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Prompt: M3: due cose che all’inizio sono divise e alla fine sono unite. In questo caso il prompt è principalmente l’adozione del gatto da parte della bambina, ma anche il recupero del rapporto tra padre e figlia.

Contaparole: 3653

One shot

Fandom: Originale

Avvertimenti: Morte 

 

Bianca e Alma

 

 

Coi suoi otto anni, Alma era una bambina che ne aveva passate parecchie. I suoi nonni le dicevano spesso che era cresciuta in fretta e che prima o poi avrebbe capito quanto fosse diventata una persona ancora più speciale proprio a causa del male che aveva vissuto..

Non le importava, però, quanto parlassero, riusciva a pensare soltanto all’incidente dei suoi genitori, che in un battito di ciglia si era portato via sua madre e il suo fratellino, facendo di lei una mezza orfana dagli infiniti sensi di colpa.

Suo padre era sopravvissuto, ma a quale costo? Dal giorno dell’incidente era cambiato tantissimo, troppo. Non le permetteva di uscire di casa da sola, neanche per andare dai nonni che stavano in fondo alla strada. Quando la chiamava, lei doveva rispondere immediatamente, pena una scenata anche in mezzo agli sconosciuti al centro commerciale, come l’ultima volta.

Pensava forse che per lei le cose fossero semplici? A volte si chiedeva per quale motivo lei fosse ancora viva. Piangeva da sola nella sua stanza, che fino a pochi mesi prima condivideva con il suo fratellino, chiedendosi per quale motivo lei non era con loro, perché era stata l’unica a uscire senza ferite visibili da quella notte maledetta, ma il suo cuore sanguinava già da molto tempo.
Le sue serate passavano così: lei sola nella sua stanza a cercare di giocare o di leggere un libro senza successo, mentre il padre stava in soggiorno, sul divano, con la bottiglia a portata di mano a sospirare di dolore, maledicendo la sua guida disattenta che aveva ucciso due delle persone che egli amava di più al mondo. Le preparava da mangiare e faceva il minimo indispensabile, ma fino a pochi giorni prima non riusciva neanche a guardarla in faccia a causa del pesante senso di colpa che gli opprimeva i pensieri.

Alma non ricordava quando fosse stata l’ultima volta che i due avevano riso insieme o parlato di qualcosa che non fosse la scuola o il cibo. 

Da bambina non riusciva a capire cosa spingesse gli adulti a rivolgersi all’alcool come aveva fatto suo padre, sapeva solamente che il liquido ambrato che beveva puzzava e le faceva bruciare gli occhi. Non voleva che suo padre si incolpasse in quel modo, ma lei non poteva aiutarlo: in fin dei conti era solo una bambina, che potere aveva di cambiare le cose?

Così Alma andava avanti per inerzia, in cerca di uno stimolo che le facesse provare la gioia, di qualcosa che le donasse qualche risata sincera e che riempisse il vuoto che sentiva dentro e che vedeva anche riflesso nel padre.

 

 

L’avevano chiamata Bianca, e il motivo era semplice: era tutta bianca, una gatta albina.

Aveva vissuto insieme alla signora Berenice da quando era cucciola e la casa era sempre stata tranquilla, ma negli ultimi giorni qualcosa non andava. Umani puzzolenti, di quell’odore che aveva Berenice quando puliva il bagno, si avvicendavano attorno alla sua padrona che non si muoveva dal letto neanche per darle da mangiare, neppure per aprirle la porta la mattina per consentirle di uscire nel giardinetto.

Bianca stava sul letto al suo fianco tutto il tempo che poteva, ma da ormai qualche ora aveva sentito il lei l’odore della morte e aveva capito che non c’era nulla che avrebbe potuto fare per aiutarla. Così la gatta era rimasta lì con la sua padrona morente, immobile a scaldare il suo corpo scosso dai brividi gelidi del dolore e dalla consapevolezza che sta tutto per finire. Faceva le fusa, strusciandosi lieve contro la sua mano per calmare l’animo della sua padrona, perché Bianca le voleva bene. La sofferenza che stava provando non aveva eguali: le due avevano vissuto in simbiosi gli ultimi anni e la gatta non poteva immaginare la sua vita senza Berenice. 

Subito dopo la morte della sua padrona, la gatta si era alzata dal letto ed era uscita sul pianerottolo dalla porta lasciata aperta da uno di quegli uomini vestiti di bianco. Non voleva avere più niente a che fare con quella casa, perché non aveva più nulla per cui stare lì. Non sapeva dove sarebbe andata a finire, ma la sua vita le aveva insegnato che il destino esiste, basta dargli una possibilità. Lei l’aveva fatto quando si era presentata di fronte alla casa di Berenice, e avrebbe trovato un’altra casa alla quale presentarsi, altri umani da accudire.

