Apr. 5th, 2025

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Il giorno della partenza - Originale - 200
Un addio - Originale - 100
Il nido - Originale - 100
Memoria condivisa - Originale - 100
Bobby - Originale - 200
L'isola felice - Originale - 100

Prompt, per tutte, VIAGGIO
Partecipano al COWT 14


Il giorno della partenza

Erica cercò il telefono con la mano, cercando di interrompere il suono fastidioso della sveglia. Sbadigliò: come faceva a essere già ora?

Non era abituata ad alzarsi presto, ma quella mattina sarebbero dovuti partire per il viaggio che tanto avevano atteso.

Il telefono suonò di nuovo. Erica era confusa: perché la stavano chiamando? Poi vide l'ora e si alzò di scatto: non si era svegliata.

Saltò nella doccia a tempo di record e si lanciò sotto l'acqua gelida. Poco importava, l'importante era muoversi. Si lavò i denti mentre raccoglieva le poche cose che doveva ancora chiudere in valigia.

Di nuovo lo squillo insistente. "Pronto?" Il tono infastidito.

"Ma perché non rispondevi? Mi hai fatto preoccupare! Siamo da te tra cinque minuti, scendi!"

"Che poca fiducia, adesso scendo." Agganciò e sorrise. Facevano bene ad avere poca fiducia in lei, se non l'avessero chiamata a ripetizione probabilmente avrebbe perso l'aereo.

Infilò le scarpe e chiuse la valigia. Era probabile che avesse dimenticato qualcosa, visto che l'ultimo controllo che avrebbe fatto quella mattina ovviamente era saltato.

Scese in strada ad aspettare la macchina dei suoi amici. Forse si sarebbe lamentata: erano in ritardo di ben due minuti.



Un Addio

Era partito per il suo viaggio portando una piccola valigia, sarebbe stato via solo pochi giorni.

Aveva sempre considerato il mare un luogo in cui perdere i pensieri, ed era proprio ciò di cui Luca aveva bisogno.

Non c'era un'anima in vista. Con la giacca a vento, si sedette sulla sabbia umida del mattino invernale. Prese una manciata di sabbia e se la fece scivolare tra le dita, sperando che si portasse via un po' del suo dolore.

Pensò a come il tempo modificasse ogni cosa. Ce ne sarebbe voluto, ma un giorno avrebbe accettato la tua morte.




Il nido

Angela osservò le rondini volare nel nido, chiedendosi quanto mancasse alla loro partenza.

Pensare che la prima volta che avevano scelto la sua casa come nido lei si era arrabbiata. "Sporcano, se ne devono andare," aveva pensato. Ma poi le aveva osservate. La loro pazienza, la cura nella costruzione della piccola casa che le avrebbe ospitate. Da allora erano tornate ogni anno, al punto che ormai le considerava delle coinquiline. Le osservava, aveva messo in giardino a loro disposizione un abbeveratoio e del cibo.

Sentì il richiamo e le guardò spiccare il volo. "Buon viaggio, amiche mie, alla prossima primavera."



Memoria condivisa

Le ruote scivolavano veloci sulla ghiaia. Con lo zaino carico sulle spalle, Paolo avrebbe seguito il percorso e visitato tutte le tappe che indicava. Non aveva mai viaggiato in bicicletta prima.

Dopo venti chilometri si fermò e scese a prendere fiato, stanco e già dolorante. Non era molto in forma, era vero, ma aveva tutto il tempo per visitare le tappe senza fretta, perché si era ripromesso che quello sarebbe stato un viaggio lento, in memoria del suo caro fratello che l’anno prima aveva percorso quelle stesse strade. Per lui era un modo per ricordarlo, una chiusura, un addio.




Bobby

Bobby aveva aspettato il suo umano per tutto il pomeriggio. All'inizio scodinzolava al pensiero che sarebbe tornato a prenderlo, ma col passare delle ore aveva iniziato a pensare che forse qualcosa lo stesse tenendo distante da lui.

La casa in cui l'aveva lasciato gli era sconosciuta, ma le persone al suo interno lo continuavano a chiamare per nome mentre lui guardava la strada, sconsolato. Gli portavano il suo cibo preferito, ma lui non aveva appetito.

Bobby non aveva il concetto del passare dei giorni, main ogni momento di veglia teneva le orecchie tese, nella speranza di sentirlo.

Quando udì l'automobile che conosceva ormai così bene, sentì l'emozione crescere con una forza dirompente. Abbaiò fino a quando l'uomo che in quei giorni l'aveva nutrito non arrivò a liberarlo.

Il suo umano era di fronte a lui a braccia aperte. "Bobby! Come è stata la tua vacanza?" Lo chiamò. Il cane corse come il vento.

"Grazie per averlo tenuto, il viaggio è stato fantastico, ti racconterò. Bobby però mi è mancato tantissimo." Disse arruffandogli il pelo sul collo.

Il cane salutò gli umani che l'avevano ospitato e saltò nell'auto.

Non era stato abbandonato, sarebbe tornato a casa.



L'isola Felice

Anna diceva a tutti che amava viaggiare. Era convinta che questo la rendesse una persona interessante. Le dava anche parecchi spunti di conversazione a cui aggrapparsi quando si parlava del più e del meno.

La realtà era che preferiva starsene a casa sua, magari distesa sul divano con un pacchetto di snack a guardare serie TV intere senza dover pensare al lavoro o ad altri impegni sociali.

Quell'estate aveva deciso di non partire e aveva raccontato a tutti di quanto le dispiacesse dover rinunciare a causa di alcuni impegni che non aveva precisato.

Finalmente, pensò, posso starmene a casa.


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 Fandom: Originale
 Prompt: Sure Grandma, let's get you to bed
 Partecipa al COWT 14


Zia Eleonora.

L’anziana signora si trascinava avanti col deambulatore un passo alla volta in movimenti irregolari e scattosi. 

Il ragazzo la osservava seduto dall’altro lato della strada, all’inizio gli era venuto da ridere, perché si era reso conto che la vecchia stava andando il più veloce possibile, ma la realtà era che gli ricordava una lenta tartaruga. Poi però si era sentito in colpa: poteva avere bisogno di aiuto e lui non era senza cuore.

Filippo si alzò e attraversò la strada. Più si avvicinava a lei, però, più si rendeva conto che la sua impressione era fondata: qualcosa non andava. Iniziò a notare il sudore sulla sua fronte, l’espressione nei suoi occhi, che avrebbe definito terrore puro. Il fiato corto.

“Tutto bene, signora?” Le chiese, mettendosi di fronte a lei.

“No, non è tutto bene.” Gli fece cenno di avvicinarsi e si guardò intorno con circospezione. “Quelli vogliono uccidermi. Vogliono la mia casa.” 

Filippo continuò a guardarla negli occhi, incerto su cosa fare. L’anziana donna aveva una fierezza nello sguardo che a tratti sembrava prendere il sopravvento sulla sua paura. Una parte di lui credeva che la donna fosse pazza, forse inferma di mente, ma il suo istinto gli diceva di crederle.

“Non sono chi dicono di essere. Non farti prendere per il naso anche tu da loro.” Lo stringeva talmente forte che il ragazzo non riusciva a liberarsi. “Via Pasini numero 8. Mi chiamo Eleonora Contini.”

“A- Andiamo alla polizia?” Chiese lui. Ma la donna non fece in tempo a rispondere, perché una coppia di mezza età arrivò alle loro spalle. 

