Mar. 29th, 2025

quistisf: (Default)
 

Fandom: Persona 3
Personaggi: Fuuka Yamagishi,
Natsuki Moriyama
Genere: introspettivo, avventura
Prompt: labirinto
Partecipa al COWT14
Wordcount: 4820


Soltanto uno scherzo


Un altro vicolo cieco
. La ragazza sbuffò e iniziò a percorrere la strada a ritroso, sperando di capitare di fronte alla via d’uscita. Non era certa di quanta strada avesse percorso vagando avanti e indietro lungo i corridoi, sapeva solo che non aveva più intenzione di salire, visto che ogni volta che era arrivata in cima a una rampa di scale, essa era svanita nel nulla intrappolandola in un nuovo piano più pericoloso di quello precedente. Quello era un luogo impossibile, malvagio e insidioso.

Chiedersi di nuovo come fosse arrivata lì dentro non l'avrebbe aiutata a trovare prima l'uscita, poteva solo continuare a cercare, anche perché se non fosse uscita di lì in fretta, sarebbe di certo impazzita.

Fuuka osservò le pareti scure, spettrali a causa della luce viola. Esse si muovevano costantemente, come se il luogo respirasse e vivesse. Le pareti si arcuavano e si modificavano a intervalli di tempo regolari. Nascondevano ombre che si muovevano lungo le superfici, in uno strato appena sotto la parte visibile, la pelle, in alcuni punti scrostata proprio come se qualcosa si fosse liberato dall’interno, creando una ferita.

La ragazza avvicinò di nuovo una mano alla parete, era più calda dell’aria intorno a lei, il Tartarus è vivo. Si sentì ancora più terrorizzata, ma si sforzò nel non lasciarsi andare alla disperazione in modo rumoroso. Non aveva intenzione di attirare a sé le creature che, come vermi, si muovevano silenziose nei punti più bui attorno a lei.

Doveva trovare una via d'uscita o sarebbe impazzita in quel labirinto.

Un essere strisciante le passò di fronte, Fuuka si portò una mano alla bocca per tentare di non urlare, ma sentiva il rumore del cuore martellare nel suo petto più forte di un tamburo, più veloce che dopo una lunga corsa.

E pensare che solo il giorno prima era a casa a sorseggiare un tè caldo e a lamentarsi del mal di testa.

Non solo di quello. Era da un pezzo ormai che Fuuka Yamagishi non si sentiva più felice, da quando i suoi problemi di salute l'avevano resa invisibile agli occhi di quelli che lei considerava, un tempo, i suoi amici.


Era cominciato tutto con una banale influenza che l'aveva costretta a letto per una decina di giorni. I suoi genitori erano entrambi medici e non avevano preso sottogamba i suoi sintomi, costringendola a restare a casa per curarsi.

Fuuka si sentiva in colpa poiché continuava a perdere giorni di scuola, sentiva i suoi genitori parlare fuori dalla sua stanza di quanto fossero preoccupati che non sarebbe mai riuscita a diventare anche lei un medico se non si fosse impegnata di più.

Il senso di colpa l'aveva portata a fingere di sentirsi meglio. Non voleva deluderli, era necessario che si impegnasse negli studi più che poteva. Quindi era tornata a scuola, ma si sentiva debole e a breve fu costretta ad ammettere di non sentirsi ancora bene.

Sua madre aveva iniziato a sottoporla a una montagna di esami per escludere ogni tipo di patologia conosciuta, dalle più comuni a quelle rare. Tutto risultò negativo.

Stare a casa con i suoi genitori significava passare il tempo sotto i loro occhi giudicanti, ad ascoltare parole fredde. "Spero che tu riesca a migliorare almeno un po', così non basta."

"Davvero hai studiato? Quanto tempo ci hai messo a scrivere questa relazione?"

Fuuka si impegnava il più possibile, ma pareva che non fosse mai abbastanza. Anche quando si sentiva soddisfatta del suo lavoro, loro reagivano come se quello fosse il minimo indispensabile.

Non era facile, ma la vita a scuola era diventata persino più difficile. Le domande invadenti dei suoi compagni di classe la mettevano a disagio. "Perché stai sempre male?" oppure "Cos'hai? Sei malata?", fino all'osservazione che le dava più fastidio: "Stai saltando scuola perché i tuoi sono amici dei dottori? Certo che sei fortunata." Se all'inizio Fuuka aveva provato a rispondere con leggerezza e serenità, col passare dei giorni aveva cominciato a evitare i compagni e i loro commenti carichi di risentimento e di invidia. "Pensi davvero che sia felice di passare così tanto tempo a casa?"

"Credi che restare bloccata a letto ed essere costretta comunque a non restare indietro con lo studio sia divertente?"

Aveva iniziato a fingere dolori solo per evitare la scuola. Lo faceva di rado, solo quando sapeva di non avere lezioni importanti o impegnative. Appena i suoi lasciavano l'appartamento per andare al lavoro lei iniziava a studiare seduta in salotto, odorando il profumo dei fiori freschi che in casa sua non mancavano mai, nella pace silenziosa della solitudine.


Natsuki Moriyama era una bulletta da quattro soldi. Fuuka era giunta a questa conclusione la prima volta che avevano parlato insieme, all'inizio del primo anno alla Gekkoukan.

Da allora aveva sempre cercato di ignorare sia lei che le sue due amichette, le chiamava le ombre, perché dove andava la prima, arrivavano subito le altre due.

Si erano ignorate in modo reciproco fino a quando Fuuka non aveva iniziato ad avere problemi di salute, da allora avevano iniziato a prenderla di mira, all'inizio con le domande sulle sue assenze. "Cosa fai fuori casa? Prendi forse lezioni private?" Poi con battutine che nascondevano un velato disprezzo. "I tuoi guadagnano bene, vero? Pensavo di sì. Quella maglietta è dell'anno scorso, giusto?"

Ignorarle non era poi così difficile, in genere rispondeva con un sorriso, senza dare modo alle tre di continuare a pungolarla.

Forse per loro non era così stimolante renderla lo zimbello della classe perché nessuno prestava attenzione a lei. Fuuka si sentiva invisibile agli occhi dell'intera scuola. Tutti quelli che lei considerava amici l'avevano abbandonata: non la invitavano più a uscire insieme a loro, neppure quelli del club artistico. La salutavano a stento e non le chiedevano neppure più informazioni riguardanti lo studio. A volte lei provava a inserirsi nei loro discorsi, ma trovava muri fatti di silenzio e di imbarazzo. Era come se il periodo durante il quale lei era stata male avesse alzato una barriera invisibile tra lei e i suoi amici. Fuuka aveva deciso di non avere la forza di provare a ricostruire la sua vita sociale, scegliendo di apprezzare invece il valore della solitudine.

Per questo, forse, Natsuki l'aveva avvicinata di nuovo e non aveva accettato la sua indifferenza.


La prima volta che si erano finte sue amiche, erano arrivate tutte insieme. Natsuki si era seduta di fronte a lei e le sue amichette si erano posizionate intorno al suo banco, La bulletta al centro e le altre due ai lati, come ombre, in una maniera che a Fuuka era sembrata quasi intimidatoria.

"Cosa fai di bello oggi pomeriggio?"

Presa in contropiede di fronte alla domanda inaspettata, Fuuka aveva risposto: "Niente di importante, devo solo studiare..." Se n'era pentita subito, appena aveva visto lo sguardo di vittoria sul volto di Moriyama.

"Allora vieni con noi? Facciamo shopping." Non le era servita una risposta. Le aveva stretto il polso un po' troppo forte e l'aveva strattonata fuori dall'aula e giù dalle scale senza neppure darle la possibilità di opporsi.