 

 

Bianca non aveva rimorsi, non provava particolare affetto per i figli di Berenice, che quando andavano da lei non la guardavano neppure per quanto lei invece cercasse sempre di farsi vedere almeno per un saluto, anche un po’ controvoglia, soprattutto nell’ultimo periodo. 

Era certa che forse si sarebbero dispiaciuti perché comunque era la gatta della loro mamma, ma avrebbero superato la cosa pensando che non si sarebbero dovuti preoccupare anche di lei. Bianca se la sarebbe cavata da sola.

La prima casa che aveva puntato era abbastanza vicina a quella di Berenice. Il giardino era spazioso e un ragazzo stava leggendo un giornale su una sedia. Non c’era odore di animali e l’erba profumava di taglio fresco. Così la gatta si era fatta notare, cercando un contatto con il ragazzo. Lui l’aveva accarezzata e le aveva dato del cibo.

“Come sei bella, da dove arrivi tu? Scommetto che hai una casa qui vicino.”

Non le era sembrato un brutto posto, ma sentiva che non era ancora a casa. Quando poi lui era entrato per la notte l’aveva lasciata fuori, forse pensando che lei avesse ancora una casa. Bianca aveva apprezzato il cibo di fortuna che lui le aveva portato, ma preferiva cercare altro, esplorare un po’ il mondo. Non voleva scegliere subito la prima casa.

Aveva vagato per il quartiere e visitato parecchi umani, alcuni di loro erano stati gentili con lei, a volte anche dandole una cuccetta nella quale dormire, altre volte era stata ignorata o peggio, scacciata con acqua e urla. Non aveva ancora trovato la persona giusta, ma era un po’ stanca di cercare e stava iniziando a chiedersi se non avesse idealizzato un po’ troppo gli umani e il potere del destino. Forse non avrebbe mai più trovato qualcuno come Berenice, avrebbe fatto bene ad accontentarsi e a tornare da uno degli umani che l’avevano trattata bene.

Proprio mentre stava cercando di decidere quale fosse la casa migliore tra le tante che aveva visitato, aveva visto la bambina.

 

 

La scuola era sempre più difficile per Alma. Non riusciva a seguire le maestre perché i suoi pensieri erano più forti delle parole che sentiva in classe.

Tutti si dimostravano comprensivi con lei, anche i suoi compagni di classe che erano stati istruiti a dovere durante la sua lunga assenza da scuola. Era stata a casa per due settimane, durante le quali aveva faticato ad alzarsi anche solo dal letto. Aveva vissuto dai nonni in quel periodo, dato che il padre era in ospedale e lei non poteva sopportare di stare a casa, perché lì era costretta a vedere tutti gli oggetti che erano stati cari a sua madre e a suo fratello. Tutte cose che non avrebbero più potuto utilizzare, né vedere.

In quel periodo di tempo i suoi zii avevano inscatolato i ricordi della mamma e di Mauro e li avevano nascosti, Alma sapeva che erano in soffitta dai nonni, perché aveva letto le scritte a pennarello su alcune scatole che poi erano sparite.

Metà della sua stanza era svanita nel nulla: vestiti, giocattoli, libri di scuola; persino il letto di Mauro era stato eliminato e lei non sapeva come reagire, perché se una parte di lei era felice di non doversi scontrare con la realtà in modo brutale, l’altra avrebbe desiderato affogare nei ricordi, magari dormendo nel letto del fratello o custodendo qualche oggetto a lui caro. In cuor suo sperava che le avrebbero chiesto cosa fare, cosa lei desiderasse tenere, ma non si erano dimostrati interessati alla sua opinione, forse perché pensavano che lei stesse soffrendo troppo per riuscire a prendere una decisione così dolorosa e stavano cercando di toglierle i pesi non necessari.

Quando avevano ricominciato a dormire a casa, Alma aveva cercato di rendersi piccola, di non disturbare il suo dolore e di non aggiungerlo a quello che provava lei. Sapeva che insieme sarebbero stati troppo da sopportare ed entrambi soffrivano già troppo così, senza esternare i loro pensieri. La nonna le chiedeva spesso come stava e Alma rispondeva sollevando i lati della bocca un sorriso che era più un tentativo di mascherare il suo dolore al quale sapeva che la nonna non avrebbe mai creduto.

Si era abituata a non pensare, a non cercare, a non sentire. Viveva di routine e dormiva solo dopo avere finito le lacrime, perché quando arrivava a stendersi sul letto la notte i pensieri diventavano troppo assordanti e lei smetteva di farli tacere, non ci riusciva. 

