli, voi giocate che se mi serve qualcosa vi chiamo.”

 

Tornato fuori, Luca aveva visto che Tommaso aveva portato la scatola contenente terra e fiori all’ombra dell’unico albero presente nel giardinetto della nonna, in quel momento stava mettendo in ordine i pezzi del vaso.

“Sarà difficile, ho paura che si vedranno le crepe,” osservò, ma era l’unica speranza che avevano. “Almeno speriamo che se ne accorga quando saremo già lontani.” I due si lasciarono andare a una risatina per sciogliere un po’ i nervi, poi tornarono subito seri: era un momento importante.

Era sempre un po’ difficile aprire il tubetto della colla, ma con qualche piccolo sforzo ce l’avevano fatta. Tommaso aveva già iniziato a fare qualche prova con i pezzi, unendoli due a due fino a capire quali fossero i giusti incastri, e soprattutto per capire se ne mancava qualcuno.

Avevano deciso di iniziare con i due pezzi più grossi e di incastrare in seguito i cocci più piccoli. In totale erano una decina di pezzi grossi e qualcuno di più piccolo, non fu per niente facile. “Forse avremmo dovuto attaccare prima quelli vicini, fare metà vaso a testa.” Osservò Tommaso nel constatare che alcuni pezzi non si infilavano negli spazi vuoti tra le crepe, ma ormai era troppo tardi: dovevano fare il loro meglio e sperare che bastasse.

“Non è che potremmo dipingerlo di nuovo?” Aveva proposto di nuovo il fratello minore a lavoro quasi ultimato.

Ma non c’era tempo, anzi, non avrebbero neppure finito di incollare, perché l’automobile dei loro genitori stava imboccando il cancello. 

“Nascondi tutto, svelto!” Insieme avevano riempito la scatola con i pezzi rimanenti e l’avevano nascosta in garage, dietro le biciclette, sul lato più nascosto. Luca sperava che il ciclamino avrebbe retto un po’ di buio e aveva buone speranze visto che sua madre gli aveva detto che era il fiore più forte. Resiste anche all’inverno, ecco perché sono contenta che me l’abbiate regalato per il mio compleanno.

“Dobbiamo incollare il resto prima della fine del pranzo.”

Una volta salutati i genitori, i due iniziarono a darsi il cambio nella missione impossibile di ricostruzione.

Non era strano che i fratelli girassero per la casa, era raro che stessero tutti insieme a chiacchierare nella stessa stanza. Quello che insospettì i genitori era la presenza costante di almeno uno dei due, lì a chiacchierare amabilmente senza lamentarsi. 

“Non so cosa stiate nascondendo, ma fareste bene a vuotare il sacco.” Aveva minacciato la mamma, sussurrando direttamente all’orecchio di Tommaso. La donna sapeva che tra i due c’erano più possibilità che fosse lui a cedere, infatti il bambino assunse un’espressione colpevole.

“Abbiamo… rotto un vaso.”

La donna prese il figlio per il braccio con delicatezza e lo accompagnò in soggiorno. “Che vaso?”

“Quello con le palline colorate, col ciclamino. Lo stiamo incollando.”

La mamma sorrise. “Quel vaso l’avevo dipinto io da bambina. Ma non ti devi preoccupare, non l’avete fatto di proposito. Vi aiuto.”

Insieme si erano diretti al garage, dove Luca cercava di incollare più pezzi possibili. Nel vedere la madre, il maggiore dei due fratelli era sbiancato e aveva quasi fatto cadere di nuovo il vaso. 

“Non preoccuparti, sono qui per aiutarvi.” Luca porse il vaso alla mamma, che lo osservò con attenzione. 

“Bravi, avete fatto un lavoro non proprio perfetto, ma non è male. Continuate a incollare che vado a prendere una cosa.”

I due, un po’ più rilassati, unirono quasi tutti i restanti pezzi alla loro composizione. Purtroppo alcuni non si infilavano perfettamente.

“Dovreste limare quei pezzi, vi aiuto io.” anche il papà era arrivato a dare una mano, con un foglio di carta vetrata aveva iniziato a farvi scorrere sopra i pezzi uno per volta. Nel giro di pochi minuti i restanti pezzi erano stati uniti. Il vaso era tornato un pezzo unico.

“Venite qui, col vaso, che lo finiamo.”

Sul tavolo della cantina, la mamma aveva posizionato un foglio di giornale con sopra alcuni pennelli e una piccola tavolozza nella quale aveva versato dei colori. “Dovete sapere che quel vaso l’avevo dipinto io da piccola. Ormai era tutto scolorito e le dicevo sempre di buttarlo. Mi aveva detto di aver sentito il vaso cadere e di avervi spiati stamattina. Abbiamo apprezzato il vostro tentativo, perché sappiamo che avete imparato una lezione. Adesso con i colori e poi anche con la vernice possiamo renderlo anche vostro.”

I due fratelli si divertirono a colorare il vaso imitando le decorazioni che la loro mamma aveva dipinto più di venti anni prima.
Quando la nonna li andò a chiamare per il pranzo, li trovò tutti a ridere intorno al tavolo della cantina. “Dove sarebbe il mio ciclamino? Sta bene?”

“Sì, l’ho messo fuori in un vaso di plastica, domani lo potrete ripiantare.” La mamma aveva pensato a tutto.

La nonna stava fissando il vaso. “Insomma, pensavo peggio… Meno male che non avete rotto il vetro, potevate farvi male a provare a nascondere anche quello.” rideva, divertita. 

I due si erano resi conto di non essere stati particolarmente furbi nonostante il loro piano a prova di nonna.

Insieme erano andati a pranzo, ancora ridendo.

 

Quel pomeriggio, prima di andare via la mamma aveva mostrato loro come usare la vernice trasparente. “È venuto proprio bene, ora è un’opera di tutti noi, si vedono le crepe, ma vedrete che starà benissimo sul balcone. Potete chiedere alla nonna se vi dà anche un vaso intero, magari. Cosa ne dite?”

“Mi piacerebbe,” rispose Luca saltellando di gioia, mentre il fratello annuiva sorridente.

Avevano rimesso insieme il vaso e conosciuto un po’ di più i loro genitori. Era stata una bella giornata.


quistisf: (Default)

One shot
Fandom: Originale
Generi: Sovrannaturale
Avvertimenti: Suicidio/morte
Prompt: esplorazione, casa stregata
Partecipa al COWT11

 Via Manzoni 17

 






Pietro Mareschi era intenzionato ad acquistare una nuova casa per la sua famiglia. Ne aveva puntata una in via  Manzoni diciassette che gli piaceva sia per la posizione, era infatti in centro città, che per tutto il resto.

La casa apparteneva a un medico, che l’aveva acquistata direttamente dal proprietario originale ed era praticamente una villa di fine ottocento, con doppia scalinata in legno all’ingresso e mobili di pregio in ogni stanza.

Da piccolo, ricordava che suo padre l’aveva portato lì più di una volta, perché il proprietario, che era anche il suo medico di famglia, era un suo vecchio amico, e con vecchio, intendeva davvero vecchio. Chissà se è ancora vivo, si era ritrovato a chiedersi.

Mareschi ricordava i discorsi del padre, come gli ripetesse di continuo che una casa del genere è uno status symbol.

Con una casa come quella non hai neppure bisogno di vestirti bene e di usare auto di lusso: tutti sanno che chi vive in un luogo così è gente di un certo livello.

Proprio per questo gli dava immensamente fastidio che quel gioiellino fosse al momento disabitato. Sapeva che in giro c’era qualche voce che girava, che qualcuno sosteneva che fosse un luogo abitato dai fantasmi, ma erano sciocchezze e se proprio i proprietari non ci volevano vivere non c’era nessun problema: ci sarebbe andato lui.