“Mamma? Mamma, cosa ci fai qui, torna a casa, dai!” Disse la donna con tono mellifluo. Aveva lunghe unghie laccate, i capelli raccolti senza eleganza in una coda mezza sformata e abiti semplici, ma decorosi. L’uomo indossava un paio di jeans e una camicia a scacchi. Si mordeva un labbro e lo guardava incerto.

“Aiuto, aiutatemi!” Urlò la signora attirando l’attenzione dei pochi passanti.

Filippo si guardò intorno, incerto su cosa fare. I due sembravano assomigliarle parecchio. “Zia, non preoccuparti, ti accompagno anche io a casa.” La donna si fermò un istante. Sorpresa. “E tu chi saresti? Mia madre non mi ha parlato di te.”

“Sono Serena, la sua prima figlia, mi sto prendendo cura io di lei in questo periodo.” 

Il ragazzo si chiese dove fosse andato a incastrarsi, ma vista la gentilezza con la quale la donna gli stava sorridendo pensò che in fondo non avrebbe corso grossi rischi nell’andare in via Pasini 8 a casa dell’anziana signora a controllare che tutto fosse in ordine.

“Andiamo a casa, zia, ti portiamo a riposare e magari ci beviamo un tè insieme.”

Filippò cercò di ritrovare nella sua memoria il nome e il cognome della signora di cui si stava fingendo il nipote, Eleonora qualcosa… era un bel nome per una donna della sua età, si ritrovò a pensare.

Notò che la coppia restava indietro, lasciando che fosse lui a guidarli verso la casa. 

“Da quanto tempo siete a casa con la zia?” Chiese, cercando di prendere tempo mettendosi al loro fianco. Via Pasini era lì vicino, quello era certo, ma non si ricordava dove di preciso. 

“Solo da due giorni, siamo arrivati perché mio marito ha insistito perché le parlassi di nuovo dopo tutti questi anni di lontananza. Volevo solo passare per salutarla e per dirle che mi dispiace per come è andata, ma ho visto che non sta bene.” Lo prese da parte mentre l’uomo ed Eleonora continuavano lungo la strada. “Da quanto tempo ha problemi di memoria?”

Filippo iniziò a preoccuparsi, la donna gli pareva abbastanza sincera e poteva essere veramente la figlia di quella donna. Invece lui? Che scusa aveva lui per introdursi nella casa di una donna anziana con problemi di demenza senile? Se fossero arrivati altri parenti cosa avrebbero potuto dirgli? L’avrebbero denunciato? Scacciato in malo modo? Preso a pugni? 

D’altro canto, se l’anziana gli aveva detto la verità, significava che era in pericolo… poteva davvero abbandonarla lì inerme quando lei aveva riposto in lui la sua fiducia?

“Da- da un pezzo ormai…” Mentì. “Ha cominciato un paio di anni fa con i primi sintomi, ma io non vado a trovarla spesso a essere sincero.”

La donna gli sorrise, più serena. “Ovvio, tu sei giovane, perché dovresti andare a trovare la zia. Ha anche dei figli, no?”

Filippo approfittò della chiamata che proprio in quel momento stava ricevendo per concentrarsi sul suo smartphone, sperando così di lasciare decadere la domanda. “Un attimo, rispondo e vi seguo.”

Fece qualche passo indietro. “Pronto, Sabrina?” Si rivolse verso la donna indicando il telefono e si allontanò ancora di qualche passo. “Farò un po’ tardi, sono con la mia cara zia Eleonora.”

“La zia che? Mi prendi in giro? Io ti sto aspettando, perché non eri sull’autobus.”

“Non pensavo di passare da lei, ma l’ho trovata in giro per strada e sai com’è… con i suoi problemi di memoria ho pensato di accompagnarla a casa.”

“Che hai bevuto? Stai parlando in codice?”

“Ma no, non è niente! Sai com’è la zia, sto lì giusto per un tè e me ne vado. Comunque sì, hai ragione.” Rise.

“Vuoi che venga da te?”

“No, non la zia che sta vicino alla stazione, lei abita in via Pasini. Sai, vicino alla fermata dove prendo l’otto.”

Filippo osservava la donna con attenzione. Camminava lenta, in silenzio, le orecchie chiaramente tese all’ascolto. Quando sentì il nome della via sembrò rilassarsi e accelerare per un attimo il passo.

“Fil, dimmi se devo chiamare la polizia.” La voce di Sabrina al telefono era allarmata. Se solo avesse potuto, le avrebbe detto di farlo. “Puoi condividermi la posizione?”

“Ecco, questo sì che posso farlo. Stai tranquilla che arrivo presto, ci vediamo a cena, salutami la mamma.” Attaccò e attivò la condivisione della posizione. Scrisse due messaggi nei quali spiegava grossomodo la situazione e raggiunse la signora Eleonora.




Via Pasini 8, dice che pericolo vita.

Help.


Sabrina osservò il telefono incredula e subito decise di chiamare la polizia.  Spiegò la situazione come meglio potè, pregandoli di recarsi all’indirizzo per un controllo.


Li trovarono in casa che bevevano il loro tè. 

Il ragazzo appariva confuso almeno quanto la vecchia signora.


Il giorno seguente i giornali pubblicarono un articolo che descrisse l’accaduto in modo chiaro e conciso:


Giovane eroe salva una donna da tentativo di truffa.


Ieri, lungo una laterale di via Pasini, un ragazzo di diciannove anni ha soccorso un’anziana signora che era riuscita a sfuggire a una coppia di truffatori nota alle forze dell’ordine.

I due malviventi, accusati di furto aggravato e omicidio, in passato hanno estorto ingenti somme in contati a numerose anziane vittime ignare, una delle quali è deceduta a causa delle sostanze a lei somministrate dai due ladri. 

Il loro modus operandi consiste nel fingersi parenti lontani degli anziani che scelgono di truffare e nel farsi aprire le porte delle loro case, per poi incapacitare le vittime attraverso l’uso di medicinali e sostanze stupefacenti.

Il ragazzo afferma di avere visto la donna in difficoltà e di averle offerto il suo aiuto. “Mi è sembrato che sapesse quello che mi stava dicendo, le ho creduto. La coppia intervenuta per riportarla a casa invece era sospetta.”

La signora Eleonora Contini ha deciso di ringraziare pubblicamente il giovane F. P. e di donargli un premio per la sua prontezza di spirito, grazie alla quale la signora si è ora ripresa completamente.



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Fandom: originale
Prompt: storia con due finali
Wordcount: Cap. 1 - Routine - 2004
Finale 1 - Seguire il sogno - 2078
Finale 2 - Seguire il cuore - 2070

Capitolo 1 - Routine



Spense la sveglia con una mano, prima ancora che iniziasse a suonare. Non aveva dormito bene, ma non era una sorpresa, le capitava spesso di passare le notti a rigirarsi nel letto. A volte quando non riusciva a prendere sonno si rifugiava nel suo smartphone e iniziava a scorrere video e immagini cercando di svuotare la mente carica di pensieri, ma non funzionava, anzi: come aveva sentito in programmi TV pomeridiani di dubbia serietà e letto in seguito anche da fonti più attendibili, quella non era una soluzione, ma un’amplificazione del problema. 

Infatti continuava a  passare le notti fissando il buio della sua stanza, svegliandosi in piena notte senza apparente ragione.


Si alzò sbadigliando, col collo dolorante per la posizione sbagliata - era ora di provare anche a cambiare il cuscino -, si infilò le ciabatte alla cieca e si diresse in cucina dove la aspettava il suo caffè del mattino.