Fuuka si era lasciata trasportare dalle tre ragazze, le aveva seguite ed era salita sul treno con loro. Aveva riso quando Natsuki aveva iniziato a cantare a tutto volume le canzoni famose delle Idol, mimando un balletto sul treno insieme alle sue due amiche. Una volta scese, Moriyama l'aveva di nuovo strattonata per correre giù dalle scale, sotto lo sguardo un po' innervosito del controllore dei biglietti alla stazione. Erano state al centro commerciale di Paulownia, dove Fuuka aveva offerto loro dei frullati di frutta fresca che avevano bevuto insieme "In cambio della loro compagnia" e le aveva accompagnate a provare abiti alla moda e rossetti di colori sgargianti che lei non avrebbe avuto il coraggio di indossare nemmeno nella solitudine della sua stanza.

Tutto sommato non era stato un pomeriggio terribile come se l’era immaginato. Era da tempo che non intratteneva una conversazione libera con qualcuno della sua età e la sensazione le aveva risvegliato il desiderio di avere una vita sociale.

Era vero, le ragazze avevano dei modi un po' sgarbati e spesso Fuuka aveva avuto l'impressione che la stessero prendendo in giro, ma erano anche state gentili con lei, soprattutto quando una di loro aveva insistito perché lei provasse un abito rosso fuoco elegante, ma troppo vistoso per i suoi gusti e lei si era rifiutata. Natsuki le aveva sorriso e con una voce dolce e protettiva l'aveva confortata. "Non ti devi preoccupare, puoi indossare quello che preferisci. Questo lo provo io allora."

Più le ore passavano, più Fuuka si sentiva convinta che le ragazze forse non erano davvero delle bulle, ma semplicemente delle giovani esuberanti che davano un po' troppa importanza all'apparenza. Forse le aveva giudicate male, perché in fin dei conti nell'ultimo periodo lei era stata quasi sempre sola e un po' di compagnia l'aveva fatta sentire molto meglio. Aveva riso, cantato, corso lungo le vie della città e fin dentro casa. Per la prima volta da molto tempo si era sentita mancare il fiato per sua scelta e non per un malessere fisico.

Le due ragazze il giorno seguente l'avevano chiamata di nuovo per chiederle di uscire insieme a loro e Fuuka aveva tentato di rifiutare l'invito. Aveva deciso di tornare a frequentare il club artistico e l'aveva spiegato a Natsuki, che aveva accolto l'informazione con poco interesse. "Allora usciamo domani."

Oltre allo studio, Fuuka aveva davvero poco. Non era esperta di moda, non conosceva i marchi famosi, né tantomeno si interessava al tipo di musica che ascoltavano le ragazze della sua età, eppure quelle tre avevano continuato a invitarla. 

“Cosa volete da me?” Aveva chiesto il giorno prima.

Natsuki si era voltata, sorpresa per la domanda. L’aveva guardata come se la vedesse per la prima volta, uno sguardo di consapevolezza sopra le guance abbronzate e coperte di blush.

“Niente.” Aveva risposto. "Solo diventare amiche."


Era uscita di nuovo con loro, convinta che sarebbe stata un'esperienza leggera e divertente, ma si sbagliava. Natsuki l'aveva messa in imbarazzo per la prima volta sul treno. "Smettila di guardare quel ragazzo, Yamagishi. Non vedi che è troppo grande per te?" Aveva usato un tono di voce alto per fare in modo che un ragazzo di circa venticinque anni in piedi al suo fianco, intento a leggere un libro, si sentisse chiamato in causa e tutto il vagone la guardasse. La ragazza era arrossita e aveva passato il resto del viaggio con lo sguardo basso, pensando che non avrebbe pianto, perché non ne valeva la pena, era solo una battuta.

"Oh, scusa, era solo uno scherzo!" Le aveva detto Natsuki con aria innocente appena erano arrivate in stazione. Fuuka si era resa conto di avere sbagliato, ma sentiva di non avere modo di sottrarsi alla compagnia delle tre per quel pomeriggio. Si chiese se da allora in poi non avrebbe fatto meglio a restare direttamente a casa anziché recarsi a scuola. Forse avrebbe chiesto ai suoi genitori di poter fare gli esami in modalità privata, impegnandosi a studiare tutto il tempo, uscendo di casa solo per necessità. Ma non poteva rinunciare a tutto solo per una sciocchezza come quella. Desiderò diventare invisibile e non essere più costretta a vivere in quella società, era così stanca...

"Non te la sarai mica presa davvero?" Le aveva chiesto una delle due amichette. "Natsuki è così, le piace scherzare!" aveva minimizzato.

Fuuka era rimasta con loro e Natsuki aveva usato ogni pretesto per far sì che sia le sue amiche che i passanti ridessero di lei. Prima per la gonna sgualcita, poi per la bocca sporca, in seguito per l'espressione troppo seria. Si chiese se avrebbe mai avuto una via di uscita da quella situazione. Poteva andarsene, ma il giorno seguente sarebbe riuscita a dire loro di no? Non ne era sicura. Si chiese quali opzioni avesse e valutò che l'unica speranza che aveva era convincere le bulle che lei non era così facile da manipolare e da sottomettere. Dovette fare appello a tutto il suo sangue freddo e al suo desiderio di rivalsa per riuscire nell'intento.

Natsuki si era messa in coda per i Takoyaki. "Fuuka, questi li paghi tu, per la nostra compagnia."

"Sei tu che dovresti pagare me per averti sopportata fino ad ora." Le disse, seria. "Ah ah, sto scherzando, che divertente, vero?" Il silenzio che seguì fu la prova che Natsuki non si aspettava una risposta di questo tipo da lei.

"Credo che tornerò a casa, ora. Buon pomeriggio." Fuuka si era allontanata camminando in modo controllato, morendo dalla voglia di voltarsi a assicurarsi che le tre non la stessero seguendo. Cercò di inquadrarle sui riflessi delle vetrine, ma non cedette a voltarsi.

Solo quando salì sul treno si lasciò infine andare a un sospiro: ne era uscita, per ora. Sperava davvero che sarebbe bastato.

Quella notte fece uno strano sogno: lungo le strade illuminate dalla luna, non c'erano più persone, tutti si erano tramutati in bare, solo lei vagava senza meta in forma umana, come una salvatrice in grado di spezzare l’incantesimo che aveva imprigionato gli altri esseri umani.


Il giorno dopo Fuuka si alzò di buonumore, felice al pensiero della chiusura della scuola dei giorni seguenti in vista delle feste che le avrebbero permesso di rimettersi in pari con gli studi in tutta calma. Arrivata alla Gekkoukan aveva trovato Natsuki da sola ad attenderla al suo ingresso. Era di fianco al cancello della scuola. "Buongiorno Yamagishi." le aveva rivolto il saluto accennando un inchino, sul volto un'aria colpevole. "Mi dispiace davvero per ieri, non era nostra intenzione comportarci in modo così maleducato, ma a volte ci lasciamo un po' trasportare. Ti vogliamo chiedere scusa."

Fuuka era rimasta spiazzata da quel comportamento che avrebbe definito maturo e responsabile. Era rimasta a bocca aperta, chiedendosi quanto fosse sincero. "Non importa." Le rispose cercando di fingersi indifferente.

Moriyama si era congedata e Fuuka aveva passato le ore seguenti a seguire le lezioni del giorno, senza pensare più di tanto all'accaduto.

Stava per uscire dall'aula, quando una delle due amiche di Moriyama si era quasi scontrata con lei. "Natsuki mi ha chiesto di invitarti in palestra. Dice che è per chiarire e ci tiene molto. Visto che stai uscendo, se vuoi puoi andare lì direttamente, noi ti raggiungiamo subito."