 

L’uomo aveva subito dato ordine ai suoi assistenti di contattare il proprietario e di chiedere se per caso il lotto fosse in vendita.

Dopo un paio di giorni era stato chiamato da un’agenzia immobiliare della città che gli aveva spiegato che in effetti la casa era disabitata, ma che il proprietario si era sempre rifiutato di venderla o di affittarla.

“Sappiamo che è davvero un peccato che la casa stia lì: vuota, a lasciare che il tempo la rovini, ma quello non ne vuole sapere di vendere, dice che solo quando sarà morto potremo averla.”

Mareschi aveva reagito male. “Questo non ha senso, fate il vostro lavoro e trovate un modo di convincerlo! O vi fanno così schifo i soldi?” Aveva tuonato. La donna dall’altro capo del telefono aveva balbettato qualcosa di indefinito, imbarazzata dal commento del tutto fuori luogo, ma immaginando di avere a che fare con un possibile cliente, l’aveva salutato, invitandolo a presentarsi per avere le loro interessanti proposte.

Ma Mareschi, il ricco imprenditore, aveva già una casa, non aveva bisogno di una casa. A lui serviva un sogno, un luogo adatto a cambiare classe sociale e a dimostrare a tutti che anche lui ce l’aveva fatta. Lui: il figlio del piccolo imprenditore che aveva iniziato tutto a partire dalla piccola fabbrica di bulloni nella quale Pietro aveva passato la sua infanzia. 

Quella villa era il posto giusto per lui e per la sua famiglia e l’avrebbe ottenuta, prima o poi.

 

Erano passati circa due mesi quando l’agenzia aveva richiamato.

Un uomo dalla voce squillante e dal tono entusiasta gli aveva dichiarato che la villa era sulla piazza. “Purtroppo devo comunicarle che il vecchio proprietario della casa a cui era interessato è deceduto, quindi se le interessa posso farle vedere l’immobile, perché i figli del signor Baldi hanno deciso di vendere il prima possibile. Sa com’è, per dividere l’eredità. Hanno tutti già una casa e di questa non sanno cosa farne… e non tutti hanno buon gusto come lei.”

Era incredibile il tono allegro col quale aveva comunicato questa notizia: nonostante le parole fossero tristi ed educate, si capiva che al pensiero della provvigione l’agente era euforico. Pietro immaginava che gli importassero solo i quattrini, ma per lui non era un problema, apprezzava l’onestà, gli aveva dato quasi più fastidio l’accondiscendenza con la quale aveva sminuito gli eredi del dottor Baldi. “Va bene, voglio vederla.” Poche parole, non ne sarebbero servite di più per diventare il nuovo migliore amico dell’agente immobiliare.

 

Mareschi aveva accettato con gioia malcelata di andare a visitare la villa, si era anche un po’ pentito di non essere stato più bravo a fingersi disinteressato, ma non voleva lasciarsela scappare ed era certo che ci sarebbero state parecchie offerte, oltre alla sua, per acquistarla.

 

L’uomo dell’agenzia gli aveva dato appuntamento per le quindici e quindici. Un orario che a Pietro non era piaciuto molto, lui preferiva gli orari pieni: le quindici, le sedici. Era come quando vedeva i prodotti in offerta nei negozi a novantanove euro e novantanove centesimi. Scrivi cento, tieniti il centesimo di resto e non fingere che sia meno, tutte robe da accattoni che avrebbero fatto il possibile per pagare meno. Lui non era così. Capiva che quello fosse marketing, ma non voleva essere equiparato ai poveracci che dovevano stare attenti al centesimo. No, i prezzi dei ricchi erano diversi e lui, che tanto aveva faticato e lavorato per arrivare a quel livello, voleva che anche i tempi e gli orari si riflettessero allo stesso modo nella sua vita.

 

Una degli eredi del signor Baldi era di fronte al cancello. Si trattava di sua figlia Serafina: una donna spigolosa, pallida e magra, dal fare scattante. Fumava una sigaretta con nervosismo, aspirando forte il fumo e lasciandolo andare con soffi impazienti.

La donna stava confabulando con l’agente immobiliare quando Pietro era giunto vicino a loro, e l’aveva sentita confessare di non voler avere niente a che vedere con la casa. Che se la prenda chi volete, a me basta non dover tornare in questo postaccio. Lo odio. 

Questo dettaglio poteva andare a suo favore nel caso in cui lui fosse stato l’unico offerente, ma in caso contrario significava che alla donna non interessava per niente che la casa andasse a qualcuno di rispettabile, quindi non avrebbe guardato in faccia nessuno: soltanto il denaro sarebbe contato nella loro transazione. Aveva pensato di mettere sul piatto il rapporto dei loro genitori, ma alla fine aveva rinunciato, pensando che tanto non era la tattica giusta per farle cambiare idea.

“Buon pomeriggio,” gli aveva detto con gentilezza Serafina, porgendogli la mano. “Sono la figlia di Roberto Baldi, oggi vi accompagnerò nella visita.”

Pietro sorrideva compiaciuto. “È la prima volta che entro in questo maestoso giardino, non vedo l’ora di fare il primo giro.” 

Serafina aveva emesso una risata stizzita. “Bene: prima volta per te, ultima per me. Non vedevo l’ora di vendere questa amabile, ridente proprietà.” Aveva girato la chiave nella toppa e il cancello si era aperto con un cigolio sinistro.

“Mi spiace per l’erba alta. Avevo chiesto al giardiniere di entrare a tagliarla, ma non ha finito il lavoro per cui l’ho già pagato a quanto pare.”

Il giardino si presentava in uno stato di semi abbandono. Pietro era rimasto a osservarne i dettagli a bocca aperta, ma non gli importava delle erbacce e della sporcizia; Era incantato dagli alberi maestosi, dalle fronde verdi e sane, dal pergolato in legno che si poteva ancora intravedere nonostante la natura  selvaggia avesse cercato di nasconderlo, ricoprendolo di erbacce e la grande scalinata in pietra che si protendeva fino a un terrazzo che presumibilmente si trovava al primo piano della casa.

“Qui c’era un piccolo giardino inglese, le siepi sono soltanto da potare. I fiori ovviamente dovrete ripiantarli, ma la fontana di pietra è ancora funzionante, l’ha provata mio fratello l’altro ieri quando è stato qui a dare le chiavi al giardiniere. La pavimentazione è in ghiaia. A mio padre piaceva così, ma potete rimettere il porfido, lo schema in comune prevede questa possibilità che richiede meno manutenzione. Laggiù in fondo, quel piccolo stabile che confina con la casa è una rimessa che contiene gli attrezzi da giardino e c’è anche una stanza col riscaldamento, vedete voi come usarla. Qui c’è il garage, dietro la scalinata in pietra, vedrete che ci stanno anche tre macchine.”

Serafina si era diretta subito al portone, ma Pietro indugiava in giardino, intento a esplorarne ogni dettaglio: aveva notato una panchina in legno, con la classica vernice verde scrostata, il legno rovinato dalle intemperie; un piccolo anfratto scavato nella roccia, simile a un capitello, ma privo di iscrizioni. Camminando verso la parte più remota del giardino aveva scovato anche due lapidi, appena visibili. Poco gli importava: avrebbe spianato tutto e nel caso ci fossero davvero stati dei corpi lì sotto, avrebbe cementato sopra le due tombe, o magari avrebbe potuto sfruttare la cosa per far parlare un po’ i suoi ospiti dei presunti fantasmi che abitavano lì dentro. Pietro era un uomo razionale, non si sarebbe fatto condizionare dalle credenze popolari, ma sperava che gli altri acquirenti lo facessero per risparmiare un po’ di denaro.

 

Di fronte al portone, Serafina sembrava spazientita, ma aveva finito di fumare la sua sigaretta, almeno. La porta in legno era pesante e spessa, si vedeva che non era stata aperta spesso negli ultimi anni, infatti le giunture presentavano un po’ di ruggine.

