Mar. 22nd, 2023

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Fandom: Persona 5
Personaggi: Ryuji, Makoto, Ann, Yusuke
Genere: Slice of life
Prompt: Cluedo
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Una partita seria

Intorno al tavolo la tensione si poteva tagliare con un coltello, cosa che in effetti stava cercando di fare Ann che agitava il pugnale di plastica in dotazione col gioco in direzione di Yusuke, il quale osservava rapito i dettagli poco definiti del candeliere. Makoto invece stava osservando le gocce di sudore sulla fronte di Ryuji, che pareva confuso. “Hm, Hm…” Si schiarì la voce per ricordare all’amico che era il suo turno.
Lui annuì e si asciugò la fronte con una mano. Dopo qualche altro secondo di silenzio colpì il tavolo con la mano. Prese un oggetto dalla plancia di gioco e lo posizionò di fianco al suo investigatore. “È stata la rossa, intendo dire Scarlett, con il tubo di ferro in veranda!” Affermò con convinzione Ryuji. Makoto sospirò e gli passò una carta dalla sua mano.
“No! Ma questa l’avevo già vista…”
“Non è colpa mia se non hai ancora capito il gioco, Sakamoto.” La ragazza sembrava quasi irritata, al punto che Ryuji si sentì in obbligo di scusarsi. “Vuoi scriverti negli appunti che carta ti ho dato o pensi di chiamarla di nuovo al prossimo giro?”
Lui afferrò la penna e, tentando di tenere nascosto il foglio, scrisse qualcosa.
“Tocca a me!” Ann impiegò qualche secondo per confrontare le sue note con le carte che aveva in mano. “Secondo me è stato Mustard, in veranda, con la rivoltella!”
“E invece no!” Ryuji le passò una delle sue carte, sospirando nel tentativo di imitare Makoto. “Ma io non sono in biblioteca…” Gli rispose Ann bisbigliando, lui imprecò e le passò un’altra carta.
“Chi è che ha scelto questo gioco?” Domandò Yusuke, annoiato.
“L’ho scelto io!” Affermò Ann alzando la mano. “È divertente! Almeno quando non gioca questo idiota.”
Ryuji si lasciò sfuggire un lamento sconsolato. “Non è facile come sembra e questa è la prima volta che gioco.” Osservò tutti i suoi amici intorno al tavolo in cerca di un po’ di compassione, ma non raccolse molta compassione, in effetti sembravano quasi arrabbiati.
“Non ci vuole molto, basta mettere un po’ di serietà nel seguire le regole.” Il tono di Yusuke era sempre solenne, particolarmente adatto alla dichiarazione dell’investigatore.
“Da adesso faccio sul serio, lo prometto.”
Yusuke sollevò una mano attirando l’attenzione su di sé: “Ma ora la parola al detective Kitagawa: dichiaro che la Signorina Scarlett, conscia del tradimento dell’uomo che amava con Mrs Peacock, si è recata in sala da ballo e ha discusso con lui in modo animato, venendo alle mani prima di ucciderlo in uno scatto d’ira con la rivoltella che aveva portato con sé.”
“Complimenti per l’interpretazione, io non ho niente.” Ann si voltò verso Ryuji, che scosse la testa. “Neppure io.”
“Hai controllato bene?” Chiese allora Yusuke, dando voce al dubbio di tutti gli altri partecipanti.
“Sì, non sono un completo idiota. Ho detto che faccio sul serio, lasciatemi in pace.”
“Ne ho una io.” Makoto gli passò una carta coperta, la mano tesa a recuperarla in fretta. Aveva preso la partita a Cluedo con una serietà che gli altri non si aspettavano.
A dire la verità fino in fondo, quando Ann aveva proposto di fare una partita tutti insieme avevano pensato tutti che Makoto, da studentessa seria e impegnata, avrebbe salutato tutti per correre a studiare qualcosa di troppo complicato persino da spiegare ai suoi compagni di squadra. Quando però la sua amica aveva menzionato Cluedo, gli occhi di Makoto si erano illuminati e lei si era offerta di preparare un tè caldo da bere tutti insieme nel corso della partita.
Era inusuale che loro quattro si incontrassero insieme, soprattutto a casa di Ann e in assenza di Ren, ma quel pomeriggio si dovevano accordare su una piccola sorpresa per il loro leader, i cui preparativi si erano conclusi prima del previsto, lasciando loro sufficiente tempo libero da passare insieme prima di tornare a casa.L’idea del gioco era stata di Ryuji, che però non si aspettava di dover ragionare così tanto. Mi è venuto mal di testa da quanto ho pensato… Sarebbe stato più facile proporre di studiare qualcosa. Aveva confessato, dopo il primo giro di gioco. Makoto, al contrario, aveva mantenuto un’espressione compiaciuta sin da quando le erano state consegnate le sue carte. Dal primo istante, tutti loro sapevano che la loro amica avrebbe vinto. Se non per le sue buone doti di concentrazione e di deduzione, anche per l’impegno che stava mettendo nella partita.
“Ora tocca a me. È ora di finire la partita.” Makoto si alzò in piedi e puntò il dito contro la pedina di Scarlett. “Il detective Sakamoto era quasi arrivato alla soluzione del caso, ma non si è accorto di un piccolo particolare: Certo che è stata la signorina Scarlett. La sua sola presenza nella villa di Mr. Black avrebbe dovuto far suonare qualche campanello di allarme nelle teste di voi detective. Così come è certo che l’omicidio è avvenuto in veranda. L’arma del delitto invece, quella era stata indovinata dagli altri due detective: era una rivoltella. Sarebbe bastato osservare il cadavere del signor Black con un po’ più di attenzione per trovare la risposta.”
I tre ragazzi, che non si aspettavano che la loro amica si calasse nel ruolo di detective e stesse al gioco in modo così convincente, rimasero in silenzio per qualche istante prima di confermare di non avere le carte richieste da Makoto in mano.
Lei quindi prese la busta dal centro della plancia e mostro loro la soluzione del caso. “Come tutti si aspettavano la grande detective White, detta Queen, chiude il caso.” Makoto sollevò le braccia in un gesto di esultanza.
“Brava Queen!” La incitò Ann.
“Facciamo un’altra partita?” Chiese quindi la vincitrice.
“Io sì, per favore” Accettò Ryuji. “Questa volta giuro che mi impegno, lo prometto.”
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Fandom: FF VII
Personaggi: Cloud, Zack, Soldati
Prompt: Poker
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Slice of life