Fuuka non era certa di volerle ascoltare, aveva camminato lenta, quasi certa che le tre avrebbero di nuovo tentato di farla sentire in colpa, oppure l'avrebbero umiliata con un nuovo scherzo crudele. La speranza però ebbe la meglio e la ragazza decise di assecondare la loro richiesta, in fin dei conti cosa avrebbero potuto farle a scuola? Era pieno di persone che avrebbero potuto sentirla, se non in palestra di certo appena fuori, non erano mica delle criminali, solo delle bullette innocue che lei desiderava tanto considerare delle amiche.


Entrò nel grande stanzone e si mise seduta su uno dei gradoni di fronte alla rete. Erano rivestiti in linoleum e coperti di piccoli elementi in gommapiuma che li rendevano un ottimo posto per leggere e rilassarsi. Fuuka aprì il suo libro e iniziò a leggere. Concentrata nella lettura, non si rese conto di quanto tempo fosse passato, forse una ventina di minuti. Fuuka sbuffò e si alzò, chiuse il libro e lo ripose nel suo zaino per poi alzarsi in piedi e dirigersi verso l'uscita. "Chiedermi di venire qui per poi non presentarsi neppure, che bello scherzo del cavolo." Si lamentò, sapendo che nessuno poteva sentirla. Quando abbassò la maniglia della porta, però, essa non si mosse. Un brivido freddo le corse lungo la schiena: era rimasta chiusa dentro. Bussò forte sulla porta. “C’è qualcuno? Sono rimasta chiusa qui! Apritemi per favore!” Ma dall’esterno ricevette in risposta solo silenzio.

Prima che il panico si impossessasse di lei, Fuuka tentò di ragionare.

Punto primo: era in una scuola, c'era di sicuro un modo per uscire, per esempio una uscita di sicurezza.

Punto secondo: era possibile che ci fosse un dispositivo per chiamare l'esterno.

Punto terzo: quella non era l'unica porta presente nell'edificio.

Respirò profondamente e promise a se stessa che non avrebbe mai più ignorato il suo sesto senso. "Certo, diamo a tutti il beneficio del dubbio, vedi poi come va a finire!" Questa volta a voce più sostenuta.

Provò la seconda porta, ma anche quella era chiusa. L'uscita di emergenza che dava sul campo sportivo invece era stata bloccata dall'esterno con un cacciavite. "Le hanno davvero pensate tutte..." Martellò coi pugni sulle porte sperando che qualcuno la sentisse, ma non c’era anima viva lì intorno. La speranza aveva iniziato ad abbandonarla, ma non tutto era ancora perduto. Raggiunse il citofono e cercò il codice per chiamare l'ingresso della scuola, ma con orrore si rese conto che anche quello era stato staccato. Era persino peggio: non c'era corrente in palestra. Presto sarebbe calata la sera e lei non aveva modo di uscire.

Si sedette di fianco al citofono e si lasciò andare alla disperazione. Pianse di rabbia e di frustrazione. Pianse contro Natsuki, che l'aveva messa in quella condizione, ma anche contro se stessa, perché era stata una stupida ad averle creduto, si era messa in pericolo con le sue stesse azioni sconsiderate. Pianse perché sapeva che i suoi genitori non l'avrebbero cercata. Quel fine settimana sarebbero stati fuori città per una conferenza e in genere non la chiamavano, quindi era possibile che non si sarebbero accorti della sua assenza fino al lunedì successivo, quando si sarebbero resi conto che non era tornata a scuola.

Non aveva con sé un orologio, né aveva idea di che ora fosse quando finalmente riuscì a trovare la forza di guardarsi di nuovo attorno e di valutare le sue opzioni.

"Ridimensiona, Fuuka," si disse, sentendosi meglio nel riuscire a verbalizzare i suoi pensieri a voce alta: "Sei nella palestra della scuola. È vero che sei bloccata qui, ma hai tutto quello che ti serve per sopravvivere fino a lunedì: hai un bagno, puoi perfino farti una doccia, hai coperte, perfino medicinali, in più nei cassetti dell'infermeria ci sono le barrette energetiche che ha messo qui Nishiwaki per il team di atletica. Hai un buon libro da leggere, cibo da mangiare e acqua da bere. Puoi stare tranquilla: sei in completo controllo della situazione."

Non ci credeva, come era ovvio, ma era altrettanto ovvio che le sue considerazioni fossero sensate: non correva rischi immediati e non avrebbe avuto problemi a stare lì dentro in solitudine fino a quando qualcuno non fosse venuto a prenderla. Era anche possibile che una guardia passasse a controllare l'edificio scolastico nel corso della notte e la trovasse lì. In quel caso il problema più grande sarebbe stato spiegare al vigilante cosa ci facesse lì e sperare che le credesse. Era tutto così assurdo…

Doveva credere nella buona sorte e sperare, di sicuro chiusa lì dentro era più sicura che in giro per le strade della città.

Cenò con un paio di barrette e cercò un luogo dal quale poter avere una buona visuale sulla palestra in cui riposarsi per la notte. Trascinò uno dei materassi in gommapiuma, in genere utilizzati per il salto in alto, vicino alla porta di emergenza e si stese lì, dove la luce del sole stava lasciando il posto alla semioscurità della notte di luna quasi piena.

Fuuka pensava che non sarebbe riuscita a dormire, invece dopo qualche ora cedette al sonno.

Fu al suo risveglio che iniziò a vivere l'inferno.

All’improvviso udì un fischio forte e gracchiante. Si sentì risucchiare nelle pareti della palestra, il suo corpo si sollevò e Fuuka si aggrappò d'istinto al pesante materasso e alla coperta che aveva preso dall'infermeria. Cosa stava accadendo? Era forse un sogno?

Intorno a lei la palestra si stava trasformando: le pareti alte e bianche si stavano restringendo, il colore sempre più vicino a quello del sangue. Sentiva un lamento intorno a lei, come un pianto cantilenante che sembrava provenire dall'interno delle pareti, dalle quali stavano iniziando a uscire escrescenze che ben presto assunsero le sembianze di nasi, occhi, bocche e interi volti umani. Il vortice di energia prese forza e la ragazza lasciò andare il materasso.


L'anno prima Fuuka si era recata a un parco dei divertimenti insieme ai suoi amici, insieme avevano deciso di fare un giro sull'ottovolante. Ricordava la sensazione di paura mentre osservava dritto di fronte a lei e il senso di nausea e impotenza mentre il suo vagone si muoveva veloce lungo i binari, la sua testa che sbatteva contro la protezione imbottita, la sensazione di sentirsi spinta in ogni direzione, di non avere controllo sulle proprie sensazioni, mescolate nel vortice di adrenalina. Era scesa con addosso un senso di libertà che non riusciva a definire, aveva lo stomaco sottosopra, ma era felice per avere affrontato le sue paure e per avere vissuto quell'esperienza, nonostante tutto aveva promesso a se stessa che non l'avrebbe mai più ripetuta.


In quel momento si sentiva come allora, ma ogni sensazione negativa era amplificata all'impossibile. Aveva sbattuto contro il pavimento con forza, come se qualcosa l'avesse lanciata a terra. Le braccia e le ginocchia le dolevano, tentò di muoversi e a un primo esame pensò di non avere ossa rotte. Si mise seduta e osservò il luogo in cui si trovava, pensò che fosse una sorta di casa degli orrori. Una luce viola fioca illuminava le pareti, ricoperte da volti mostruosi, per il resto pareva di essere all'interno del corpo di una creatura gigante: escrescenze simili a tendini si snodavano attraverso le pareti, a tratti occupando anche il pavimento. Non c'era ordine, solo caos inumano. Dal pavimento salivano quelle che Fuuka avrebbe potuto definire candele accese di luce viola, formate da venature fini che parevano organiche.