La sala all’interno era ampia, ma molto meno importante di come la ricordava: la scalinata di legno in passato era valorizzata dai tappeti, dalle tende pesanti in velluto e dai mobili di gusto antico che decoravano la stanza. Era deluso dal primo impatto, ma restava convinto che fosse la casa ideale per loro. Solo, avrebbero realizzato qualche modifica: sarebbe stata una casa contemporanea, niente anticaglie, niente broccati.

L’ingresso sarebbe rimasto così com’era, degno di una famiglia di buon gusto. Avrebbe sostituito il legno vecchio e scrostato con del marmo, o forse con dell’altro legno verniciato di chiaro come diceva la moda. Avrebbe fatto decidere a sua moglie, del cui gusto non dubitava. La casa sarebbe stata soprattutto un regalo per lei, che non era molto felice di vivere di fianco ai suoceri.

 

“Ho fatto dare una pulita, ma giusto il minimo indispensabile, tanto qui è tutto da ristrutturare.”

Sulla sinistra si accedeva a una piccola stanza, una sorta di sala d’aspetto che conduceva allo studio. Pietro ricordava che il dottore riceveva lì i suoi pazienti e pensava che l’ex studio medico fosse il luogo perfetto per accogliere i suoi ospiti e colleghi.

C’era poi un piccolo bagno di servizio che Pietro aveva guardato con superficialità pensando da subito che comunque nessuno dei bagni sarebbe stato recuperabile. Li avrebbe rifatti tutti. Opposta allo studio, c’era la cucina, completamente vuota che confinava con la sala da pranzo, la più grande della casa, alla quale si poteva accedere sia dall’ingresso che dalla cucina. Un’ottima sala da feste, che al momento poteva contare su un enorme lampadario in vetro di Murano e su un vecchio tavolo di legno pregiato, con intarsi, che Pietro avrebbe potuto vendere a un antiquario.

 

Al piano superiore c’erano due bagni tutti da rifare e quattro spaziose stanze da letto, due delle quali contenevano già degli enormi armadi a muro che, sebbene fossero sporchi, sembravano di valore, forse avrebbero potuto trovare il modo di tenerli anche col nuovo arredamento. Sua moglie avrebbe di certo farneticato che la casa era troppo grande per loro due e per il figlio, ma Pietro sapeva che la donna avrebbe trovato un modo per impiegare le due stanze vuote, magari progettando una camera per gli ospiti e una sala creativa, nella quale la donna avrebbe potuto esercitare la sua passione, dipingendo soggetti troppo complicati perché Pietro capisse il senso della sua arte. Magari avrebbe dedicato una parte della stanza anche al piccolo Guido, il loro unico figlio.

“Da quanto tempo la casa è disabitata?” Aveva chiesto Pietro, curioso.

“Dal 1990, quindi sono passati trentuno anni.” Serafina aveva un tono piatto, sembrava a disagio. “Da quando c’è stato l’incidente con mia sorella.” La donna si era ripresa, come se la sua improvvisa tristezza se ne fosse andata altrettanto di colpo. “Ma continuiamo: da questa scala si accede alla soffitta, a volte ci hanno fatto il nido le vespe, quindi state attenti e controllate. Invece dalla cucina c’è la porta che dà alla cantina.”

L’agente immobiliare era stato zitto per tutto il tempo, ma era evidente che avesse deciso che toccasse a lui parlare. “La cantina? Andiamo a vedere la cantina?” 

Ma Serafina aveva sbarrato gli occhi e scosso la testa con vigore. “No, io ho da fare, ma vi lascio le chiavi, così vi arrangiate voi e se vi va ci andate. Ora devo proprio andare, arrivederci.”

Senza lasciare il tempo di rispondere ai due uomini, Serafina aveva imboccato la porta ed era uscita quasi correndo dalla proprietà, per poi gridare loro dal cancello. “In bocca al lupo, spero che si aggiudichi la casa!” A Pietro.

“Va bene… allora andiamo in cantina?” 

Pietro aveva annuito, un po’ scosso dalla fretta con la quale Serafina li aveva lasciati lì come due stoccafissi. “Ma ci sono i fantasmi in cantina? Che sia vero?” Aveva riso, tutto soddisfatto per la sua battuta.

La scala in legno era ripida e un po’ consumata, ma tutto sommato lì sotto era più pulito di quanto avrebbero potuto immaginare, era come se qualcuno l’avesse visitata più spesso del resto della casa. Forse però erano state le donne delle pulizie a partire dalla cantina per poi rendersi conto di avere il tempo solo per tirare via la polvere grossolanamente.

Non c’era luce, ma i due illuminavano la stanza grazie alle torce dei loro cellulari. La cantina aveva pareti di pietra su tre lati, la quarta però era di cemento grezzo, come stava constatando Pietro mentre faceva scorrere la mano lungo la parete.

Sul pavimento c’era una scatola o forse era una cassa, non ne era sicuro, posta di fronte a una sedia di vimini, per il resto era completamente vuota.

“Quindi ha visto… ehm… come è fatta la cantina. Direi che non c’è muffa, né acqua. Possiamo tornare di sopra?” 

Ma Pietro si sentiva attratto da quella scatola. Illuminando in giro aveva notato qualcosa anche sul pavimento. Si era chinato in ginocchio per capire cosa fosse e gli sembrava cera, come se una grossa candela, o forse tante candele fossero state bruciate lì sotto, sul pavimento. “Che strano, candele…” Aveva sussurrato. Poi aveva alzato il telefono e aveva spostato il coperchio della scatola. Dentro c’erano dei libri per bambini ben tenuti. Un rumore di fronte a lui gli aveva fatto alzare la torcia. C’era qualcosa lì. Aveva tentato di arretrare ed era caduto all’indietro per lo spavento. L’urlo gli era rimasto in gola, avrebbe giurato di aver visto due occhi gialli brillare nel buio. 

L’agente immobiliare se ne stava immobile, schiacciato contro il muro con uno sguardo di terrore negli occhi. Fissava Pietro, per quanto l’uomo gli risultasse visibile con la scarsa luce della torcia. “Signor Mareschi, pensa che possiamo scap- tornare di sopra adesso?” L’uomo cercava di sorridere e di contenere la paura, lo si capiva dal tono basso della sua voce tremante.
“Andiamo, andiamo subito.” Una volta al sicuro dal buio della cantina, Pietro Mareschi aveva ripensato a ciò che era avvenuto al piano di sotto. “Ci sono dei pipistrelli laggiù, spero non siano topi… in ogni caso con la ristrutturazione qualsiasi bestia ci sia, sarà costretta a sloggiare. Però pensavo meglio per l’interno della casa, si vede che non ci abita nessuno da decenni. Offrirò meno” Aveva riso del suo spavento, chiara suggestione, e insieme all’agente aveva lasciato la proprietà.

 

***

 

Era passato un mese da quando aveva presentato la sua offerta per la casa, Pietro era quasi sicuro che sarebbe stato necessario contrattare, che ci sarebbero state altre offerte e i proprietari, per quanto desiderassero vendere, avrebbero cercato di alzare un po’ il prezzo per ottenere il massimo dalla casa nella quale avevano passato la loro infanzia.

Era così convinto che non si sarebbe aggiudicato la casa con la cifra che aveva offerto, che lui riteneva sottodimensionata al valore della villa, che non aveva neppure detto alla moglie che presto avrebbero traslocato. 

Marzia gli aveva proposto di cambiare casa qualche tempo prima e lui le aveva promesso che presto avrebbero trovato il posto giusto nel quale vivere tutti insieme in armonia. 