Era in quei momenti che avrebbe desiderato chiamare suo padre e dirgli cosa sentiva, magari chiedergli di dormire insieme, come quando era più piccola, perché anche lei dal giorno dell’incidente aveva smesso di vivere come prima, anche lei aveva paura che il destino crudele le portasse via le uniche persone che le restavano, soprattutto suo padre, perché lui era la famiglia che le rimaneva.

Dopo il primo periodo di silenzi e lacrime, suo padre negli ultimi giorni pareva aver cercato di superare il dolore. Almeno sembrava avere il desiderio di compiere i primi passi per ricominciare a vivere come prima. Tornata a casa la sera, Alma aveva trovato ad accoglierla una cena fatta in casa. Una cena completa, non le cose pronte da congelatore che avevano mangiato nell’ultimo periodo quando la nonna non portava loro cibo fresco.

L’aveva accolta con calore: “Bentornata a casa, Alma.” e lei aveva pensato di non aver mai amato così tanto il suo nome, pronunciato dal padre dopo troppo tempo.

Quella notte era scesa a controllare, con la scusa di prendere un bicchiere d’acqua, e non l’aveva trovato sul divano. Era la prima volta.

Per un attimo aveva pensato di dormirci lei: avrebbe acceso la tv, magari messo un cartone animato su Netflix per mettere a zittire i suoi pensieri e addormentarle il cervello, ma non l’avrebbe fatto sul serio, sua madre le aveva sempre detto che non serve la televisione per dormire, che ci sono metodi più efficaci, come contare le pecorelle. Alma ci aveva provato, ma nelle sue notti insonni vedeva sempre il viso della mamma al posto delle pecore. 

Non sapeva se un giorno l’avrebbe dimenticata, quindi passava la notte a ricordare le sue frasi preferite, i suoi capelli, il colore dei suoi occhi e tutti i regali che le aveva fatto. Poi iniziava a fare lo stesso con suo fratello. Ricordava ancora i loro odori al punto che impegnandosi li sentiva lì, vicino a lei. Forse erano impregnati nella casa, forse solo nel suo naso. Ma le rendevano difficile il sonno, perché le causavano nostalgia: il pensiero che la sua mamma non l’avrebbe più abbracciata o rassicurata, che non sarebbe più stata sgridata dalla mamma per i pantaloni macchiati d’erba visto che si metteva sempre in ginocchio sul prato della scuola per giocare. Non avrebbe più controllato lo zaino di scuola la mattina. Non avrebbe neppure più litigato con suo fratello per la fetta più grande di torta o per che gioco fare tutti insieme.

Quel pomeriggio, tornando da scuola, Alma stava pensando a come poter superare la tristezza: aveva bisogno di qualcosa che la aiutasse a riempire il vuoto con amore nuovo, ed era sicura che servisse anche a suo padre.

Aveva pensato a una nuova compagna per il papà, ma non poteva sceglierla lei ed era troppo presto, se fosse arrivata una mamma nuova così in fretta era probabile che lei l’avrebbe odiata, lo sapeva.

“Miao, prrr…”

Alma si era voltata a osservare il muretto al suo fianco. Un gatto bianco con vivaci occhi verdi la stava guardando. Muoveva le zampe con eleganza, quasi a volerla attirare a sé. La bambina non aveva mai avuto un gatto, ma ne aveva sempre desiderato uno, soprattutto da quando era stata a casa della sua amica Paola che ne aveva ben due e che le aveva permesso di giocare con loro.

All’epoca aveva pensato che i gatti erano addirittura più divertenti di suo fratello e il solo pensiero di quel paragone le aveva fatto sentire un brivido.

Alma aveva iniziato a proseguire lungo il marciapiede che confinava col muretto, era la strada che faceva ogni giorno dalla casa dei nonni alla sua casa. Pochi metri a piedi, questa volta in compagnia del gatto che camminava al suo fianco. La bambina si era quindi fermata. “Hai dei padroni?” Aveva chiesto a Bianca, sapendo che il gatto non le avrebbe risposto. “Non sembri selvatico… Hai una famiglia?”

La gatta aveva miagolato di nuovo, un verso musicale, quasi allegro.

Alma era arrivata a casa e aveva fatto entrare la micia nel giardino condominiale, ma non sembrava che alla sua nuova amica fosse sufficiente stare giù, sembrava anzi del tutto intenzionata a salire in casa con lei.