“Devo smettere di bere tutto questo caffè.” Si disse senza convinzione, perché sapeva che era probabile che nel corso della giornata ne avrebbe bevuto parecchio. Alzò le spalle, rassegnata, mentre si specchiava sull’immagine distorta che vedeva riflessa sul vetro del forno. “Magari dalle cinque del pomeriggio non ne bevo più, prima faccio quel che posso.”

Accese la macchina e inserì una capsula. Posizionò la tazzina pensando che quella fosse una azione poco sostenibile. “Oggi vado a comprare le capsule compostabili.” Di nuovo era rivolta al suo riflesso. Doveva smetterla di parlare da sola, ma non era abituata a stare da sola e non era facile passare la giornata in silenzio.

Sei mesi fa se n’era andato lui, e da qualche settimana sua sorella si era anche ripresa il gatto. Il suo unico compagno in quella casa troppo grande.

Le mancava, del resto l’aveva tenuto solo per sessantacinque giorni, il tempo necessario perché la ristrutturazione a casa di sua sorella fosse conclusa, non poteva pretendere di rubare il suo gatto.

Premette il pulsante e osservò il liquido scuro scendere e il fumo alzarsi intorno alla tazza. Si sedette sul divano, la tazzina in una mano e una fetta biscottata nell’altra. “Ma così cadono le briciole!” Disse in tono canzonatorio, ormai non le importava delle briciole e comunque quella sera avrebbe pulito, quindi non era un problema. Fece colazione pensando a Paki e al suo pelo sparso in giro per l’appartamento, a quanto all’inizio le aveva dato fastidio. Ora le mancava il piccolo Pachino.

“Magari mi prendo un gatto.” Sorrise, il pensiero la fece sentire un po’ meno sola.

O forse no, pensò inclinando la testa di lato. Doveva prepararsi per andare al lavoro, non era il momento di prendere decisioni così importanti, soprattutto non quella mattina e non mentre era così assonnata.



Celeste aveva studiato a ragioneria. Non per sua scelta, più per decisione dei suoi genitori che le avevano spiegato quanto quella fosse la decisione più conveniente per il suo futuro. Lei aveva tentato di lamentarsi agitando di fronte a loro con la sua debole convinzione i test attitudinali che dimostravano il suo interesse per l’ambiente umanistico o turistico. Sua madre le aveva strappato i fogli dalle mani liquidandoli come “Le sciocchezze che vi mettono in testa a scuola” e suo padre si era limitato a ripetere “Hai bisogno di qualcosa che ti permetta di lavorare dopo le superiori, ti iscriviamo lì.” 

Avrebbe voluto puntare i piedi e anche le braccia per convincerli a iscriverla al turistico o a un liceo linguistico, ma aveva rinunciato, non aveva la forza di opporsi a loro. Con un sospiro aveva immaginato tutta la sua vita, l’aveva vista passarle davanti agli occhi: i viaggi, il lavoro in giro per il mondo. Avrebbe conosciuto persone interessanti e culture distanti. Avrebbe imparato a parlare perfettamente inglese, tedesco e magari anche una lingua orientale come il cinese o il giapponese. Forse si sarebbe trasferita distante e avrebbe rivisto i suoi solo a Natale, a volte sarebbero andati loro a trovarla nella sua casa piccola, ma ben organizzata.

I pensieri erano scivolati via, ma a volte tornavano, soprattutto quando ascoltava le lezioni di economia aziendale senza alcun interesse e si perdeva in se stessa cercando di non addormentarsi.

Faceva il suo dovere, ma non riusciva a immaginarsi una vita intera a parlare di bilanci e di conti. Pensava che piuttosto avrebbe preferito un lavoro più umile, ma meno noioso.

A casa i suoi invece avevano continuato a parlare del suo futuro roseo e sicuro in una delle aziende lì intorno. “Con le conoscenze di papà troverai subito un buon posto, vedrai!” Le diceva la mamma sorridendo entusiasta, una mano posata sulla spalla di Celeste, che sospirava sentendosi invisibile.

La scuola era finita e suo padre l’aveva accompagnata al primo colloquio in un’azienda di amici di famiglia. Era stata assunta subito come apprendista e non si era lamentata, anzi. Era felice all’inizio, perché avere una busta paga le permetteva di comprarsi ciò che desiderava, di uscire coi suoi amici. Un giorno avrebbe usato i suoi risparmi per andare in vacanza per conto suo, forse in giro per il mondo.


Aveva conosciuto Stefano mentre camminava per il centro in un pomeriggio di primavera. Era in compagnia di una sua amica che le aveva chiesto di accompagnarla in un’uscita a quattro. “L’amico di Luca e simpatico, vedrai: ti piacerà!”

Celeste si era fatta trascinare, la sua vita era una deriva durante la quale le decisioni continuavano a essere prese da altri per lei, ma in fondo non le dispiaceva, perché non stava poi così male, anzi: il lavoro non la faceva impazzire, ma le dava da vivere e si era anche potuta mettere da parte un piccolo gruzzoletto che le avrebbe permesso di comprarsi un appartamento, quello che i suoi consideravano “un punto di partenza per il futuro”, non era ancora andata a fare il suo viaggio intorno al mondo, ma forse sarebbe andata in Giappone in vacanza quell’estate insieme a un gruppo di amici. Stefano era in effetti simpatico e aveva dimostrato da subito un particolare interesse per il lavoro di Celeste. Non le era dispiaciuto passare del tempo insieme, quindi si era lasciata convincere a uscire con lui e in breve avevano iniziato a fare progetti a cui la ragazza non aveva mai pensato prima di allora.


Quell’estate non era andata in vacanza, perché lei e il suo fidanzato avevano in programma di mettere su una famiglia, quindi si dovevano impegnare a risparmiare per il futuro. Celeste aveva tentato una volta di più di organizzare comunque un viaggio, alla fine si erano concessi una settimana al mare e lei si era rassegnata a trarne il più possibile. 

Quando compreremo la casa, quando ci sposeremo, quando avremo abbastanza da parte… c’era sempre una condizione fuori posto per il suo viaggio dei sogni, al punto che Celeste si era messa il cuore in pace e aveva smesso di chiedere.


Avevano cercato casa insieme, ma al momento della formulazione della proposta immobiliare lei si era resa conto che Stefano avesse parlato tanto di risparmi, ma non avesse in realtà fatto azioni concrete per potersi permettere l’acquisto della casa di cui avevano parlato.

“Per ora perché non andate a stare dalla nonna? Tanto lei è in casa di riposo e non ci vive nessuno, è la soluzione migliore.” Le aveva proposto sua madre. Come tutti si aspettavano, la nonna le aveva fatto preparare un regolare contratto di affitto che la nipote e il suo compagno pagavano regolarmente ogni mese.


La vita insieme si era rivelata meno romantica di quanto Celeste aveva sempre immaginato: Stefano era disordinato e non aveva i suoi stessi standard di pulizia. La ragazza era cresciuta in una casa splendente in cui ogni faccenda andava sbrigata appena possibile. Non c’erano scuse per evitare di fare la propria parte per nessun membro della famiglia. Il suo fidanzato invece se ne stava sul divano e la invitava a fargli compagnia. “Facciamo dopo, adesso rilassati.”

Solo che dopo un po’ di tempo si era resa conto che era sempre e solo lei a fare ciò che serviva. Stefano lavorava e tornava stanco: “Puoi preparare tu la cena stasera?”