Pietro amava la moglie e desiderava la sua felicità, d’altro canto era convinto che questa scelta l’avrebbe resa felice. Si sentiva come in un bel film nel quale il marito mostra alla moglie la chiave dorata per la felicità e lei gli appende le braccia al collo, scossa, innamorata e felice in vista del nuovo nido d’amore.

 

Le cose però non erano andata come aveva previsto, infatti l’offerta era stata accettata e sua moglie non aveva preso bene per niente la notizia del suo acquisto. Pietro ci era rimasto così male che si era chiuso in se stesso dopo aver domandato a sua moglie soltanto perché fosse così delusa, quasi preoccupata a causa di questa sua idea.

“Amore, tu mi giudicherai superficiale o solo stupida, lo so… Ma quella casa è infestata dai fantasmi.”

Pietro temeva quella risposta. Era convinto che fossero solo dicerie, ma la sensazione di disagio gli era aleggiata nella mente a giorni alterni e da quando era stato in quella cantina non si era più sentito lo stesso. Ricordava quegli occhi: i due occhi gialli che lo avevano svegliato più di una volta durante le sue notti di solito così tranquille.

In ogni caso non si tornava indietro: la vendita era andata a buon fine e Pietro aveva deciso che, anche ci fosse stato un fantasma, sarebbe stato lui a sloggiare e non di certo loro. 

“Male che vada la rivenderemo.” Aveva proposto, solo per assecondare i desideri della moglie e sicuro che quando avesse ammirato il giardino e la grande scalinata dell’ingresso, anche lei avrebbe amato la loro nuova casa.

Trovare gli operai per i lavori di ristrutturazione era stato più difficile del previsto. Le ditte della città si erano rifiutate di entrare nella proprietà e Pietro si era chiesto come fosse possibile che in tutta la città l’unico a non credere ai fantasmi fosse lui. Del resto non gli importava molto: dal suo punto di vista erano tutte fandonie e se loro volevano crederci e lasciarsi condizionare da qualcosa di invisibile, affari loro. Lui non si sarebbe piegato a certe sciocchezze.

Aveva ingaggiato una ditta che veniva da fuori città, che non si era fatta problemi a entrare nella casa e a ricevere i suoi soldi. È un lavoro onesto, si era ripetuto per tutto il tempo, mentre gli operai stavano in quella casa. Pietro pensava anche che quello fosse un ottimo modo di mettere alla prova i fantasmi, perché se fossero davvero esistiti, e già questo era poco probabile, si sarebbero manifestati con gli operai e in questo caso avrebbero spaventato loro, togliendo ai Mareschi ogni dubbio e convincendoli a rimettere la casa sulla piazza immobiliare. L’uomo però sperava di riuscire a finire i lavori senza intoppi, per tentare almeno di riportare la casa all’antico splendore e recuperare quanto perduto.

 

Durante le sue elucubrazioni si era anche chiesto se non avrebbe fatto bene a buttarla giù del tutto e a ricostruirla daccapo, magari dall’altro lato del giardino, ma era chiaro che fosse una soluzione poco pratica e lunga dal punto di vista burocratico, oltre che estremamente dispendiosa. Poi, però, richiamando la sua razionalità, tornava a giudicare quelle sciocchezze da creduloni per quello che erano: superstizioni.

 

I lavori procedevano lenti. Pareva che agli operai fosse giunta voce dei presunti fantasmi che popolavano la casa e che si fossero rifiutati di entrare in cantina, la stanza dove questi ospiti indesiderati vivevano, almeno secondo i pettegolezzi senza fondamento. Pietro continuava a dubitare della sua sicurezza, ma non avrebbe ceduto: i lavori dovevano essere conclusi, o lui non avrebbe saldato il conto alla ditta.

 

Marzia, dopo una resistenza iniziale, si era decisa a prendere parte attiva ai progetti di rinnovamento e affiancava l’architetto nelle decisioni, con grande gioia di Pietro, che le aveva lasciato libertà di prendere ogni decisione visto quanto si fidava del suo gusto. L’architetto le dava consigli sulle scelte dei materiali più innovativi e dei colori più alla moda, non era difficile arredare una casa senza grossi limiti di budget, ma a lei piaceva fare le cose con attenzione e parsimonia. Aveva scelto di migliorare l’efficienza energetica della casa, senza fare grosse modifiche strutturali. Il giardino le piaceva molto più dell’interno della casa, che riteneva un po’ troppo vecchio stampo per i suoi gusti. Marzia amava le case moderne, con soppalchi in legno chiaro agganciati a cavi d’acciaio, spazi ampi, travi a vista. Lì l’unica stanza che avrebbe potuto soppalcare era l’ingresso, che però era anche la stanza che le piaceva di più e che non voleva cambiare per niente al mondo. Avrebbe solo ristrutturato la scala e rifatto il pavimento, oltre agli impianti ovviamente.

All’inizio il pensiero del fantasma la inquietava un po’, ma dopo aver passato qualche giorno in giro per le stanze aveva dovuto ammettere di non avere riscontrato niente di strano nel periodo che aveva passato in casa.

Aveva trovato il giardiniere senza fatica e per caso, perché il nuovo inquilino del condominio di fronte le si era presentato offrendole di lavorare per lei.

La donna ne era stata felice, visto che temeva che non sarebbe stato semplice trovare qualcuno che volesse lavorare stabilmente in quella casa, le vecchie credenze erano dure a morire, lei lo sapeva bene.

Il giardiniere aveva potato gli alberi, tolto le erbacce e ripulito la fontana. Aveva sostituito la vecchia panchina in legno ormai distrutta con due nuove, più moderne, e aveva posto intorno alla fontana e alle panchine un pergolato con due magnifici glicini che già stavano iniziando a crescere rigogliosi. Marzia adorava il profumo dei glicini e aveva insistito per piantarli nonostante sapesse che quando fossero finalmente andati ad abitare lì la bella stagione sarebbe stata ormai conclusa, anche solo vedere i loro splendidi fiori la metteva di buon umore.

Durante la pulizia del giardino erano tornate alla luce le due lapidi, si trattava di vecchissime tombe che secondo l’architetto erano rimaste solo per ricordo, a guardare le date pareva che fossero addirittura antecedenti alla costruzione della casa. Marzia aveva deciso di lasciarle lì dov’erano, pensando che anche se i loro spiriti fossero stati in quella casa, sicuramente non li avrebbero minacciati se loro avessero dimostrato rispetto. La donna aveva imparato a conoscere ogni parte di quel giardino, era certa che anche il suo Guido l’avrebbe amato.

Stava iniziando a pensare che forse avrebbero potuto essere felici lì, che Pietro aveva fatto bene ad acquistarla e le avrebbe dato una possibilità, desiderava imparare ad amarla.

Marzia teneva molto all'arredamento della sua dimora, ora che aveva deciso che le sarebbe piaciuto vivere lì. Aveva deciso che avrebbe recuperato alcuni dei vecchi mobili che appartenevano al dottore, facendoli restaurare e magari lavorandoci in prima persona. 

In fin dei conti le era sempre piaciuta la pittura e coi pennelli aveva una buona manualità, le mancava imparare qualcosa di nuovo e sentirsi utile alla vita famigliare visto che da quando aveva avuto Guido, per scelta aveva rinunciato al lavoro come fotografa, che amava. Quando suo figlio era cresciuto, la donna aveva pensato di ricominciare, ma loro volevano anche un altro figlio, i soldi non erano un problema col lavoro di Pietro e lei desiderava passare tutto il tempo possibile con Guido. Semplicemente non era successo, almeno fino a quel momento, perché anche finalmente era di nuovo incinta, e l’aveva appena scoperto: il momento perfetto per arredare una nursery con le sue mani, col suo amore di madre e di donna.