Non era in grado di descrivere ciò che aveva intorno, perché non aveva mai visto niente del genere in vita sua.

"Deve essere un sogno..." Sussurrò.

Prese a camminare lenta, cercando di fare meno rumore possibile. Avvicinò una mano a una delle escrescenze luminose provando a comprenderne la consistenza. Tutto in quel luogo era inquietante e impossibile: la luce viola non era una fiamma, né una lampadina. Era sbagliata: era come se qualcuno avesse tentato di riprodurre una lampadina senza averne mai vista una e il risultato era qualcosa di singolare che le fece venire la pelle d'oca. Non si fidò a toccare quello strano oggetto luminoso, ma posò le dita sulla base sottostante, la cui consistenza era tiepida, quasi simile alla pelle umana.

Che fosse stata ingoiata da un mostro?

Tartarus.

La parola le risuonò nella mente.

Ora ti devi muovere, qui non è sicuro, loro stanno arrivando.

La voce era dentro di lei. Fuuka si guardò intorno per qualche istante.

Forza, scappa! Non farti vedere da loro.

Non era certa di chi fossero loro, ma sapeva che avrebbe fatto meglio a seguire il consiglio. Si fece forza e riprese a camminare. Sapeva d'istinto dove andare. Fece qualche passo in direzione di una rientranza nella parete le lo vide: la creatura strisciante era una sorta di fantasma: un'ombra scura simile a un ammasso di petrolio viscido con lunghe braccia minacciose protese verso l'alto. I suoi grandi occhi bianchi avevano le pupille tonde dilatate, ma non parevano vederla, sembrava costretto a un movimento maledetto, a vagare all'infinito nell'inferno in cui era finita anche Fuuka stessa. Si chiese se prima o poi non sarebbe finita anche lei con l'assomigliargli.

Resta nascosta.

Di nuovo quella voce. Fuuka restò immobile, nascosta nel punto più oscuro di quel luogo terrorizzante.

Non è un sogno, devi stare nascosta.

Si chiese di chi fosse quella voce. Capì il gesto che spesso aveva visto nei film, quando i protagonisti si davano un pizzicotto sul braccio per capire se fossero svegli oppure no. Ci provò anche lei, domandandosi se il dolore che sentiva fosse in effetti reale oppure se anche quello facesse parte dell'incubo che, ne era ancora quasi certa, stava vivendo.

Una parte di lei portò alla sua mente l'idea di chiamare uno di quei mostri e sfidarlo.

No, non è saggio. Non potrei difenderti...

L'amarezza nella voce la convinse a continuare a stare nascosta.

"Devo trovare un'uscita..." sussurrò, sperando in una risposta.

Così non riuscirai a uscire, devi prima accettare la realtà, accettare che io faccio parte di te.

Fuuka non capiva il significato di quelle parole. "Ma tu chi sei?"

Io sono te. Non posso dirti il mio nome, lo devi trovare da sola.


Un rintocco risuonò tutto intorno a lei e il muro che aveva di fronte a sé si aprì in un lungo corridoio. Le pareti che fino a prima apparivano solide avevano preso vita, alla sua sinistra sentì un forte lamento e la ragazza fece un salto in avanti quando notò che la parete si era protesa verso di lei e un grumo di filamenti simili a un ammasso venoso stava salendo dal terreno in sua direzione. Non doveva farsi prendere. Prese a camminare lenta, tenendosi per quanto possibile distante dalle pareti.

Attenta! C'è un'ombra, è dietro l'angolo.

Fuuka la sentiva, tornò indietro e continuò a camminare in cerca di una via di uscita. I corridoi terminavano quasi tutti in vicoli ciechi e più di una volta Fuuka fu costretta a nascondersi in anfratti stretti, cosparsi di bolle simili a materiale purulento.

L'odore negli stretti corridoi a volte però non era così terribile, le ricordava quello della sua stessa scuola: lungo un corridoio aveva sentito il profumo del grande cachi situato fuori dalla palestra, uno dei vicoli ciechi invece le avevano portato alla mente le tempere e gli acquerelli che utilizzavano al club artistico.

I piedi le facevano male, il dolore alle ginocchia la costringeva a trascinarsi più che a camminare, ma Fuuka continuava a provare, doveva esserci una via di uscita. Quando arrivò ai piedi di una scala, si chiese se avesse senso provare a salire. A pensarci bene, quello le sembrava un luogo sotterraneo, quindi decise di tentare.

Percorse i gradini lentamente, cercando di percepire eventuali ombre celate intorno a lei, che si sentiva vulnerabile in quel luogo aperto, dal quale poteva vedere l'immensità del labirinto dall'alto.

Appena giunse in cima, fece qualche passo in avanti. Si guardò intorno: era tutto identico al piano inferiore. Percepì un rumore alle sue spalle e si rese conto che le scale non c'erano più. Erano state sostituite da un ammasso di venature e ingranaggi sgangherati.

"Cosa..."

Non fermarti qui, non è sicuro.

Cauta, esplorò il piano del labirinto in cui era capitata, che cambiò di nuovo sotto i suoi occhi allo scoccare del rintocco. Fuuka iniziò a pensare che le modifiche alla struttura del labirinto fossero legate al passare del tempo, anche se le pareva scorrere più lento in quel luogo maledetto.


All'ennesimo rintocco, Fuuka si chiese se non avrebbe fatto meglio a sedersi e attendere che una delle ombre la trovasse. Aveva sete, era stanca e, se i suoi calcoli erano esatti, era lì dentro da almeno sei ore. Se ancora non aveva trovato un'uscita, forse doveva arrendersi alla realtà che non ce ne fosse una, era possibile che sarebbe morta lì dentro. Che senso aveva continuare a sopravvivere?

D’improvviso seppe che non era più la sola umana in quel luogo desolato, percepì una variazione nella struttura alla base, come se qualcuno l’avesse attraversata con consapevolezza. Ebbe la certezza di dove fosse l’uscita - alla base della torre - e dell’aspetto del Tartarus, come l’aveva chiamato la voce.

Sono arrivati, sono qui vicino...

Li sentiva: altri esseri umani erano intorno a lei, poteva percepirne i movimenti sotto di lei. Non erano vicinissimi, ma si muovevano in fretta e stavano salendo. Erano almeno in quattro.

Ti troveranno, vedrai.

Fuuka continuò a restare nascosta, muovendosi tra le ombre ed evitandole grazie al suo sesto senso e a quella voce nella sua testa. Una luce guida che l'aveva protetta nel suo girovagare inconcludente nel labirinto.

"Mitsuru, non riesco a sentirti... Hai detto che è qui vicina?"

Una voce maschile, non le suonava nuova. La ragazza iniziò a camminare con prudenza verso di lui.

"Mitsuru, dove dobbiamo andare?"

Esistevano davvero. Di fronte a lei c'erano quattro ragazzi in divisa. "Yamagishi, sei tu? Stai bene?"

Erano lì perché cercavano lei? Significava che loro conoscevano la strada per uscire dal labirinto?

"Non so cosa... Voglio solo tornare a casa."

"Ora andiamo, resta con noi. Ci sono alcune cose che devi sapere."


Questo è il tuo destino.


Di nuovo quella voce, Fuuka sapeva che le stava dicendo la verità e presto avrebbe compreso meglio a cosa si riferiva. In quel momento però desiderava solo tornare a casa.


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Fandom: Originale
Genere: fantasy, avventura, leggenda
Prompt: Il fuoco sacro
Partecipa al COWT 14

Disclaimer: tutti i riferimenti a persone e cose realmente esistiti sono puramente casuali.
Tutti i personaggi presenti nella storia sono frutto della mia fantasia.