“Ma non hai una casa tua?” Aveva chiesto di nuovo la bambina. Bianca l’aveva ignorata, continuando a risponderle con miagolii melliflui. “Va bene, vieni a casa. Io però non ce l’ho il giardino… Facciamo che ti do qualcosa da mangiare e vediamo cosa dice il papà.” 

All’ingresso delle due, il padre di Alma aveva sorriso. “Ciao, chi è il tuo nuovo amico?”

“Mi ha seguita a casa, non so cosa fare.”

L’uomo si era chinato ad accarezzare la gatta, che si era strusciata sulla sua mano con un movimento fluido. “Sembra abituato alle persone… è probabile che abbia già una famiglia.” Pensava, grattandosi il mento. “Potremmo tenerlo e mettere in giro qualche volantino con le sue foto per cercare il suo padrone, nel frattempo però dobbiamo comprare la lettiera, le crocchette e… non so, quello che serve a un gatto.” 

Alma e il padre avevano lasciato l’animale chiuso in bagno, preoccupati che avrebbe potuto causare qualche danno o tentare di fuggire, ma Bianca si era accoccolata sul tappeto e aveva riposato un po’. Al loro ritorno i due erano carichi di sacchetti e buste e Bianca aveva miagolato con gioia nel notare la lattina di cibo che Alma stava cercando di aprire per lei. 

“Il tuo gatto è una gattina, lo sai?” Aveva rivelato il padre, che stava osservando Bianca con attenzione nel tentativo di trovare qualche dettaglio da scrivere nel volantino che il giorno seguente avrebbero attaccato in giro. “Per il resto io non so niente di gatti, ma non vedo segni particolari: è tutta bianca.”

“Secondo te dovremmo darle un nome?” Aveva chiesto la bambina.

Il padre aveva sospirato. “Forse sarebbe meglio aspettare. Facciamo così: se entro tre giorni nessuno risponde all’annuncio puoi darle un nome.”

Alma aveva annuito, già un po’ triste al pensiero che la sua amica se ne sarebbe potuta andare in fretta come era arrivata.

Bianca aveva mangiato con gusto e poi aveva iniziato a esplorare la casa. Si era accorta che i due l’avevano fotografata. Apprezzava il loro tentativo di riportarla a casa, ma sapeva bene che nessuno avrebbe chiamato per cercarla. Le sarebbe piaciuto avere una voce comprensibile dagli umani per dire ai suoi nuovi padroni che, se loro l’avessero desiderato, sarebbe stata con loro per tutto il resto della sua vita.

Il dolore che sentiva in quella casa era grande e il suo ruolo sarebbe stato importante per loro, era la missione che si era scelta: li avrebbe aiutati a ritrovare la speranza. I gatti sanno di avere la capacità di calmare, di aiutare e loro avevano bisogno di lei, anche se non lo sapevano ancora. Forse lo intuivano, però, perché l’avevano accolta senza opporre resistenza alla sua presenza, consentendole da subito di stare anche sul divano, conquista che le era costata un paio di mesi a casa della signora Berenice.

Quella sera Bianca si era messa a dormire di fianco al letto di Alma, in un cuscino che la bambina aveva acquistato quel pomeriggio proprio per lei. Non le piaceva molto, ma l’umana l’aveva fatta scendere dal letto due volte e aveva deciso di desistere, avrebbe riprovato alla prima occasione. Fingendo di dormire, aveva sentito la bambina singhiozzare, l’aveva osservata rigirarsi in pena scuotendo la coperta, coprendosi gli occhi con le mani. Bianca si era avvicinata a lei con un miagolio amichevole. Aveva posato una delle zampe anteriori sul bordo del letto e la stava guardando negli occhi. La bambina aveva iniziato a singhiozzare e la gatta si era fatta spazio sopra il letto, accoccolandosi di fronte a le, facendo le fusa e strusciando la testa contro le mani strette a pugno della bambina. Alma aveva tentato senza convinzione di farla scendere, ma dopo qualche minuto si era lasciata andare a un sonno privo di incubi. 

La mattina dopo si era alzata riposata per la prima volta dopo parecchio tempo. “Ciao, papà!” aveva esclamato con tono vivace.  

Suo padre aveva gli occhi rossi come la sera precedente, aveva alzato la testa a guardarla e si era stupito del viso riposato della figlia. “Buongiorno! Hai dormito bene?” 

“Ho dormito benissimo, anche se la micetta è stata con me sul letto.”

Il padre avrebbe voluto obiettare. “Avevamo detto che il letto era off limits… ma va bene, se ti aiuta a svegliarti così pimpante può restare.” 

Alma era corsa a salutare Bianca, impegnata nella pulizia mattutina. La bambina l’aveva presa in braccio e portata sopra una sedia di fianco al tavolo della colazione. “Papà, posso darle qualcosa da mangiare?” 