Aveva deciso di tenere gli armadi a muro, pezzi fatti su misura che nonostante l’incuria dell’abbandono erano rimasti perfetti. Li aveva fatti smontare e ripulire, poi li aveva verniciati lei stessa. Stessa cosa per il tavolo del salone da pranzo, al quale aveva deciso di affiancare delle sedie moderne, comode, con la seduta in pelle e la struttura in acciaio. Niente tappeti, pavimenti in legno chiaro e mobili semplici dei quali non si sarebbe stancata mai. 

In una giornata di giugno aveva deciso di andare a controllare la soffitta. Non era praticamente stata toccata dagli operai, che avevano rifatto la guaina del tetto senza preoccuparsi di sistemarla. Marzia aveva pensato di andare a ripulirla, le sembrava giusto fare qualcosa da sola per la sua casa, per sentirla più sua, curiosa dei tesori che avrebbe potuto trovare lassù, perché la soffitta è il luogo dei cimeli di famiglia, si sa. Oggetti di scarso valore monetario, che però hanno importanza affettiva.

La soffitta non era lugubre come la cantina, dove aveva giurato che non avrebbe mai messo piede. Lassù Marzia non si sentiva in pericolo. C’era un po’ di spazzatura in giro, che la donna aveva ammucchiato in un angolo, poi avrebbe chiamato qualcuno che la smaltisse insieme al resto dei rifiuti della casa. Non devi affaticarti, né sollevare oggetti pesanti. Le ripeteva sempre il suo Pietro, soprattutto da quando aveva saputo che era incinta. Ma Marzia si sentiva felice e stava bene, sapeva fin dove poteva arrivare.

In una mattinata di lavoro, aveva selezionato e tenuto da parte tre scatoloni, contenenti vecchi abiti e fotografie che col tempo avrebbe ricontrollato e selezionato. Tutto il resto poteva essere buttato.

“Di questi cosa ne facciamo, signora?”

Gli operai le avevano portato due scatoloni che a un primo esame sembravano contenere libri per bambini. “Portateli in soffitta e metteteli sullo scaffale. È l’unico che c’è e ci sono sopra altre scatole. Scendendo portate giù la spazzatura per favore.” Altri cimeli da esaminare, non vedeva l’ora.


***

Si erano trasferiti nella loro nuova casa in novembre, dopo circa otto mesi dall'acquisto. 

I lavori alla fine erano stati portati a termine, anche se c’era stato qualche intoppo. Gli operai si erano lasciati suggestionare dalle storie di fantasmi e si erano alternati più del previsto, ma l'importante era il risultato e nonostante le difficoltà e gli imprevisti tutto era finalmente perfetto.

 

I due avevano mostrato con orgoglio la nuova dimora al loro unico figlio, Guido, che per la prima volta aveva potuto ammirare la sua nuova stanza con il letto da bambino grande. In fin dei conti ormai aveva quasi cinque anni.

Per Guido, la nuova casa era un paradiso. Non era molto più grande rispetto a quella in cui stavano prima, ma era più misteriosa, perfetta da esplorare con le missioni, che erano il suo gioco preferito. Guido avrebbe tanto desiderato avere un fratellino, ma in tutta sincerità ne avrebbe preferito uno già in grado di fare qualcosa con lui, non uno di quelli piccoli e  rumorosi che non sanno neanche stare in piedi come quello che invece stava per arrivare. 

Avrebbe dovuto pazientare un bel po' per potere giocare con lui, ma nel frattempo avrebbe imparato a conoscere bene quella casa.

A Guido non era permesso scendere in cantina, né salire in soffitta, ma il resto della casa gli era completamente accessibile. Poteva stare in giardino solo insieme alla mamma, ma il giardino in quella stagione era noioso: era tutto secco e l'acqua della fontana che gli sarebbe tanto piaciuto spruzzare in giro era troppo fredda per potersi divertire un po'. No, Guido stava molto meglio in casa.

La sua stanza preferita era lo studio di suo padre, che era anche l'unica nella quale aveva l'ordine di non toccare nulla. Guido si sedeva sulla poltrona di pelle imbottita del padre, prendeva una delle sue penne dal portaoggetti sulla scrivania e iniziava a scrivere a modo suo documenti importanti.

Spesso la mamma arrivava e si metteva dall'altra parte della scrivania, gli chiedeva di fargli un disegno e lui la accontentava. Poi gli diceva di firmare il documento e lui, orgoglioso, scriveva in fondo al foglio la lettera emme, l'unica che conosceva. La mamma gli aveva provato a insegnare anche la G- di Guido, ma non gli veniva bene, lei però gli aveva assicurato che presto avrebbe imparato. 

 

La stanza della casa che gli piaceva meno, invece, era nuova nursery, che aveva il grosso armadio col pavimento che cigolava ogni volta che lui gli passava di fianco. Lì dentro faceva sempre freddo, anche se la mamma gli aveva assicurato che non sarebbe stato un problema, che era normale visto che era la stanza con meno sole. Lui non sapeva cosa volesse dire, perché il sole era in cielo ed era ovunque, ma le aveva dato ragione, anche se non era certo che la situazione sarebbe migliorata entro la nascita del suo fratellino.

 

 

Un pomeriggio la mamma l'aveva chiamato per chiedergli un bicchiere di acqua. Era stanca a causa del fratellino nella sua pancia ormai enorme. "Non me la sento di fare le scale adesso, perché mi gira la testa. Per favore, portami un bicchiere di acqua, che poi ti leggo questo libro.  

Guido amava quella storia: c'erano i pirati e anche le sirene, e il tesoro da trovare. Era sceso per le scale felice, diretto in cucina. La casa quando tutto era silenzioso come quel pomeriggio, era ancora un po' troppo misteriosa per i suoi gusti, la mamma gli aveva detto che si sarebbe abituato presto, ma a volte gli sembrava che qualcuno lo guardasse, che respirasse al suo fianco. Succedeva anche durante la notte: si svegliava di colpo e quando si guardava intorno non c'era nessuno.

Quel pomeriggio però qualcuno c'era: un bambino biondo poco più piccolo di lui stava inginocchiato di fianco alla porta. 

"Chi sei?" Gli aveva chiesto Guido, incerto. Il bambino stava in silenzio, le mani strette intorno alle proprie spalle, gli occhi bassi e lo sguardo preoccupato. Guido era confuso. "Sei mio fratello?"

"No... Sono Ludovico, una volta vivevo qui, sono il figlio del giardiniere." 

Guido gli aveva sorriso. Sapeva che il giardiniere viveva nella casa di fianco, ma non aveva mai visto quel bambino. "Allora possiamo giocare insieme, magari domani? Oggi devo portare l'acqua alla mamma che ha sete e poi mi ha detto che mi racconta una storia."

"Domani, va bene. Io tanto sono sempre qui."

Guido era corso in cucina, ma al suo ritorno il nuovo amico non c'era più. Aveva controllato che la porta fosse chiusa ed era tornato al piano superiore.

“Mamma, ti ho portato l’acqua! E sai che ho conosciuto Ludovico!"

"E chi sarebbe Ludovico?" Marzia si era sollevata a sedere posizionando dietro la schiena un cuscino in più e aveva preso una pastiglia insieme all'acqua che il figlio le aveva portato. Uno degli integratori che le erano stati prescritti dal medico per la sua gravidanza ormai vicina al termine.

"È il figlio del giardiniere. Ha detto che domani possiamo giocare insieme!" la donna si era dimenticata che il giardiniere sarebbe stato lì a lavorare quel pomeriggio. Si era alzata con lentezza, un po' incerta nei movimenti, e aveva raggiunto la finestra. Da lì aveva salutato con la mano il giardiniere che stava tagliando i rami secchi di uno dei vecchi olmi che erano rimasti in giardino proprio per richiesta di Marzia, che ne amava l'imponente figura.

"Va bene, allora domani puoi giocare con Ludovico. Sono contenta che tu abbia trovato un nuovo amico."