Così lei preparava la cena, teneva in ordine, puliva e lavorava. Metteva in ordine i vestiti e spolverava, pagava le bollette e teneva sotto controllo la burocrazia, del resto era il suo lavoro, quindi era più brava di lui.


Ricordava ancora il giorno in cui si era resa conto di non essere felice. Era a passeggio con la sua amica Silvia per le vie del centro città, quando lei si era fermata di fronte alla vetrina di un negozio specializzato in colori artistici: “Vorrei tanto regalare a Luca quel set, gli piace così tanto dipingere e sta aspettando perché costa troppo. Spero di poterlo prendere per il suo compleanno.” Celeste aveva osservato gli occhi della sua amica brillare di orgoglio e di amore e si era chiesta cosa avrebbe potuto regalare a Stefano. Si era resa conto che lui non faceva niente di interessante, quando l’aveva conosciuto almeno giocava a calcio, non le piaceva, ma almeno era un impegno, ora nemmeno più quello, guardava solo le partite. Lei stessa non faceva più niente di interessante. Un brivido gelido le era corso lungo la schiena e aveva smesso di ascoltare la storia divertente che la sua amica stava raccontando.

La vita di Celeste era vuota. La realizzazione la lasciò distrutta.


Quella sera era arrivata a casa e aveva lanciato le chiavi sulla cassettiera. Si era distesa sul divano scalza e aveva acceso la televisione, l’aveva lasciata andare senza ascoltare, utilizzandola come sottofondo ai suoi pensieri che non le stavano dando pace.

Stefano era arrivato canticchiando dall’uscita coi suoi amici e aveva lanciato le chiavi al suo stesso modo. “Ho già mangiato.” Aveva detto togliendosi le scarpe di fianco alla porta e poi se n’era andato in bagno, probabilmente per farsi una doccia. Lei era rimasta lì immobile. Era ancora invisibile, evidentemente.


Si erano lasciati poche settimane dopo. Era bastato che lei smettesse di legarli perché ciascuno di loro iniziasse a percorrere la propria strada. Stefano all’inizio ci era rimasto male, ma non era riuscito a rispondere alle domande di Celeste: cosa facciamo insieme? Perché vuoi stare con me? Cosa mi piace? Chi sono io, lo sai?


Era convinta che fosse stato meglio così, ma era rimasta sola. Aveva passato i primi quindici giorni a piangere, poi aveva iniziato a notare alcuni fattori positivi: la casa era più ordinata e Celeste ora poteva comprare ciò che voleva da mangiare. Non si sentiva in colpa nel prendersi il suo tempo e non provava più la necessità di cercare sempre e comunque la perfezione. L’aveva detto ai suoi genitori dopo qualche giorno e per loro era stato più difficile accettare la situazione, ma non c’erano alternative, la decisione era definitiva.

Poi era arrivato Paki, il suo miglior coinquilino fino a quel momento.



Uscì dalla porta vestita come sempre: pantaloni sobri, scarpe nere, comode ed eleganti, maglioncino leggero adatto all’ufficio e un cappotto nero come il suo umore.

Prese l’automobile e si recò al lavoro. Era incredibile come col tempo avesse iniziato a riconoscere gli altri lavoratori che incrociava ogni mattina, sempre alla stessa ora: C’era l’uomo stempiato sempre di fretta che sembrava imprecare ogni volta che un semaforo diventava rosso, poi la donna che sbadigliava di continuo. C’era quello che cercava sempre di sorpassare e tallonava chi gli stava di fronte e la signora che rallentava di proposito per farlo passare, che ogni volta gli rivolgeva insulti dopo il sorpasso.

Forse qualcuno avrebbe potuto definire Celeste quella che non ride mai, oppure quella invisibile.

In ufficio in genere era da sola. Era considerata affidabile, almeno così le avevano detto i capi in occasione dell’incontro annuale nel quale non davano mai alcun bonus, ma facevano sempre un sacco di complimenti.

Entrò con un sorriso salutando i colleghi, almeno avrebbe dovuto fare meno ore del solito.






FINALE 1 - Seguire il sogno -


 
 

Quel pomeriggio uscì dall’ufficio alle tre del pomeriggio. Non era solita avere del tempo libero così presto nei giorni feriali, quindi decise di non andare direttamente a casa. 

Si sentiva molto stanca a causa del mancato sonno della notte precedente ma pensò che fare una passeggiata prima di tornare a  casa l’avrebbe aiutata a riposare meglio durante la notte e non nel pomeriggio, anche perché era certa che se fosse tornata a casa subito avrebbe passato il tempo pulendo in giro o si sarebbe fatta un bel pisolino. 

Si domandò se chiamare Silvia, ma poi ripensò a quanto Luca e Stefano fossero amici e lasciò perdere, forse ci sarebbe voluto un po’ di tempo in più per parlare con lei liberamente. Non credeva che l’amica le avrebbe negato la sua compagnia, ma era certa che il suo ex fidanzato, avvelenato dalla rottura, avesse passato parecchio tempo con la coppia in quel periodo a raccontare quanto lui fosse triste e quanto Celeste fosse stata cattiva. Poteva immaginarlo mentre si dipingeva da vittima innocente della situazione anziché prendersi le proprie responsabilità. Si è in due in una coppia, sia quando le cose vanno bene, che quando le cose finiscono.

In tutta onestà Celeste era convinta che Stefano avrebbe potuto recuperare il rapporto con lei se solo si fosse impegnato un po’ e che la maggior parte dell’impegno nella coppia l’avesse da sempre messo lei, ma si stava sforzando di non recriminare.

 

Pazienza, pensò, avrebbe fatto un giro per il centro da sola. In fin dei conti era ancora presto e lei aveva proprio bisogno di comprarsi qualcosa per tirarsi su il morale, fosse stata anche una pizza per cena, ci avrebbe pensato al bisogno.

 

Girò per le vie in cerca di un parcheggio e fu fortunata, perché ne trovò uno proprio dove sperava, di fronte all’agenzia di viaggi di cui osservava sempre la vetrina quando passava di lì. Scesa dall’auto si chiese se fosse stato il destino a farla parcheggiare proprio lì. Si fermò a osservare le proposte e le immagini di luoghi esotici in vetrina, incantata. Le sue stesse parole le riecheggiarono nella mente: “A cosa serve ormai una agenzia viaggi? Con internet si può organizzare tutto da soli.” Lo pensava davvero, ma si chiese se avrebbe avuto l’energia per farlo davvero. Senza neppure rendersene conto si ritrovò dentro l’ufficio.

 

La donna al bancone le sorrise: “Buonasera, come posso esserle utile?”

Celeste si schiarì la voce. “Veramente… io non ho molte idee, è da tanto che voglio fare una bella vacanza… però non so cosa… neanche dove in realtà.” Rise, imbarazzata.

L’impiegata però continuò a sorridere come se fosse abituata a incontrare potenziali clienti come lei: persone un po’ perse, che cercano risposte alle loro vite vuote in agenzia viaggio: “Io sono Elena. Ora ho tempo, se vuole posso rispondere a tutte le sue domande, oppure le posso lasciare qualche opuscolo da guardare.” Le indicò la sedia di fronte a lei con fare quasi materno.

A Celeste sembrò quasi che la vedesse per com’era veramente e accettò l’invito, “Mi chiamo Celeste, può darmi del tu.” la ragazza si sedette e iniziò a osservare i depliant sul tavolo. La donna invece restò in piedi, con il suo sorriso smagliante le puntò contro l’indice: “Ho un’idea!” 