Amtra e il Fuoco Sacro




Il Fuoco Sacro è situato nel grande tempio e arde dal giorno stesso in cui la città fu fondata dalla regina Amtra, che dà il proprio nome alla città, dopo che essa, una guaritrice, aveva salvato Orit, il Dio del Fuoco, da morte certa. 

La regina, mentre raccoglieva erbe sulla riva, aveva trovato quello che le era parso un uomo qualunque sulla sponda del fiume Parni, che attraversa la città snodandosi tra le vie in curve modellate dal tempo e dalla corrente.

Orit giaceva a terra: una freccia gli trapassava una spalla, altre gli trafiggevano la pancia e una gamba. Ella si era precipitata da lui e l'aveva soccorso come meglio aveva potuto, lavando le sue ferite al fiume e recitando le sue preghiere di guarigione, invocando gli dei perché concedessero la salvezza allo sconosciuto che aveva trovato a pochi passi dalla sua piccola capanna.

All'epoca essa non era infatti una regina, ma una reietta: una maga dagli occhi viola, considerata dagli abitanti del villaggio niente più di un cattivo presagio.

La donna portò il Dio alla guarigione e insieme essi fondarono la città, che da allora è benedetta dalla fiamma azzurra.






La città di Amtra era famosa nel regno di Ralonir per il Fuoco Sacro che bruciava nel tempio. Il giovane Elan era già stato in visita alla capitale, ma non si era mai recato al tempio prima di allora.

Quel giorno avrebbe iniziato il percorso di preparazione per diventare un protettore del tempio, finalmente avrebbe potuto ricevere le conoscenze in combattimento e in ogni altro ambito del sapere tramandate nel corso dei secoli dai Saggi e conoscere l’intera leggenda della città raccontata dal Sommo Templare in persona. Ciò che più desiderava, però, era avere l’occasione di fare la sua domanda al Fuoco Sacro, che gli avrebbe rivelato il suo destino. Tutto ciò che doveva fare era dichiarare che avrebbe protetto la fiamma azzurra a qualsiasi costo, anche se ciò avesse messo a rischio la sua stessa vita.

Il ragazzo attendeva con trepidazione di conoscere ciò che gli riservava il suo percorso di protettore del tempio e della fiamma sacra.

Era partito dal suo villaggio di prima mattina e per raggiungere Amtra si era aggregato a un carro di mercanti diretto lì vicino. Era arrivato nei pressi della porta est in anticipo. Era sceso dal carro e aveva percorso a piedi l’ultimo tratto di strada battuta che portava alla città attraversando i campi di grano. 

Prima ancora di varcare la porta di accesso ad Amtra, osservò alta nel cielo la fiamma azzurra che brillava alta sopra il tempio, convogliata lassù dall'alto camino di cemento costruito secoli prima dagli adoratori della fiamma sacra. Tra i visitatori, in molti vagavano tra le vie col naso all’insù, come ipnotizzati dal colore vivace della fiamma, simile a quello del cielo limpido del mattino, e dall’alone brillante che lasciava giorno e notte nel suo riverbero. Come un piccolo sole azzurro.


Al suo ingresso in città, Elan fu accolto da un’aria di festa: gli abitanti camminavano indaffarati lungo le strade impegnati a radunarsi in festa e a finire di appendere gli allegri festoni colorati alle pareti della case sulla via principale.

I tre carri che avrebbero accolto le nuove reclute attendevano parcheggiati sulle piazzette. Per l’occasione erano stati lavati e agghindati con lo stemma della fiamma azzurra e con comode sedute imbottite, le reclute avrebbero presto preso posto al loro interno, così da dare il via alla cerimonia di adunata.

Elan raggiunse il carro che gli era stato assegnato e si accomodò all’interno. Al suo fianco sedeva una ragazza coi capelli scuri legati in una treccia che stava scrivendo qualcosa in un taccuino. “Anche tu nella guardia?” Le aveva chiesto, amichevole.

“Che motivo avrei di essere qui, altrimenti?” Non aveva neanche alzato gli occhi, né fermato la sua penna rossa, che continuava a formare curve sul foglio.

“Giusto, domanda sciocca. Lo so che questo è il carro per i protettori.” Di fronte al suo silenzio Elan, imbarazzato, aveva abbassato lo sguardo sui sandali di pelle intrecciata che gli coprivano i piedi, era rimasto in silenzio a chiedersi perché non fosse mai in grado di stare in silenzio di fronte agli sconosciuti.

“Mi chiamo Shur, vengo dal nord.” La ragazza aveva alzato lo sguardo su di lui e gli sorrideva amichevolmente..

“Io sono Elan, molto piacere!”  Era vestita con una tunica di colore chiaro, il taglio era molto semplice, ma era elegante nei dettagli. Non era in grado di riconoscere il tessuto, ma immaginava fosse di pregio, lo si capiva dalle decorazioni a rilievo sul colletto quadrato e rigido e sulle maniche che arrivavano a metà del braccio. Calzava un paio di scarpe di cuoio di fattura elegante, che parevano comode e pratiche.

Gli occhi della ragazza erano di un viola acceso, segno che aveva dei poteri magici.

Elan avrebbe desiderato chiederle quali fossero, se si fossero già manifestati, ma immaginò che sarebbe stato inaccettabile da parte sua fare domande così private a qualcuno del suo rango, al punto che rimase a fissarla a bocca aperta come uno sciocco campagnolo, non abituato a vedere gli occhi viola dei maghi di Ralonir.

“Sono una guaritrice.” gli disse, rispondendo alla sua silente domanda. “Almeno per ora il mio potere si limita a questo. Sono qui per aiutare i Templari con un supporto protettivo, dovesse servire.” Strizzò un occhio, sorridendo.

Il ragazzo si rilassò nel constatare che la prima maga a cui aveva rivolto la parola non l’avesse trattato come un poveraccio.

“Sai leggere?” Gli chiese.

Lui scosse la testa e rispose con amarezza. “Sono andato a scuola e ho imparato un po’, ma non ho mai avuto occasione di allenarmi. Noi a casa non abbiamo libri.”

“Peccato, se vuoi fare carriera nei Templari devi studiare molto, sempre che tu voglia fare carriera. Spero tu decida di partecipare ai corsi di lettura, oltre che a quelli di combattimento. A che sezione vuoi unirti?”

Elan sospirò, pensando alle vicissitudini che l’avevano portato su quel carro. “Non ho una preferenza. La mia famiglia mi fatto scegliere se continuare a lavorare con loro alla fattoria o se partire, io ho deciso di provare a studiare al Tempio, per trovare la mia strada. Spero di riuscire a proteggerlo e di conoscere la vera storia del Fuoco Sacro.”

Shur osservò con sospetto l’accesso al carro, su cui fino a quel momento erano saliti solo loro. Gli si avvicinò e sussurrò: “Non dire in giro che vuoi la verità, in realtà credo non la conosca più quasi nessuno.” Lo sguardo di lei era serio e preoccupato, Elan si chiese cosa lei intendesse dire, ma tenne per sé la sua domanda, anche perché proprio in quel momento altre due reclute salirono sul carro e si sedettero sul lato opposto rispetto al loro.

Shur cambiò espressione e assunse un tono spensierato. "Quindi vorresti anche studiare, è saggio da parte tua. Credo sia importante imparare a conoscere la storia della nostra capitale.” Un sospiro. “Io invece sono qui perché non ho avuto scelta. Quando il potere si è manifestato mi hanno subito aggiunta alla lista. Non trovo niente di romantico o di interessante nel combattimento, ma il mio è un ruolo di vera protezione. Riconosco che i guaritori siano necessari in caso di attacco e che la città e il tempio debbano tentare di difendere se stessi e i cittadini di Amtra con ogni mezzo possibile.”