“Sembra proprio simpatico,” aveva commentato Guido, raggiante, porgendole il libro e sedendosi al suo fianco.

***

Il giorno seguente Guido si era svegliato elettrizzato, in attesa trepidante dell’incontro con il suo nuovo amico. Da quando erano nella casa nuova non era ancora andato all'asilo, la mamma gli aveva spiegato che sarebbe andato in un asilo nuovo dopo Natale, perché avevano cambiato casa troppo in fretta e non avevano ancora il posto per lui. La realtà era che Marzia all'inizio era convinta che non sarebbero rimasti in quella casa per più di qualche giorno e non aveva presentato la richiesta per tempo, ma le avevano assicurato che da gennaio non ci sarebbero stati problemi. Le dispiaceva un po' che suo figlio fosse così solo in quel periodo, ma lo vedeva felice nelle sue battute di esplorazione. Col tempo anche lei si era abituata alle stranezze della loro nuova casa, come il cigolio che faceva il pavimento quando si passava di fronte al bagno, o come gli scricchiolii che arrivavano dalla soffitta. "Mi basta sapere che non ci sono bestie strane," aveva dichiarato con convinzione. 

 

Ludovico era seduto sulla panchina, al freddo del giardino. Marzia l'aveva invitato a entrare, sorpresa dal fatto che non stava neppure indossando una giacca. "Hai freddo? Vuoi che ti presti un maglione?" 

Ma Ludovico aveva scosso la testa, il sorriso aperto sul volto aveva tranquillizzato la donna. "Mi sono dimenticato della giacca, il nonno mi dice sempre che devo metterla altrimenti mi ammalo."

Marzia gli aveva teso le mani. "Fammi sentire se hai le mani fredde, sei pallido." Il bambino si era alzato di colpo. "No, sto bene. Andiamo a giocare!" La madre aveva fatto un cenno d'assenso ai due, che si erano diretti verso la stanza di Guido. Li aveva seguiti in camera, ma poi aveva pensato di mettersi nella stanza di fianco a leggere un libro per lasciarli tranquilli, certa che fossero in grado di giocare senza distruggere tutto. Guido aveva davvero bisogno di un amico e di qualche svago.

"Mamma," la voce di suo figlio l'aveva svegliata di colpo. 

"Guido, scusa, mi devo essere addormentata..." 

"Sì, dormivi. Ludovico mi ha detto di lasciarti dormire, dice che le mamme sono sempre stanche."

"Hai fame? Volete qualcosa da mangiare?"

"Lui è andato via, ha detto che possiamo vederci ancora domani, e possiamo fare un'esplorazione!"

"Oohh! Addirittura un'esplorazione? Ma è proprio l'amico che cercavi! State solo attenti a non ficcarvi nei guai, io domani non mi metterò a dormire, vi controllerò: promesso!"


Il giorno seguente, Ludovico si era presentato in giardino dal mattino. A Marzia  sembrava davvero strano che suo padre lo lasciasse libero di fare ciò che desiderava senza mai passare a prenderlo o a controllarlo. Aveva deciso che alla prima occasione gliene avrebbe parlato, ma doveva ammettere che c'era stato qualche passo avanti, perché almeno questa volta il bambino aveva la giacca, e che giacca: un cappottino di velluto a coste imbottito, di quelli che andavano di moda negli anni ottanta. Marzia aveva pensato che potesse essere del padre, era davvero molto carino. 

 

Guido e Ludovico erano rimasti a esplorare il giardino durante la mattina. Marzia aveva pensato di lasciarli fare, approfittando della giornata serena e tiepida che l'inverno gli stava offrendo.

Li aveva osservati per un po' dalla finestra nascondersi e appostarsi sotto le panchine, dietro le piante, e poi li aveva visti salire la scala esterna per raggiungere il terrazzo al primo piano.

 

"Ehi, Guido, Ludovico! Venite qui se volete una buona merenda!

Guido era arrivato di corsa. "Grazie!" Aveva esclamato, strappando il piatto con la mela dalle mani della mamma. "Ludovico è tornato a casa, ha detto che era stanco, ma dopo torna."


Nel pomeriggio, Marzia aveva visto di nuovo Ludovico fuori sulla panchina. “Suona il campanello quando arrivi, ti apro io!” Ma lui non le aveva risposto, era arrossito, la testa bassa, e poi si era lasciato trascinare dalla presa decisa di Guido, che l’aveva trascinato dentro. I due avevano deciso di esplorare la casa.

Stavano salendo la scala appiattiti sui gradini, nascosti ai loro nemici invisibili. Poi si erano diretti nella stanza di Guido, dove si erano appostati sotto il letto in attesa di Marzia, che conosceva questa abitudine del figlio e aveva lasciato loro un frullato da bere sul tavolino da gioco. “Chissà dove saranno i due esploratori…” aveva dichiarato uscendo, suscitando delle risatine misteriose da sotto il letto.

“Andiamo nell’armadio?” aveva chiesto Guido. Ludovico l’aveva seguito, ma non voleva entrare. 

“Io preferisco stare fuori…”

“Hai paura? Guarda che posso entrare prima io, tu conti i secondi, poi facciamo scambio.”

Ludovico sembrava nervoso. “No, piuttosto giochiamo a nascondino e se vuoi vai nell’armadio.”

I due si erano accordati, Ludovico aveva iniziato a contare sulla parete della porta d’ingresso. L’unica regola era che dovevano stare nascosti in casa, anche se la mamma aveva aggiunto che non dovevano fare niente di pericoloso, regola che i due avevano accettato.

Arrivato a cento, Ludovico era corso verso l’armadio della nursery, dove aveva subito trovato Guido. 

Il bambino aveva corso così veloce che a Guido era parso che fosse volato giù dalle scale. 

“Non correte sulle scale!” aveva urlato la mamma. Ma i due non l’avevano ascoltata.

“Adesso conto io!” Guido era certo che l’avrebbe trovato subito, ma arrivato a cento aveva iniziato a girare per la casa senza successo.

Nello studio aveva controllato sotto la scrivania, nell’armadio a muro, dietro la libreria e nel bagno di servizio, ma niente. Sotto il tavolo del salone e dietro le porte non c’era. In cucina aveva aperto perfino il frigo, eppure non c’era traccia di Ludovico. La porta della cantina però era aperta. La mamma non voleva che lui scendesse, ma lei non era lì, era al telefono con la nonna, sul tavolino all’ingresso a controllare che lui non corresse su e giù per le scale. 

La porta non cigolava, era nuova. Guido aveva iniziato a fare un gradino alla volta e aveva sentito una risata. Accesa la luce, gli era parso di vedere un’ombra, ma sembrava che il suo amico non fosse neppure lì. Poi però l’aveva notato appoggiato al muro, quasi in volo, di nuovo. 

“Tana per Ludovico in cantina!” Aveva urlato, per poi correre verso l’ingresso. Ludovico era lontanissimo, ma era arrivato insieme a lui.

“A me fa paura laggiù, tu non hai paura della cantina?” Aveva domandato Guido all’amico.

“No, mi piace laggiù. Ci sono stato tante volte.”

Guido si era chiesto cosa significasse quel discorso, ma aveva pensato che ci fosse stato prima che loro andassero a vivere lì e, scrollando le spalle, l’aveva invitato di nuovo a giocare.

 

Le visite di Ludovico erano continuate nei giorni seguenti. Il bambino era quasi sempre con loro al punto che Marzia si era chiesta se il giardiniere non li avesse presi per una scuola materna gratuita. Allo stesso tempo però era felice che suo figlio potesse passare il tempo con un amico della sua età.
A darle più fastidio era il fatto che il bambino si presentasse sempre in giardino senza suonare il campanello e a lei non piaceva che il padre gli aprisse il cancello senza chiederle il permesso, sarebbe stato peggio ancora se lui le avesse prese senza chiedere il permesso.