Si allontanò e tornò indietro con un mappamondo grande poco più di una palla da calcio. Lo posò di fronte a lei trionfante. “Dove vuoi andare?” 

Celeste ripensò al suo passato: a tutte le volte che aveva sognato di partire per un lungo viaggio itinerante con una valigia da riempire nel corso della sua avventura con i ricordi di ciò che avrebbe vissuto, dei luoghi che avrebbe visitato. Aveva immaginato di incontrare persone nuove, che sarebbero diventate nuovi amici nel villaggio globale che il mondo intero stava diventando.

“Non lo so.” Disse, facendo ruotare il mappamondo con la mano. Chiuse gli occhi e puntò il dito a caso, come immaginava nel mezzo dell’Oceano Pacifico. Pensò che ne avrebbe comprato uno decorativo da mettere in salotto, uno di quelli grandi e pesanti col supporto in legno. “Però vorrei andare al caldo.” Rise. “Devo fare il passaporto,” realizzò e guardò preoccupata la donna: “Quanto tempo ci vuole?”

Lei scosse la testa. “Non si preoccupi per quello, le spiegherò tutto. Dobbiamo pensare a una cosa alla volta e per ora possiamo lasciare perdere la burocrazia.”

“Allora da dove cominciamo?” 

“Dalle mie domande. La prima è semplice: hai date flessibili o ci sono giorni precisi in cui vorresti andare in viaggio?”

Celeste ci pensò un attimo. “In agosto l’ufficio chiude, ma posso prendere ferie anche in altri momenti, anche perché lo fanno tutti gli altri. Flessibili, quindi.”

“Benissimo, allora seconda domanda: quanto tempo vuoi stare in viaggio?”

“Due settimane, oppure tre.” Non dovette pensare, il problema era che nella sua testa aveva già organizzato talmente tanti viaggi da non riuscire a decidere il luogo di destinazione. Ogni viaggio che aveva immaginato però era lungo abbastanza da permetterle di esplorare il territorio, di riposare e di fermarsi a osservare e conoscere le tradizioni, di assaggiare i cibi tipici e vivere esperienze distanti da quelle proposte ai turisti veloci, che viaggiano da un luogo all’altro scattando foto e correndo da una destinazione all’altra.

“Molto bene, preferisci un villaggio vacanze o qualcosa di più libero?”

Celeste sospirò. “Dipende dalla zona, vorrei sentirmi al sicuro perché devo viaggiare da sola…”

Lo sguardo dell’impiegata cambiò all’improvviso: “Potrebbe interessarti un viaggio di gruppo tra sconosciuti?”

La ragazza esitò. “Io… non lo so, forse preferisco andare da sola questa volta.”

La tour operator alzò le spalle. “Certo, va benissimo, era solo una proposta che in genere piace alle ragazze, perché dà un po’ di sicurezza in più, ma possiamo trovare una soluzione, più di una in realtà.”

“Grazie, a me basta non andare in crociera, mi terrorizzano.” Ammise Celeste ridacchiando in modo nervoso, domandandosi perché non avesse messo prima questo paletto.

“Dunque, ricapitolando: vorresti viaggiare per due settimane in un luogo caldo, in agosto ti sarebbe comodo, ma puoi considerare altri periodi.  Per te è importante che la destinazione ti faccia sentire al sicuro.” riportò in un foglio l’elenco puntato delle caratteristiche del viaggio, poi iniziò a far sbattere il tappo della penna sul tavolo, sembrava immersa nei pensieri. “Ultima domanda: quale è stato il tuo viaggio preferito, in tutta la vita?”

Celeste prese fiato, ma non sapeva cosa rispondere. “A dire la verità non ho viaggiato molto. Con i miei genitori, quando ero piccola, ogni anno per due settimane andavamo al mare qui vicino, sempre nello stesso appartamento e con le stesse persone nel condominio vicino alla spiaggia. Non sembrava neanche una vacanza negli ultimi anni, era più una routine estiva. Io qualche anno fa sono andata a visitare Roma con una mia amica e con la scuola l’ultimo anno siamo stati in gita a Praga. Lì mi sono divertita perché era tutto organizzato,  abbiamo visitato musei e luoghi interessanti nella città. Mi piace l’arte e mi sono divertita anche con la classe, gente della mia età.” Si fermò e osservò l’agente turistica che scriveva ancora. “Camminare mi piace, ma non in montagna, anche perché non sempre c’è molto da vedere. E poi non sono molto allenata” ammise.

“Ti muoveresti volentieri in treno o in metropolitana?” Chiese.

“Sì, in treno soprattutto.”

La donna si fermò. “Allora ti dico quello che farei io, ti do qualche alternativa e poi tu decidi cosa fare.”

Le consigliò un viaggio nel sud della Spagna, all’insegna della scoperta dei luoghi della storia, tra Siviglia e Granada. Lì sarebbe stata più libera di muoversi in autonomia e con comodità, inoltre si sarebbe sentita più a casa e a suo agio anche con la lingua. 

Poi le propose una vacanza incentrata sul relax a Cipro, dove avrebbe avuto il tempo di rilassarsi e di immergersi nella storia tra i templi di Nicosia e di Paphos e le chiese bizantine. 

La sua ultima proposta consisteva in un viaggio di gruppo in Giappone, organizzato in modo da visitare Tokyo e la zona di Kyoto. “So che hai detto no ai viaggi di gruppo, ma puoi stare in stanza singola e con gruppi di persone della tua età, o comunque molto vicini al tuo gruppo. Io penso che sia una buona occasione per conoscere gente nuova con la tua stessa passione e anche per viaggiare in modo più sicuro e controllato. Pensaci.” 

Le diede alcuni riferimenti e un sito dal quale prendere qualche informazione in più. Non le fece firmare niente, e la cosa un po’ la stupì. “Spero di rivederti, ricorda che per il Giappone avrai bisogno del Passaporto, quindi ricordati di metterti in movimento il più in fretta possibile per fare in tempo. In genere consentono le prenotazioni a chi ha un volo prenotato, io posso aiutarti se dovessi averne bisogno, basta che torni, quando vuoi. Chiama il numero nel biglietto da visita se vuoi un appuntamento.”

 

Celeste salutò l’agente turistica, grata di avere sognato ancora. Una volta fuori si sentiva allegra: era come se un pezzo del puzzle della sua vita finalmente avesse trovato la posizione giusta, era il primo, ma c’era ancora molto da fare.

Aveva passato un’ora all’agenzia, quindi prese qualcosa per cena e tornò direttamente a casa. Dopo averci pensato tanto nell’ultimo periodo, decise che era ora di trovare una coinquilina per quella grande casa nella quale era deprimente passare le giornate da sola a parlare con il proprio riflesso. Sperava in un gatto, ma pensò di iniziare a far girare la voce in ufficio, ne avrebbe parlato il giorno seguente, magari per una volta avrebbe fatto la famosa pausa caffè coi colleghi che nell’ultimo periodo aveva accuratamente evitato.

Quella sera dormì sognando il Giappone e i fiori di ciliegio in fiore; i mari azzurri di Cipro e il clima caldo e allegro della Spagna. Nel suo sogno i paesaggi erano nitidi come cartoline o fotografie coi colori accesi delle riviste di viaggio che aveva sfogliato poche ore prima. Passava da una cartolina all’altra come solo in un sogno era possibile fare. 