Uno dei ragazzi appena saliti rise. “Ma state tranquilli, non accadrà nulla! Non ci sono guerre da anni!”

“Vero,” convenne Shur, “Ma non usare il passato come esempio per il futuro, non è mai stato saggio farlo. Se anche non vediamo una guerra da molto, questo non significa che non ce ne saranno presto.”

Elan ebbe l’impressione che la maga sapesse qualcosa che stava tenendo nascosto, lo capì dallo sguardo infuriato che aveva rivolto al nuovo arrivato e dal nervosismo con cui aveva risposto alla sua osservazione, che per quanto fosse sciocca e immatura, non gli era parsa così grave. Shur si era quindi rimessa a scrivere i suoi appunti.

Ci volle un’ora perché tutte le reclute destinate al carro arrivassero e prendessero posto. Il mezzo partì e si avviò lentamente per il giro trionfale della città appena il rullo dei tamburi annunciò l’inizio della cerimonia di benvenuto per le reclute. La popolazione radunata fuori dalle case cantava il suo buon augurio ai futuri Templari, in molti battevano le mani e agitavano tessuti azzurri come il vessillo della città. I carri percorrevano lenti le vie di Amtra e gli abitanti depositavano sulle ceste appese intorno a essi le loro offerte per il tempio.

La città vista dal carro gli parve più piccola di come se la ricordava: le strade erano strette e tortuose, il passare del tempo si poteva notare su alcune delle case, che presentavano finestre rotte o la necessità di qualche lavoro, alcune erano state sistemate in modo precario, altre semplicemente chiuse con assi di legno inchiodate.

Un contrasto immenso con il tempio, le cui mura esterne di pietra bianca, lucidata e curata al punto da risultare quasi brillante. Tutto attorno alla porta principale, scene scolpite nel marmo bianco raccontavano la fondazione della città e la leggenda del Fuoco Sacro.

La grande porta di legno che portava al tempio si aprì davanti al carro per rivelare il grande giardino interno, adornato con alberi rigogliosi e fiori dai colori tenui, e la struttura principale: il tempio del Fuoco Sacro, la cui fiamma alta era visibile fino a fuori della città e attorniata da tutti gli altri piccoli edifici che costituivano il complesso del tempio: il palazzo dei Templari, la casa dei saggi del tempio e l’armeria, dove avevano sede anche la grande biblioteca e le sale d'insegnamento.

I tre carri entrarono uno dopo l’altro e tutte le reclute scesero, alcune emozionate, altre nervose, altre ancora indifferenti all’accoglienza.

I nuovi arrivati vennero subito divisi nei ranghi iniziali: Shur si sedette su una panca insieme all’unico altro mago presente e a un nobile, mentre gli altri tredici ragazzi furono lasciati in piedi, in fila per essere identificati e portati alle loro stanze.

Elan aveva sempre creduto che le reclute fossero centinaia ogni anno, vedere che invece il numero era così basso lo aveva confuso: forse vista l’assenza di guerre degli ultimi decenni non c’era necessità di nuovi Templari?

In quel momento però a occupare tutti i suoi pensieri c’era la grande fiamma azzurra: il Fuoco Sacro che bruciava in alto, in cima al camino lungo e affusolato del tempio. Elan immaginò il momento in cui sarebbe entrato all'interno e avrebbe finalmente potuto vedere dal vivo il Fuoco Sacro nel punto in cui si era originato. Una fiamma potente e magica, che ardeva da centinaia di anni senza necessità di legna, né olio.

Si chiese quale domanda avrebbe potuto rivolgerli. Se gli avrebbe rivelato il suo destino, come gli avevano detto i due saggi che erano andati a trovarlo a casa dopo che il ragazzo aveva presentato la domanda per entrare nella guardia del tempio.


Ricordava come fossero passate solo poche ore la coppia di uomini rugosi che avevano bussato alla porta. Elan era appena tornato dal campo insieme a sua madre, che aveva aperto con indosso ancora gli abiti sporchi di fango per il duro lavoro. “Stiamo cercando il signor Elan, della famiglia Luneis.”

Sua madre l’aveva indicato e si era congedata per preparare una bevanda calda e del cibo per i saggi, Elan li aveva fatti accomodare all’unico tavolo dell’umile casa della sua famiglia, sperando che portassero buone notizie.

“Siamo venuti a conoscere uno dei nostri potenziali Templari, l’unico che arriva da questa zona di campagna a est della capitale.” Il ragazzo ricordò di avere pensato che fosse strano che lui fosse l'unico in quella zona, ricca di piccoli villaggi in cui il culto del Fuoco Sacro era radicato, ma non aveva fatto domande, pensando che forse dipendesse dall'annata. Poco male, pensò, vorrà dire che sarò seguito meglio.

I due uomini avevano accettato quanto offerto dalla famiglia e gli avevano sottoposto un questionario piuttosto generico sulle motivazioni che l'avevano spinto a decidere di entrare nella guardia dei Templari.

"Per proteggere il Fuoco Sacro." Aveva ammesso, consapevole che era ciò che si aspettavano.

"E tu sai come è nata la fiamma azzurra, presumo." Gli aveva chiesto l'uomo più anziano con uno sguardo supponente. Elan conosceva la leggenda e, anche se non credeva che fosse legata alla realtà, aveva annuito convinto. I due, dopo il pasto, gli avevano lasciato una pergamena nella quale erano indicati il giorno e il luogo preciso in cui si sarebbe dovuto recare il giorno dell'arrivo delle reclute a Amtra. Quando chiuse la porta, Elan ripensò alla leggenda così come, ancora bambino, l'aveva sentita raccontare dal Saggio del villaggio.




Il Dio Orit si svegliò dal suo lungo sonno e vide la donna che dormiva sul pavimento al suo fianco. Tentò di sollevarsi, ma i bendaggi stretti attorno alla sua spalla glielo resero impossibile.

La donna nel sentirlo si sollevò di soprassalto. "Siete sveglio! Le mie preghiere hanno funzionato!"

Quando Amtra posò la sua mano tiepida silla fronte del Dio, egli vide le sue giornate, la fatica con cui l'aveva trascinato fino alla sua capanna, il pudore con cui aveva lavato le sue vesti e medicato le sue ferite per tre giorni interi prima che lui si risvegliasse.

In ogni momento, durante quelle giornate, era rimasta a vegliare su di lui, ripulendo le sue ferite, medicando il suo corpo e cantando i suoi incantesimi.

"Come ti chiami? Chi è stato a ferirti?"

"Sono un mercante, vengo da una città oltre il mare a sud. Alcuni briganti mi hanno aggredito e… sono stato derubato." Mentì.

La ascoltò mentre lei gli illustrava la gravità delle ferite che presentava: "Le frecce che vi hanno colpito erano avvelenate. Non sono stata in grado di riconoscere il veleno, ma l'ho visto nel vostro corpo e nel vostro sangue. Ho tentato di purificarlo con erbe e incanti, ma visto che continuavate a dormire temevo di non essere riuscita nel mio intento. Spero che quanto ho compiuto vi permetta di rimettervi in forze e di tornare in salute, anche se… non sono sicura che le ferite potranno guarire del tutto."

Orit provò un immenso senso di gratitudine per lei, ma anche se si fidava della donna aveva continuato a tenere segreta la sua vera natura. Quando lei gli aveva detto che si sarebbe recata alla città per vendere le uova delle sue galline e acquistare della farina, l'aveva pregata di non fare parola della sua presenza e del fatto che lui fosse ancora in vita. “Non voglio che i briganti si vendichino proprio di colei che mi ha restituito la possibilità di vivere.”