Un sabato, approfittando della presenza a casa di Pietro, Marzia aveva deciso di andare dal giardiniere per informarlo delle visite del figlio, convinta che lui forse non ne sapeva niente. Non le dispiaceva che il bambino entrasse in casa loro quando voleva, ma non le faceva piacere che utilizzasse le sue chiavi per dargli libero accesso a casa loro, non era nei patti e non lo avrebbe più accettato. No: avrebbe suonato il campanello come tutti gli ospiti che si rispettano. La donna aveva suonato il campanello energica, quasi avesse potuto trasmettere la sensazione allo strumento elettronico, ma il suono ovviamente non aveva subito alcun cambiamento. Ad aprirle la porta era stata una donna in compagnia di un bambino.

"Buongiorno, posso aiutarla?" Aveva chiesto la donna.

"Buongiorno, sono la signora Mareschi. Suo marito è in casa?" 

La moglie del giardiniere aveva scosso la testa, incerta. "È un piacere conoscerla, signora, mio marito tornerà stasera, oggi è a lavorare in una serra fuori città. Comunque ci presentiamo: io sono Annalisa e lui è nostro figlio Roberto."

"Piacere, io sono Marzia." Le due donne si erano strette la mano con cordialità. "Sono qui per parlare di Ludovico, non sapevo che aveste due figli!"

L'espressione di Annalisa non era per niente rassicurante. "Signora, mi scusi: noi abbiamo solo Roberto, io temo di non sapere chi sia Ludovico."

Marzia era sbiancata e si era sentita mancare. Il pensiero di un bambino che entrava come voleva nella sua casa con le chiavi le dava fastidio, ma il non sapere veramente chi fosse la faceva sentire persa. "Ma... ma allora c-chi?" Nella testa avevano iniziato a vorticarle pensieri orribili, poi il buio. 

 

 

***

 

Marzia si era svegliata sul letto di ospedale in preda a dolori fortissimi.

Un’infermiera le stava tenendo la mano. Le parlava. “Signora, il bambino sta per nascere, deve respirare profondamente.”

Ma la donna continuava a pensare a Guido, in casa con Ludovico, il bambino che non era il figlio del giardiniere, eppure riusciva a entrare dal cancello senza problemi. “Mio figlio…” aveva sussurrato, il dolore non accennava a diminuire.

“Signora Mareschi, suo marito sta arrivando e il bambino sta bene, è un po’ presto, ma è pronto per nascere.
Lei è svenuta, si ricorda? Ha avuto un calo di pressione, ma per fortuna non si è fatta male perché la sua vicina l’ha presa al volo.”

“G-Guido?”

La donna non sapeva certo chi fosse Guido e non poteva aiutarla, aveva cercato di calmarla sperando che il marito arrivasse il più in fretta possibile, e per fortuna dopo qualche minuto era arrivato, trafelato e rosso in volto. 

“Marzia! Come stai, tesoro?”

La donna gli aveva arpionato l’avambraccio con le unghie, cercando di mantenere il controllo della sua voce. “Dov’è Guido?”

“L’ho portato da mia madre, è con lei.” 

La donna non aveva più parlato e il suo respiro aveva iniziato a regolarizzarsi. Le contrazioni erano dolorose e sempre più frequenti, ma il suo Guido era al sicuro.

“Dobbiamo parlare, Pietro. Domani, domani parliamo.” 

Il marito annuiva condiscendente.“Quello che vuoi, domani ci pensiamo. Ora pensa solo a respirare.”

 

Dopo la nascita di Emanuele, Marzia era al settimo cielo, ma il pensiero del bambino misterioso non le dava pace. Aveva raccontato a Pietro delle visite del bambino misterioso e lui non riusciva a darle ragione. 

“Pietro… e se fosse il fantasma?”

Ma l’uomo aveva riso. “Ma su, non dire sciocchezze, magari è un senzatetto…”

“Oh, bella prospettiva: un senzatetto pulito e profumato che non mangia mai con noi, sempre vestito di tutto punto. Proprio un senzatetto.” Aveva osservato lei.

Dopo tre giorni, quando era tornata a casa, Marzia si era messa a chiamare Ludovico a squarciagola in giro per le stanze, arrivando persino in cantina. Pietro teneva in braccio il piccolo Emanuele, convinto che la donna stesse perdendo il senno. Lui in fin dei conti era una persona razionale. “Vai in soffitta e prendi gli scatoloni che ci sono lassù, sullo scaffale. Portali giù nello studio che dobbiamo controllare tutto.

I due avevano messo il piccolo Emanuele a dormire nella culla al suo fianco.

Nello scatolone con gli abiti avevano trovato dei vestiti della taglia perfetta per Ludovico: maglioncini, pantaloni di velluto a coste e la giacca, quella che Marzia aveva ammirato addosso a Ludovico poche settimane prima. “Questa l’aveva lui, è davvero…”

Un brivido di dubbio stava salendo lungo la schiena di Pietro, che non era in grado di accettare quella realtà così impossibile, ma poi avevano aperto anche l’altro scatolone, quello con le fotografie.
Risalivano al periodo precedente alla fuga se così potevano chiamarla, dei proprietari precedenti. La fine degli anni ottanta, quindi. Ritraevano la famiglia Baldi alle feste i famiglia, tutti insieme. E in una di queste c’era anche Ludovico. Marzia aveva tirato fuori la foto dall’album e sul retro c’era la didascalia: Ludo, Lucia e Sera.

Pietro aveva riconosciuto Serafina, ma in quella foto era sorridente, i lineamenti più rotondi e sereni, il volto rosa e non cadaverico.

Marzia stava per avere un esaurimento nervoso: “Cosa dobbiamo fare? È un fantasma davvero… Come facciamo? Devo andarmene da qui…” Ma la donna sentiva affetto nei confronti di quel piccolo fantasma, pensava che per quanto strano, forse non fosse malvagio. “E se ci stesse proteggendo? Se volesse solo un po’ di compagnia?”

Ma Pietro non aveva mai sentito parlare di spettri gentili e anche se quello era un bambino, avrebbe chiamato un esorcista o chiunque si chiamasse per eliminarlo: era la sua proprietà. Aveva anche paura, ma non voleva ammetterlo neppure a se stesso.

Restava solo lo scatolone coi libri per bambini. Marzia l’aveva aperto e dentro c’erano alcuni tra i più bei libri che conosceva: La storia infinita, il mago di oz, i racconti di Andersen e tutte le fiabe che poteva sperare di trovare. C’era anche Peter Pan in versione illustrata. In bilico sul fianco dello scatolone c’era anche una busta. Marzia l’aveva presa con curiosità. Sul fronte c’era scritto: Ai nuovi proprietari della casa.

L’uno di fianco all’altro, Marzia e Pietro avevano iniziato a leggerla.

 

Cari proprietari della casa,

Sono Fausto Baldi e vi prego di leggere questa lettera fino in fondo.

La mia famiglia è sempre stata unita. Ho cresciuto i miei tre figli con amore e dedizione, dando loro tutto ciò che era in mio potere donare. Purtroppo ammetto ora di avere sbagliato, perché con superficialità li ho resi aridi alla vita e all’amore.

I libri che sono in questo scatolone appartengono a Ludovico, mio nipote. Forse avete già avuto il piacere di conoscerlo, giacché gira in questa casa da decenni nella solitudine. Spero che non vi abbia spaventati come ha fatto con la mia famiglia.

Purtroppo la sua è una storia triste, ma desidero che voi la conosciate.

Ludovico è nato a seguito di una relazione clandestina tra il nostro giardiniere e mia figlia Lucia. L’uomo, tale Antonio Pontelli, è fuggito in un’altra città come un ladro quando ha scoperto della gravidanza di mia figlia. 