 

Per la prima volta da quando Paki non viveva più con lei, si svegliò riposata e si alzò canticchiando. In macchina scelse di ascoltare della musica al posto dei soliti podcast e cantò a squarciagola fino all’arrivo all’ufficio. Scese sorridente con l’idea di chiedere subito quale fosse disponibilità per le sue ferie quell’estate.

Si stupirono della sua richiesta di tre settimane, ma accettarono senza farle troppe domande. “Ormai pensavamo che non saresti mai partita per uno di questi viaggi di cui parli sempre, era ora!” Lei sapeva già quali erano i periodi più pesanti per l’ufficio e non aveva intenzione di partire durante quei lassi di tempo. Rassicurata, mandò un messaggio all’agenzia appena fuori dal lavoro.

Era vero: a volte al lavoro si annoiava e spesso pensava che probabilmente non sarebbe rimasta lì per sempre, ma in fondo non si trovava così male, anzi: i suoi capi erano persone oneste e si erano sempre comportati bene con lei e coi colleghi, li rispettava.

L’azienda era seria e affidabile. Poteva ritenersi fortunata.

Si era sempre lasciata trascinare dalla vita per evitare discussioni, per non far sentire chi le stava intorno in colpa o per semplice codardia. Non sapeva per quanto tempo avrebbe mantenuto quel desiderio di migliorare la sua vita e di vivere i suoi sogni e la risoluzione di cui aveva bisogno per cambiare in concreto la sua vita. 

Non le importava. Le bastava iniziare dal primo passo: partire per il primo dei tanti viaggi della sua vita. 

Mentre cercava le chiavi dell’auto sentì una voce alle sue spalle. “Ho sentito che cerchi una coinquilina!” 

“Oh, ciao Ambra, mi hai spaventato!” L’aveva sempre considerata una ragazza simpatica, ma non le aveva mai davvero parlato di qualcosa che non fosse relativo al lavoro. “Cerchi casa?”

“Sì, ormai è da un po’ che penso di andare via dall’appartamento dei miei, solo che continuo a rinviare perché non trovo niente di interessante. Se ti va possiamo parlarne, conoscerci meglio.”

Celeste annuì. “Sì, magari facciamo un giro in centro uno di questi giorni, così ne parliamo. Conosco un posto carino per farci un aperitivo!”

Un passo alla volta avrebbe realizzato tutti i suoi sogni, il primo l’aveva fatto, gli altri erano dietro l’angolo.


 
 


FINALE 2 - Seguire il cuore -

Quel pomeriggio uscì dall’ufficio prima del solito. Il direttore aveva mandato tutti a casa per una questione aziendale di cui Celeste aveva scelto di non informarsi, visto che non era necessario. Era il giorno giusto per uscire presto, pensò sbadigliando: si sentiva stanchissima, ma nonostante questo non aveva alcun desiderio di andare a casa perché sapeva che avrebbe finito con l’andare a dormire quasi subito e avrebbe buttato tutto il pomeriggio. Osservò il sole alto nel cielo di marzo e pensò che non avesse senso lasciarsi scappare l’opportunità di passeggiare per il centro in quella splendida giornata quasi tiepida di fine inverno.

Aprì la porta dell’automobile e rimase per un istante a chiedersi se chiamare o no la sua amica Silvia, ma pensò che non fosse il caso vista l’amicizia che condivideva con il suo ex fidanzato. Quel pomeriggio si sentiva stanca e priva di filtri, non voleva rischiare di dire qualcosa di cui poi si sarebbe pentita.

“Celeste, sei ancora qui?” Immersa nei suoi pensieri com’era, la ragazza non sentì arrivare la collega alle sue spalle. Si spaventò d’istinto e lasciò cadere le chiavi sull’asfalto tra il marciapiede e l’auto.

“Scusa, non pensavo di spaventarti!” Rise Ambra, la sua collega del reparto commerciale, per poi chinarsi a raccogliere il mazzo di chiavi.

Celeste si chinò insieme a lei, imbarazzata. “Grazie, non serviva! Tanto le chiavi non si rompono.” 

“Oh, figurati, pensavo stessi aspettando qualcuno, eri lì ferma, in piedi.”

“No, mi stavo solo chiedendo dove andare oggi pomeriggio visto che è una bella giornata.”

Ambra annuì, sorridente “Hai ragione! Perché non vai al nuovo negozio di vestiti che hanno aperto in centro in via Pascoli? Ho visto il volantino e mi sembra il tuo stile!” 

A Celeste scappò una risata. “Il mio stile? Quindi noioso? Scuro e cupo, sempre tutto uguale?” 

La collega fece un passo indietro, il volto arrossito per il disagio. “Io… intendevo che è elegante…”

“No, scusa,” La ragazza agitò le braccia per scusarsi. “Hai ragione, sono io che mi vesto così per… per lavoro. Però mi piacerebbe provare qualcosa di diverso, magari più colorato, mi piace come ti vesti tu, magari puoi… aiutarmi? Se ti va.”

Ambra aveva più o meno la stessa età di Celeste, ma aveva uno stile completamente diverso anche sul lavoro: si poteva considerare piuttosto elegante, ma abbastanza giovanile. Spesso indossava abiti sobri, con una punta di colore che li rendeva interessanti. Era in grado di far trasparire la sua personalità anche da come si vestiva, almeno questo era il pensiero di Celeste, che in effetti non la conosceva bene come avrebbe voluto. Forse perché lei ha una personalità, per questo ti sembra che ce l’abbiano i suoi vestiti, sciocca che non sei altro,  si disse la ragazza, sospirando.

“Io ti ringrazio. Io non faccio niente di speciale, non ho neanche un negozio preferito a dire la verità e non ho mai dato consigli, anzi… però se vuoi una volta possiamo andare insieme a fare shopping, non siamo mai andate da nessuna parte insieme fuori dal lavoro.”

Era vero: Celeste non era mai andata da nessuna parte con gli altri dipendenti dell’ufficio. Al mattino lei entrava nel suo cubicolo, un luogo chiuso nel quale aveva a che fare solo con se stessa e sentiva i suoi colleghi solo via email, era raro che si vedessero di persona perché Celeste preferiva stare rintanata lì anziché uscire, dove il rumore di fondo di chiacchiere e risate le impediva di concentrarsi e di fare il suo dovere.

Forse le sue abilità sociali erano regredite al punto che si poteva considerare davvero un caso disperato. Non sarebbe rimasta ad aspettare ancora, però. “Perché non andiamo oggi?” Chiese, pentendosi immediatamente della sua proposta.

Ambra restò per un istante a bocca aperta, poi osservò l’orologio e Celeste si domandò se stesse trovando un modo per declinare con gentilezza. “Oggi? Adesso? …Si può fare, certo! Però ho un piccolo problema.” La collega arricciò il naso. “Oggi non ho la macchina, dovevo prendere l’autobus, quindi… io sono felice dell’invito, ma mi dovrai portare a casa.”

La ragazza si sentiva al settimo cielo. Era da tanto che si chiedeva se non fosse ora di fare nuove conoscenze, ma nell’ultimo periodo si era resa conto di essere più ombrosa del solito e di trovare più fatica nelle relazioni sociali. “Oh, questo non è un problema,” indicò la sua automobile. “Ho la mia fidata Fiat Punto di quasi nove anni che ci porterà ovunque! Basta che non sia troppo lontano.”

Le due ragazze salirono in macchina e Celeste si rese conto che nonostante si conoscessero da ormai tre anni, non erano mai state insieme da sole come in quel momento. La ragazza si sentiva tesa, soprattutto perché si era resa conto di non conoscere la collega.