Amtra aveva continuato a prendersi cura di lui senza fargli altre domande. Il Dio Orit si stava riprendendo molto più in fretta di quanto avrebbe fatto un essere umano: nel giro di pochi giorni aveva iniziato ad alzarsi dal letto per aiutarla nel portare in casa la legna.

Per quanto la donna lo avesse pregato di riposarsi e di non fare fatica, Orit non l'aveva ascoltata, conscio del fatto che il suo corpo divino era già di nuovo forte e sarebbe di certo guarito del tutto. 

Nelle sere che avevano passato insieme le aveva raccontato una storia sul suo passato da mercante di stoffe, di come desiderasse aspettare prima di tornare a casa per essere sicuro di non imbattersi di nuovo in coloro che avevano attentato alla sua vita. Le aveva detto di chiamarsi Oreste e le aveva descritto il carro trainato dal cavallo pezzato che gli era stato rubato dai suoi attentatori. Menzogne ideate sulla base di uomini che il Dio aveva incontrato in passato, comode per rendere la sua immedesimazione in un essere umano più realistica.

Orit aveva imparato a conoscere la donna e si era rattristato quando ne aveva percepito l'immensa solitudine. 

Nonostante lei si sentisse abbandonata e debole, i suoi occhi viola ne indicavano la potenza. "Ti hanno allontanata perché non ti capiscono, temono ciò che va oltre le loro deboli menti."

"Forse hai ragione, ma le cose non cambieranno mai: la mia stirpe è destinata all'alienazione."

Il Dio non riusciva a comprendere gli esseri umani e la loro cecità di fronte a chi avrebbe potuto guidarli. La forza di individui come Amtra avrebbe potuto essere una risorsa, una grande ricchezza per il popolo di Ralonir, invece veniva percepita con paura e gli individui unici come lei venivano abbandonati in una sorta di esilio, proprio come era accaduto alla sua salvatrice.

Orit non era a conoscenza del mandante del proprio tentato deicidio. Sapeva che chiunque avesse tentato di ucciderlo l'aveva fatto sapendo chi fosse il destinatario delle frecce avvelenate.

"Le tue ferite stanno guarendo molto velocemente."

"Per merito tuo, mia cara salvatrice." Aveva percepito il dubbio nel tono di voce della donna, che aveva continuato a comportarsi con lui come aveva sempre fatto, senza mettere in discussione le sue parole.

Orit era rimasto con lei anche quando era completamente guarito. Prima di allora non aveva mai avuto interesse nelle condizioni del popolo degli umani, che aveva sempre considerato ignoranti e incapaci di prendere decisioni sensate. Con lei aveva conosciuto un aspetto dell'umanità che non immaginava potesse esistere: la gentilezza e il desiderio incondizionato di aiutare, anche uno sconosciuto come lui. Sapeva di non avere un aspetto raccomandabile: era alto, possente, con una folta barba scura e capelli corvini.

Il Dio aveva trovato nella donna un'amica e si abbandonava a intense conversazioni sui suoi pensieri sulla vita, sulla morte, sui poteri che le avevano segnato l'esistenza e sugli dei.

"Gli dei non sono poi così diversi dagli uomini: sono egoisti e fanno i loro interessi a scapito del fatto che potrebbero concederci una vita migliore, se solo agissero al nostro fianco e non si combattessero tra loro."

Orit fu costretto a trovarsi in accordo con lei su questo. Si era sempre occupato di se stesso, di divertirsi, di avere i favori degli uomini e di farsi adorare. Si sentiva cambiato, messo in discussione dal veleno che lo aveva reso vulnerabile come mai prima di allora.

Rendendosi conto di non essere immortale aveva abbracciato la sua parte meno divina.

Desiderava stare vicino ad Amtra molto più di quanto volesse tornare tra gli infidi e inviDiosi dei. In lei trovò una confidente saggia, una donna forte e coraggiosa, abituata a combattere.

Le chiese di restare insieme a lei.

I due iniziarono a vivere come sposi e stettero insieme per alcuni mesi, fino a quando Orit non decise che era tempo di trovare chi aveva attentato alla sua vita.

L'inverno era alle porte e la coppia aveva necessità di reperire sempre più risorse per vivere in modo sicuro e sereno la stagione fredda.

"Devo partire, ma tornerò presto," le promise un giorno il Dio del Fuoco. "Hai la mia parola."

"Dove devi andare?"

"È necessario che io mi occupi di miei attentatori, devo scoprire chi erano e quali motivazioni avevano."

La donna lo capiva. "Buon viaggio e buona fortuna." Gli augurò. "Pregherò per te in ogni momento di veglia."

Orit partì. Appena si lasciò alle spalle il capanno di Amtra, sentì la rabbia iniziare a crescergli dentro. Una sensazione che per qualche ragione in presenza della donna era riuscito a non provare per tutto quel tempo. Aveva un punto di partenza chiaro e definito. In principio chiese a Irna, la dea dell'acqua, se l'acqua del fiume avesse visto chi l'avesse colpito, ma non ricevetter risposta alcuna. Poi si recò da Lada, la dea del bosco sua amica da secoli, la quale riconobbe il suo veleno. "Questi sono gli alberi da cui si ricava. Le frecce avvelenate vengono ricavate dai suoi rami, mentre il veleno viene raccolto dalle sue radici, che vengono fatte bruciare e bruciare fino alla polvere. Si impregna la resina con la polvere e infine se ne cospargono le frecce. Sono in pochi a conoscere questo veleno. Ma credo di sapere chi ti ha colpito."

Lada si rifutò di preparare il veleno, ma decise di assistere Orit nella sua preparazione. Il Dio non utilizzò frecce, ma la sua ascia umana, l'arma che gli aveva donato Amtra per fare legna nel bosco.

Si sentiva un traditore nel prendere un oggetto di difesa e nel farne un'arma di offesa, ma non aveva scelta, perché era certo che se l'attentatore era chi lui e Lada credevano, non si sarebbe fermato una volta che avesse capito che il Dio era vivo.

L'uccisore di dei era un uomo. Uno dei signori della terra di Ralonir, donata proprio dagli stessi dei che ora lui cercava di uccidere. Orit si recò alla corte dell'uomo e offrì il suo servizio come taglialegna, come falegname. Con la sua ascia avvelenata fabbricò per il nobile ogni tipo di mobilia, entrò nelle sue camere e verniciò il suo letto. Conobbe sua moglie e le fabbricò uno specchio. La furia nel suo cuore era sempre più feroce, al punto che il Dio del Fuoco si sentiva ardere in modo così forte da non riuscire quasi a fermare le sue mani, che desideravano solo il sangue.

Aveva però promesso a Lada e, soprattutto, alla sua Amtra che lui avrebbe ucciso solo chi si era macchiato a sua volta di un delitto. Immaginò la sua cara moglie umana e i suoi occhi viola, sentì la sua voce lontana che lo avvolgeva in un canto di protezione che gli arrivava fino a laggiù, lontano chilometri da lei.

Era un Dio, ma si era nascosto come un umano qualunque. Aveva smesso le sue vesti pregiate per indossare lana di pecora e cotone ricavato dai fiori che crescevano nei campi. Non mangiava più ogni giorno leccornie degne del suo rango nel palazzo dove un tempo aveva vissuto. Sapeva che doveva avere pazienza. Infine fu ripagato per la sua perseveranza.

Il Dio Madunai arrivò al palazzo all'improvviso, discese dal cielo in una scia di polvere e fiamme rosse. Egli era il cugino di Orit, nonché il secondo tra gli dei del Fuoco.

Madunai consegnò al nobile beni di ogni tipo e prese la parola.

"Vi prego, oh popolo, di accogliere con gioia il vostro signore, e di prestare a lui fedeltà. Egli è protetto dal Dio Madunai, il primo tra gli dei del Fuoco. Mi ha dato prova della sua fedeltà e io lo ripago con la pace e la mia protezione."