Lei non desiderava abortire, ha accolto Ludovico con amore, ma si è ritrovata presto vittima della depressione. I suoi due fratelli non sono stati in grado di capirla. Poco dopo la nascita di Ludovico senza rendercene conto tutti ci siamo allontanati da lei: i suoi fratelli sono andati a vivere altrove, io e mia moglie eravamo presi dai nostri interessi e dal lavoro, oltre che dalla malattia di mia moglie che in quel periodo era appena stata scoperta (questa è un’altra storia). 

Così presi da noi stessi, non ci siamo accorti della gravità del suo stato, al punto che non ci aspettavamo che avrebbe tentato il suicidio. Non sottovalutate mai le malattie come la depressione, sono terribili e chi ne soffre ha bisogno di avere attorno amore e pace.

Lucia è stata portata in un ospedale psichiatrico, nel quale ha passato i successivi tre anni. Quello è stato un altro dei nostri errori: non avremmo mai dovuto lasciarla a se stessa.

Nel frattempo Ludovico è stato cresciuto da noi, che abbiamo cercato di dargli affetto e amore materno. È sempre stato un bambino tranquillo, ma la mamma gli mancava molto, sentiva che lei sarebbe dovuta essere con lui.

Al suo ritorno, Lucia non stava meglio, ma di nuovo noi siamo stati ciechi di fronte ai suoi bisogni. L’ironia della sorte è che io: un medico, non sono stato in grado di comprendere la gravità della situazione.

Un giorno, mentre erano soli in casa, si è chiusa in cantina con Ludovico. Li abbiamo trovati la sera stessa. Deceduti, abbracciati. 

Abbiamo pianto, ci siamo sentiti in colpa, ma poi un giorno Ludovico è tornato.

I miei figli e mia moglie ne hanno avuto paura, ma lui non ha mai fatto niente di male. 

Ho iniziato a scendere in cantina per leggergli le sue storie preferite. Venivo qui ogni volta che ne avevo la possibilità.

Poi mia moglie è peggiorata. Lei non sopportava la vista del fantasma, le causava dolore ricordare quanto negligente fosse stata nei confronti di Lucia. Ne era terrorizzata, così come i miei figli.

Ludovico non farebbe male a una mosca, cerca solo compagnia.

Io ho continuato a visitarlo fino a oggi, ma sento che la mia fine è vicina.

Ora sapete perché non volevo vendere questa casa: non potevo abbandonare mio nipote. Spero solo che voi possiate accettarlo, nel caso in cui lui decida di mostrarsi a voi.

Credo che lo spirito di mia figlia non sia rimasto qui perché lei aveva realizzato la sua vita. Desiderava la morte e l’ha ottenuta. Spero che un giorno anche mio nipote riesca a viaggiare verso la luce.

Spero che lo amiate, come l’ho amato io. Sia in vita che dopo.

Cordiali saluti, 

Fausto Baldi

 

Marzia stava piangendo, commossa dalla storia triste che aveva appena conosciuto. Pietro era immobile e fissava un punto di fronte a lui: Ludovico era fermo di fianco alla libreria, la testa a osservarsi la punta dei piedi.

“Ludovico, vieni qui.” L’aveva chiamato Marzia. Suo marito era indietreggiato di qualche passo nel vedere il caschetto biondo del fantasma scuotersi mentre annuiva. “Lo sai che sei un fantasma?”

Ludovico, sempre in silenzio, aveva fatto pochi passi verso di loro, poi si era fermato e aveva annuito di nuovo.

“Non avere paura, vieni qui.” Marzia sentiva che le parole di Fausto Baldi erano sincere e non aveva più paura. 

Il bambino era a un passo da lei. “Io… ho provato a cercare la luce. Il mio nonno me l’ha detto tante volte, ma la luce non c’è, io non la vedo.”

Marzia l’aveva abbracciato. Era la prima volta che lo toccava. All’inizio era stato strano, ma poi aveva sentito una sensazione di calore arrivare da dentro di lei. “Non preoccuparti, non vogliamo che tu te ne vada.”

Pietro era fermo a bocca aperta dietro di loro. Lo sguardo a metà tra il terrorizzato e il truce. Non sapeva cosa dire.

“Ludovico, vuoi farci del male?”

Il bambino aveva sbarrato gli occhi. “No! Io… voglio… una mamma.”

Marzia lo sentiva. Sapeva dentro di lei che il piccolo fantasma non le stava mentendo. “Allora bentornato a casa.”

Non sarebbe stato facile, ma Marzia era sicura che ce l’avrebbero fatta. 

 

 

 

 

 

Non l’avevano mai capito, fino ad allora. La sua vecchia famiglia, i Baldi, erano sempre scappati terrorizzati da lui, tutti tranne suo nonno. Lui andava a trovarlo spesso. Arrivava in cantina, si metteva sulla sedia e accendeva le candele, poi gli raccontava le storie, ogni volta una nuova. Quando un libro finiva, gliene portava un altro. Gli aveva anche insegnato a leggere. “Non crescerai più di così, ma puoi iniziare a comportarti da bambino grande: potrai leggere le tue storie da solo quando io non ci sarò più.”

Avrebbe tanto voluto mostrarsi alla zia Serafina, ma lei non voleva proprio vederlo, l’unica volta che si era mostrato, la zia gli aveva lanciato addosso tutto quello che aveva trovato a portata di mano e se n’era andata urlando.

La sua nuova mamma, Marzia, aveva apparecchiato la tavola per quattro, anche se sapeva che lui non avrebbe mangiato era certa che avrebbe apprezzato il gesto. Sarebbe sempre rimasto così: ragazzino di cinque anni che desiderava solo avere una famiglia, un amico con cui giocare e una madre che gli raccontasse le storie. Proteggeva quella casa da quando era morto e avrebbe continuato, anche se non sapeva quando avrebbe finalmente visto la luce. L’aveva invocata tante volte, ma non negli ultimi giorni, non da quando aveva di nuovo una famiglia.

Ludovico sapeva solo che il nonno gli aveva sempre ordinato di non farsi vedere da nessuno che non fosse lui e che quando aveva smesso di andare a trovarlo si era sentito tanto triste. Per mesi aveva resistito: si era nascosto agli occhi di quelli nuovi osservandoli mentre la sua casa mutava. Aveva osservato quanto tenevano  alla sua casa, aveva sentito l’amore di Marzia per Guido e l’aveva desiderato anche per sé. Conosceva la solitudine del suo amico, privato dell’asilo e della presenza dei suoi coetanei, perché era la stessa che sentiva lui, quindi aveva deciso di iniziare a mostrarsi.

All’inizio aveva avuto paura di loro, i vivi sono strani e a volte reagiscono male. Ma dopo decenni da fantasma aveva imparato a controllare bene il suo corpo e sapeva come funzionava.

Sapeva di essere il figlio del giardiniere e di Lucia Baldi e sapeva che sua madre non l’aveva mai voluto. Piangeva sempre, poi una sera l’aveva portato in cantina e lì avevano smesso di piangere. Avevano smesso di vivere, ma non ricordava come fosse successo.

Con i Mareschi, Ludovico era finalmente di nuovo parte di una famiglia, li avrebbe protetti e accompagnati alla vecchiaia come solo un fantasma può fare. Vegliava su di loro la notte, cantava cantilene al piccolo Emanuele e non viveva, ma era felice, alla fine.
Il nonno aveva ragione: non avrebbe dovuto rinunciare alla gioia solo perché era morto.

 

Profile

quistisf: (Default)
quistis

April 2025

S M T W T F S
  1234 5
678 9101112
13 141516 17 18 19
20212223242526
27282930   

Syndicate

RSS Atom

Most Popular Tags

Style Credit

Expand Cut Tags

No cut tags
Page generated Jan. 3rd, 2026 08:42 pm
Powered by Dreamwidth Studios