“Celeste, dove vuoi andare?” 

Il sorriso di Ambra la aiutò a ricordare che in fondo non stavano facendo niente di strano, forse la troppa solitudine l’aveva resa paranoica. Mise in moto e si voltò a guardare la nuova potenziale amica. “Boh, non so. A me basta stare fuori, è una bella giornata.”

“Allora facciamo un giro in centro, un po’ di shopping e se vuoi anche un aperitivo, io sono liberissima oggi! Dipende da quando ti vorrai liberare di me. Ora che sono in macchina, ti tocca sopportarmi un po’!”

“Centro sia!” Esclamò Celeste alzando un braccio in un segno di vittoria. 


Faticò un po’ a trovare parcheggio, seguì il consiglio di Ambra e si infilò in una via laterale, dove trovarono un posto di fronte al cancello di quella che pareva una casa abbandonata. “Qui di fianco c’è uno dei localini che preferisco per fare gli aperitivi, è un posto un po’ piccolo, ma sono sicura che ti piacerà, se vuoi poi ci fermiamo lì così ti offro qualcosa per ripagarti del passaggio. Ti dico la verità: avevo proprio voglia di fare un giro!” Propose Ambra.


Le due ragazze passeggiarono fino a raggiungere la via principale del centro, dove entrarono in un negozio di articoli di cancelleria, stupendosi di avere in comune l’interesse per i pastelli colorati, con i quali entrambe amavano fare disegni e colorarli. A dire la verità Celeste mentì quando le disse di averli utilizzati parecchio, ne aveva comprata una scatola insieme a un blocco da disegno quando era andata a vivere con Stefano, ma le aveva usate una volta sola e poi messe da parte. Si era quasi dimenticata che esistessero, ma aveva tutte le intenzioni di mettere in pratica le proprie parole e di tirarle fuori dallo sgabuzzino quella sera stessa.

Ambra accompagnò la nuova amica anche in un negozio di accessori piccolo e ben fornito, che la ragazza non conosceva. Decise di comprare una borsa arancione con dei fiori in stoffa applicati. Qualcosa di appariscente che le sarebbe sempre piaciuto avere, ma che non aveva mai avuto il coraggio di acquistare.


In seguito si fermarono in uno dei piccoli locali del centro a bere un aperitivo, scaldate dai grossi funghi posizionati di fianco ai tavoli. 

Sedute all’aperto, Celeste si sentì libera di essere onesta. Le confessò della sua recente rottura sentimentale e di come si fosse resa conto di essere stata spinta ad andare avanti per inerzia in quegli ultimi anni. Le raccontò dei suoi sogni, dei viaggi mai realizzati e della sua difficoltà nel ricominciare a vivere, ora che era da sola.

“Mi dispiace per Stefano,” le disse allora la Collega. “Ma sono felice che ora tu abbia iniziato a pensare un po’ di più a te stessa.” 

A Celeste sembrava quasi impossibile avere trovato qualcuno che la facesse sentire così a suo agio. Una persona che aveva a pochi metri di distanza ogni giorno, tra l’altro.

Ambra le raccontò della sua vita a casa con i suoi e di come non ne potesse più di vivere con loro e restasse per necessità e comodità, ma anche di come ricordava con nostalgia il periodo che aveva passato da fuori sede all’università, conclusosi solo pochi mesi prima. Celeste non si era neanche resa conto che lavorasse insieme a lei da meno di un anno.


“Quindi il tuo più grande sogno quale sarebbe?” chiese Ambra. 

“Viaggiare,” Confessò Celeste.

“Allora viaggia. C’è un’agenzia qui vicino, anzi, ce ne sono tante. Puoi anche organizzarti con internet, però dovresti farlo, se puoi permettertelo.”

La ragazza annuì. “E il tuo sogno più grande, qual è?"

Ambra sorrise. “Non è che hai una stanza? Così tengo pulito mentre viaggi.”



Il pomeriggio si era rivelato migliore di quanto Celeste avrebbe mai potuto sperare. Sentiva di avere trovato un’amica con la quale presto avrebbe formato un legame forte e profondo, molto più di quanto avrebbe mai sperato di ottenere con una collega.

“Grazie di cuore per essere stata con me oggi.”

“Sono contenta, era da tanto che speravo di conoscerti un po’ meglio, pensavo di starti un po’ antipatica.” Rise.

“Ma no!” Celeste sentiva che ormai il gelo iniziale si era completamente sciolto. “L’antipatica sono io, o meglio, non ho mai fatto niente per non esserlo.” 

Le due continuarono a parlare mentre si avvicinavano all’automobile, sotto la luce del lampione. In quel momento lo videro: un gatto nero con una macchia bianca sul muso li stava fissando seduto sul muretto di fronte alla casa abbandonata. 

“Lo vedi anche tu?” Chiese Ambra, rallentando cauta. 

“Sì, non sta andando via.” Era strano: i gatti in genere scappano, pensò.

Celeste si avvicinò lenta e gli porse la mano. Il gatto la annusò e si strusciò piano.”

“Penso sia di qualcuno, altrimenti sarebbe fuggito.” Osservò Ambra, “Spero non si sia perso.”

“Oh, no! Non dire così, non ti porto più a casa, sai, resto qui con lui fino a quando qualcuno non se lo prende.”

Il gatto non pareva preoccupato per la presenza delle due ragazze. “Sembra piuttosto magro,” constatò Celeste. “Che peccato non avere niente da dargli da mangiare.”

Ambra fece qualche passo verso la casa e poi tornò indietro. Celeste la osservò mentre premeva i campanelli del condominio lì di fianco. 

“Buonasera, per caso sapete di chi è il gatto bianco e nero che c’è qui sotto?” La sentì chiedere, ma non riuscì a recepire la risposta.

La sua amica tornò camminando lenta. “Una signora mi ha risposto, ha detto che è lei che gli dà da mangiare perché è il gatto del signore che viveva qui che però adesso è morto. In pratica l’hanno abbandonato… Comunque adesso sta scendendo.”

Un paio di minuti dopo, una signora sulla cinquantina scese in ciabatte con una confezione di croccantini per gatti in mano. Appena la vide, il gatto miagolò e alzò la coda, per poi avvicinarsi a lei e strusciarsi sulle sue gambe.

“Abitava lì, da Luigi Visantini” disse la signora indicando la casa alle loro spalle. “I figli l’hanno portato in casa di riposo e poi non lo so se è morto, ma il gatto è questo, è rimasto qui. Quando li ho visti la settimana scorsa ho detto che io non lo posso tenere in casa. Pensate che mi hanno detto anche grazie che gli do da mangiare. Ma io non so se è possibile… Comunque per me non è un peso, ma il piccoletto qui viveva in casa, vorrebbe stare al comodo, se lo vuoi puoi prenderlo.” 

Ambra si voltò a guardare Celeste con un sorriso aperto sul volto. “Cosa dici? Lo prendi?”

La ragazza osservò il gatto che mangiava con gusto leccandosi i baffi di tanto in tanto. “Ha un nome?”

“Lo chiamava Felice, come il gatto della scatola delle pappe.”

“E se lo cercasse qualcuno?”

La signora scosse la testa. “Sono passati due mesi, e anche freddi. Nessuno lo ha cercato.”

Celeste si inginocchiò e avvicinò una mano a Felice. “Allora mi sa che oggi vieni a casa con me, Felicetto!”

Ambra lanciò un gridolino soffocato per non spaventare il gatto. “Che bello! Adesso sì che andiamo a fare un po’ di shopping interessante!”