Madunai accese una fiamma nella sua mano destra e con essa accese un bastone. "Fintanto che questo bastone brucerà, disse, io proteggerò questa città."

Orit restò in ombra, sperando che suo cugino non lo riconoscesse. A un tratto il Dio guardò in sua direzione, ma passò oltre il suo volto in cerca di altri fedeli da rendere devoti al suo nome.

Come è cieco alla realtà, si disse il Dio, proprio come lo ero io. Ma mai mi sarei sognato di uccidere uno di noi, mai mi sarei macchiato di sangue divino.

Orit faticava a contenere la rabbia. Si continuava a concentrare su Amtra per mantenere la calma. Avrebbe aspettato la notte per ottenere infine la sua dolce vendetta.


Madunai amava i banchetti, il vino, le donne umane e l'adulazione. Quella sera al palazzo nobiliare ebbe tutto ciò che desiderava. Era da mesi ormai che aveva realizzato il suo più grande desiderio: era diventato davvero il primo tra gli dei del Fuoco. Quando aveva proposto al ricco e sciocco nobile doni in cambio della vita di suo cugino, si era stupito che l'essere umano avesse accettato. Gli aveva spiegato per filo e per segno come causare la morte di Orit e l'uomo aveva preso appunti come uno scolaretto che impara a far di conto.

Essere secondo era una sensazione terribile, ogni volta che veniva presentato come "secondo dopo Orit" provava il desiderio di incenerire tutto ciò che lo circondava senza permettere la fuga.

Le cose però erano cambiate, finalmente.

Entrò nella stanza che gli era stata riservata e sbatté la porta dietro di sé. Era solo. Aveva lasciato i lacchè e le donne nella sala principale. Aveva bevuto parecchio anche per un Dio, al punto che desiderava soltanto riposare gli occhi.

Si tolse la giacca di lino e seta e slacciò i pantaloni coordinati. Le decorazioni tessute con filo d'oro brillavano alla debole luce della luna che entrava dalla finestra.

Madunai si stese sul letto e iniziò a ridere. Si sentiva inebriato di potere. Aveva finto di essere preoccupato per il suo futuro mentre se ne stava in alto nel suo palazzo insieme agli altri dei, ora non gli restava che godersi i frutti della sua opera, orchestrata con saggezza. Aveva persino dovuto uccidere gli altri due deucoli prima di Orit, ma erano soltanto vittime collaterali. Avrebbe tanto voluto dire loro che erano defunti solo perché a nessuno importava veramente di loro e di trovare i loro assassini.

Poi vide una sorta di lampo. Il dolore alla pancia lo colse di sorpresa. Ancora inebriato dalla serata, con una mano illuminò la stanza. Di fronte a lui: un fantasma.

Cercò di alzarsi, ma l'ascia piantata nelle sue viscere gli aveva reciso i muscoli.

"Resta pure fermo, sciocco Dio vanitoso."

"O- Orit, cosa ci fai qui? Te... Temevo fossi morto." La sua voce era già debole.

"Lascia perdere. Non ho pagato per un biglietto a teatro, ma per vedere la morte di un traditore."

"Tu, non hai prove."

Orit rise. "Prove? Le prove sono nell'altra stanza, quel nobile ha di certo già confessato tutto."

"Come...?"

"Lada, lei ti aveva insegnato a creare il veleno, vero?"

Madunai, la bocca piena di sangue, si era messo a ridere. "Credo di essere ubriaco."

"Una fine da vero Dio in declino. Non preoccuparti, il veleno farà effetto in fretta."



Orit osservò la vita abbandonare quello che un tempo era stato il suo protetto: il cugino a cui aveva insegnato a controllare le fiamme. Giovane, ambizioso, travolto dal suo desiderio di essere glorificato. Orit non ne sentiva più il bisogno.

Si alzò e attese che la delegazione entrasse nella stanza. Era stato lui a convocarli per raccogliere le testimonianze degli assassini. Tutti avevano confermato.

"Ora puoi tornare da noi." Gli aveva proposto Lada. "Sempre che tu non decida di restare per un po'." La dea aveva sorriso. Era l'unica che forse avrebbe potuto comprendere o condividere il suo desiderio di passare il tempo con gli umani. Lei passava quasi tutto il suo tempo sulla terra, in compagnia di ninfe, animali e umani abitanti dei boschi. Li proteggeva, li osservava e ne guidava il cammino. Fino a poco tempo pima Orit non la capiva, ma le cose erano cambiate.

Era mattina quando in una scia di Fuoco il Dio Orit si presentò alla capanna di Amtra, libero dal fardello della vendetta, pronto infine a svelarle chi fosse in realtà.



Elan era stato messo nella stessa stanza di un altro novellino di nome Arth, che aveva sempre vissuto ad Amtra. Aveva appreso che tutte le idee che si era fatto sui Templari erano state romanzate da anni di propaganda, in quanto in realtà l'Ordine militare non era che un piccolissimo gruppo di soldati che in caso di attacco avrebbe faticato a difendere anche solo la città.

Nonostante le sue aspettative fossero state disattese, aveva preso sul serio il suo impegno nello stuDio delle tecniche di combattimento insieme alle altre reclute e si impegnava anche a studiare in biblioteca ogni volta che ne aveva l'occasione. Shur era diventata per lui una guida nella comprensione dei volumi più complicati e spesso la cercava di sera, il libro carico di segnalibri: uno per ciascuna delle domande che le avrebbe rivolto, lei gli rispondeva sempre con serenità, ammettendo ciò che non sapeva e dimostrando una grandissima conoscenza.

I Maghi al tempio erano solamente cinque: Shur e Agi erano gli unici tra le reclute, vi era poi un uomo di mezza età e due anziani, ormai troppo persino per insegnare ai giovani, che passavano quasi tutto il loro tempo a viaggiare senza meta tra le terre del regno.

"Ormai non ci sono più molti maghi," gli aveva rivelato Shur. "Agi è l'unico della mia età che io abbia mai incontrato." Da come ne parlava, Elan aveva capito che la sua amica non si fidava molto del ragazzo, condividendo la sua stessa impressione.

I suoi poteri erano offensivi lui li usava senza neanche provare a contenerli, al punto che durante un combattimento di prova il mago aveva ferito una delle reclute, causandogli una ustione sul braccio col quale stava tenendo la spada.


Mancavano pochi giorni alla conclusione della prima parte dell’addestramento: presto sarebbero potuti entrare nel tempio e infine avrebbero avuto la possibilità di fare la loro domanda al Fuoco Sacro.

“Tu sai già cosa chiedere?” 

Shur scosse la testa. “Forse, ho un paio di domande in mente, ma non riesco proprio a decidermi… Tu invece?”

“Credo che improvviserò, non sono mai stato bravo a fare programmi, ogni volta che ci provo vanno a finire male.”





Shur era preoccupata. Gli addestramenti stavano andando per le lunghe e non era ancora riuscita a fare la sua domanda al Fuoco Sacro. Si era chiesta tante volte se tentare di entrare di nascosto nella sala della fiamma per accelerare i tempi, ma sapeva che non ce l’avrebbe fatta. Era riuscita a tenere nascosti i suoi poteri offensivi e non poteva ancora scoprirsi. 

Sapeva che a tutti era consentita una sola domanda e lei in questo non era diversa dalle altre reclute. Conosceva già il quesito che avrebbe posto, era stato deciso nel momento stesso in cui la ragazza era nata. 

La sua missione era una sola ed era molto importante che lei la realizzasse il prima possibile: per la salvezza di Amtra e per il volere del Dio Orit, doveva spegnere il Fuoco Sacro.



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