“Ha appena mangiato, ma puoi darle uno di questi, mi raccomando: pochissimi, massimo tre pezzi altrimenti le fanno male.”

Alma aveva aperto la bustina contenente gli snack e ne aveva messi tre sul palmo della mano. Bianca, attirata dall’aspetto della busta e dal rumore familiare, la guardava con gioia. “Ecco, mangia!” 

“Mi raccomando, non affezionarti troppo al gatto, che poi se qualcuno dovesse chiamare per i volantini dovremmo restituirlo.”

“Spero che rimarrai con me, gattina! Mi raccomando: non rompere niente finché siamo via.” Le aveva detto mentre le accarezzava il mento. “Voglio chiamarti… non so come, ma voglio darti un bel nome!”

 

La giornata era trascorsa tranquilla. Bianca era rimasta a casa da sola mentre gli umani erano fuori casa e ne aveva approfittato per un’esplorazione.  L’appartamento non era esattamente il luogo dei suoi sogni: era composto da un bagno, due camere da letto, la cucina che al momento ospitava anche le sue ciotole, un salottino con un divano comodo e un tappeto piacevole per le sue zampe al punto che l’avrebbe usato volentieri per farsi le unghie. C’era anche un terrazzino nel quale era posizionata la sua lettiera, ma niente giardino. Non che il giardino per lei fosse fondamentale,  aveva sempre preferito la comodità della vita in appartamento, ma non era impossibile per lei scendere, visto che poteva sempre saltare giù dal primo piano per trovare qualche preda o per farsi un giro.

L’umano era tornato a casa per primo e, subito aveva dato da mangiare a Bianca. “Sei stata brava, non hai rotto niente. Sai, io prendevo sempre in giro le persone che parlano con gli animali, ma mi sembra proprio una fortuna che tu sia qui con noi. Hai fatto dormire Alma stanotte.” Aveva posato la ciotola sul pavimento e si era seduto di fronte alla gatta. “Sai, io lo so che non è stata colpa mia. Anche l’assicurazione, la polizia… me l’hanno detto tutti: è stato un incidente causato dal malore dell’uomo che stava nell’altra automobile.”
Aveva sospirato, la voce tremava. “Io lo so che non è stata colpa mia, ma vorrei tornare indietro… Ho salvato me stesso. Non ho pensato, non ho capito.”
Con la testa tra le mani, l’uomo piangeva. “Non riuscivo neanche a piangere in ospedale. Quando mi hanno detto che erano morti tutti e due ho pregato di morire anche io… Poi ho pensato ad Alma. Sono qui per lei. Sono qui. Per i miei genitori.”

Bianca non capiva tutto ciò che stava dicendo l’umano, ma sapeva che era importante per lui parlare e sentiva il suo alone di dolore alleggerirsi.

“Non ho mai avuto il coraggio di dirlo a nessuno, ma io… Io sono felice di essere sopravvissuto.”

 

I due giorni seguenti passarono allegri. Bianca aveva ricevuto un topino di stoffa con un profumo irresistibile e se lo portava in giro per la casa, a volte Alma lo lanciava e lei gli correva dietro, incapace di resistere al richiamo della caccia. Ormai si sentiva parte della casa a tutti gli effetti, gli umani le avevano messo una copertina sul divano e lei non ci stava volentieri, ma accettava il compromesso. A volte però scivolava verso Alma per farsi prendere in braccio.

 

Quella sera erano tutti e tre sul divano quando era suonato il telefono. 

“Pronto. 

Sì, l’abbiamo trovata noi. Sta bene, è stata da subito molto amichevole e a suo agio. Vuole che ci vediamo per riportarvela?”

Oh, mi dispiace molto… Capisco…”

Alma stringeva Bianca forte a sé, conscia che potevano essere i loro ultimi minuti insieme.

“Certo, a noi farebbe molto piacere. È davvero un animale speciale. Grazie mille. Mi scusi, ha forse un nome? Oh, ma naturalmente. Grazie ancora. Buona notte.”

L’umano sorrideva. Un sorriso sincero e aperto che Alma non aveva visto negli ultimi mesi.

“Erano i padroni della gatta?” Aveva chiesto Alma, impaziente.

“Non erano i suoi padroni, adesso Bianca vive con noi.”

Alma era saltata in braccio al padre in un momento di gioia che avrebbe ricordato come il primo dalla notte dell’incidente. Sarebbe stato il primo di una lunga serie, la loro rinascita era ricominciata, anche grazie a Bianca, l’ultima arrivata nella loro famiglia.

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