Le due ragazze misero il gattone bianco e nero in un cartone bucherellato fornito dalla signora, fecero tappa nel negozio di animali lungo la strada, dove Celeste acquistò al volo tutto ciò che aveva restituito a sua sorella quando si era ripresa Paki.

Insieme lo portarono nella sua nuova casa. 

La vita di Celeste era cambiata, si chiese se quella notte avrebbe dormito, finalmente. Di certo nel suo futuro vedeva meno solitudine: aveva il suo coinquilino e, forse, anche una nuova amica.





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Drabble
Partecipano al COWT 14
Prompt: VIAGGIO
Fandom: Persona 5



La cosa più importante - 100
Il profumo - 100
Il libro - 100
Il mentore - 100
Morgana - 100
Nuova dimensione - 100
Un abbraccio freddo - 100
Sorelle - 100










La cosa più importante

Era dall'inizio dell'anno scolastico che Ann aspettava il momento della partenza per le Hawaii: la spiaggia, il mare, la natura selvaggia, la vita da turista.

Mentre preparava la valigia, però, si rese conto che la destinazione non le importava più come prima.

La cosa che desiderava di più era condividere quell'esperienza con Ren, poter visitare un nuovo luogo insieme, vivere per una volta lontana dal caos di Tokyo e dal loro... impegno sociale.

Sorrise mentre finiva di scegliere i vestiti, gli accessori e i costumi. Forse, di fronte al mare, sarebbe riuscita a confessargli i suoi pensieri.




Il profumo

Ryuji aveva impiegato la settimana precedente alla partenza a cercare il profumo giusto da portare in viaggio.
Vista la sua sfortuna con le ragazze era giunto alla conclusione che gli mancasse qualcosa. Ann gli aveva dato l'idea quando aveva parlato di un profumo che le faceva girare la testa. Ecco come avrebbe ottenuto il suo primo successo con una donna.
Era certo di avere trovato il profumo giusto: era maturo e speziato, lo faceva sentire più adulto, più sicuro di sè.
Aprì la valigia e... ma dov'era?
"Non ci credo. Che idiota!" Esclamò. A casa, ecco dov'era.






Il libro

Ogni volta che era andata in viaggio, Makoto aveva iniziato a preparare la valigia scegliendo quali libri portare con sé. Per la prima volta, però si era trovata in difficoltà. Arrossì pensando a quanto le scarpe eleganti che aveva tra le mani sarebbero state bene con l'abito azzurro che aveva scelto per la serata libera. Si domandò se lui le avrebbe notate, se si sarebbe complimentato con lei per l'abbinamento con la borsa e il bracciale che le aveva regalato pochi giorni prima.

Non aveva poi così tanto tempo, pensò, un solo libro sarebbe stato più che sufficiente.





Il mentore


Yusuke aveva sempre seguito Madarame nei viaggi durante i quali promuoveva la sua arte. In genere passava il suo tempo da solo ad ammirare le opere esposte nelle gallerie e nei musei in cui il suo mentore veniva accolto con tappeti rossi e applausi.

Il ragazzo si chiedeva se sarebbe mai riuscito a raggiungere il livello di quell'uomo che tanto ammirava, che l'aveva preso sotto la sua ala protettiva e gli dava la possibilità di accompagnarlo.

Per lui era un onore e gli andava bene così, anche se avrebbe tanto desiderato essere considerato e ammirato insieme a lui.




Morgana

"I gatti non viaggiano in aereo." Stupido Ryuji, pensò Morgana.

Quando riprenderò la mia vera forma gli farò vedere io come sono perfettamente in grado di viaggiare.

Non sono un gatto, ma non sono neanche un umano come lui. Zittì il pensiero, non sopportava sentirsi così confuso.

Lui desiderava solo vivere quelle esperienze in compagnia di Lady Ann, starle vicino di fronte all'oceano e proteggerla anche dall'altra parte del globo terrestre.

Non gli importava il viaggio in sé.

"Taci, Ryuji!" Ann gli accarezzò la testa, "La prossima volta andiamo più vicino, così vieni con noi. Non ti arrabbiare."




Nuova dimensione

La stanza era buia, Futaba accese una torcia ed entrò. Al suo interno uno scrigno richiedeva il codice di apertura. La ragazza lo digitò con sicurezza e in pochi istanti si ritrovò catapultata in una nuova stanza: aveva trovato un portale grazie al quale aveva viaggiato in un mondo nuovo.

Si guardò intorno, non aveva mai visto niente del genere, era al settimo cielo. Utilizzò le shortcut da tastiera per salvare, ma non sembravano funzionare.

Sentì un brivido scenderle lungo la schiena mentre leggeva le parole scritte in basso a sinistra sullo schermo: connection error, the game will now close.





Un abbraccio freddo

Viaggiare in prima classe la faceva sentire diversa. Quando arrivava in aereo accompagnata da personale dedicato attirava sempre l'attenzione su di sé e a lei questo non piaceva. Aveva chiesto a suo padre di permetterle di sedere insieme ai suoi compagni di classe in occasione del viaggio alle Hawaii e quando lui l'aveva accontentata la ragazza gli era saltata al collo, in un abbraccio affettuoso, proprio come faceva da bambina.
Lui l'aveva allontanata con un'espressione fredda. "Non mi sembra qualcosa di cui andare fieri."
Haru si era sentita sola, come sempre. Non riconosceva più suo padre.


Sorelle

Kasumi e Sumire erano arrivate stremate all'hotel riservato alle concorrenti.

Il viaggio delle due sorelle era stato costellato di ritardi e imprevisti, ma appena avevano chiuso la porta e si erano rifugiate nella loro stanza si erano subito sentite meglio. Avevano richiesto una cena in camera e si erano addormentate vicine, rinfrancate l'una dalla presenza dell'altra.

Kasumi come sempre aveva dato una grande dimostrazione di carattere e di competenza tecnica. Esibirsi dopo di lei la metteva sempre un po' a disagio. Ma ogni volta bastava il suo sorriso a incoraggiarla: "Vai e fai il tuo meglio, Sumi!"


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Fandom: Metaphor- Refantazio
Prompt: Viaggio
Personaggi: vari

Gallica - 100
Will - 100

Gallica

Da quando erano saliti sul carro, Gallica si sentiva nervosa. Ogni volta che guardava Will aveva l'impressione di essersi dimenticata qualcosa di molto importante, vitale per la missione, se solo fosse riuscita a ricordarsi cosa. 

"è la prima volta che fai un viaggio?" Gli chiese, anche se sapeva già la risposta.

Lui annuì. "Non sono mai uscito dal villaggio prima."

"Giusto, sei stato sempre col principe." 

Will e il principe sono una cosa sola. 

Ma che sciocchezza! Forse stava invecchiando, si disse, più probabilmente era solo stanca.

Però gli assomigliava. WIll e il principe come erano due gocce d'acqua.



Will

Le spine gli premettero contro la gola e il Principe ansimò, prendendo fiato a fatica.

Nell'ultimo periodo anche pochi passi lo stancavano, tutto ciò che poteva fare era leggere il suo libro e dormire.

In sogno egli si vedeva come un giovane dai capelli blu con occhi eterocromi e due gambe agili che gli permettevano di correre. 

L'altro se stesso era partito per un viaggio per salvare il povero Principe che, debole e indifeso, non aveva possibilità di sopravvivere.

Si rese conto di non riuscire a svegliarsi. Poco male: quell'avventura era più interessante della sua triste vita.



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