La fortuna del novellino

Mentre camminava lungo le strade polverose di Mideel, Cloud all’improvviso si trovò di fronte un edificio familiare. Entrò nella taverna senza pensarci e si sedette a uno dei tavoli. “Un piatto unico di mare.” Chiese, con la certezza di sapere cosa stavano per portargli. I ricordi sfumati in una nebbia che gli faceva dolere la testa.
Solo quando vide il piatto, la voce di Zack gli tornò alla mente. Era stata una notte molto diversa dal solito. La notte della sua prima partita a poker con un amico. L’unica che avevano giocato insieme.
Cloud osservò il piatto che gli era stato servito dal cameriere della taverna con riluttanza. Non era abituato alla cucina di quella regione e gli pareva ancora strana. Zack, di fronte a lui, ne addentò una forchettata. “Fidati: anche se l’aspetto non è molto invitante vedrai che è buonissimo, non potrai più farne a meno.”
Il suo amico aveva ragione, perché Cloud dovette ammettere che, anche se non avrebbe saputo riconoscerne gli ingredienti, il piatto era saporito. Mangiarono in silenzio, affamati dopo la lunga giornata passata a combattere.
“Domani niente lavoro, cosa farai, Soldato?” Nonostante fosse superiore a lui di grado, Zack aveva dimostrato in molte occasioni di aver preso Cloud in simpatia. Lo trattava da amico, più che da sottoposto.
“Pensavo di andare a riposare e di fare un po’ di allenamento.” Si sentiva stanco e sapeva di avere bisogno di un po’ di riposo, “Forse farò un giro in città.” Per comprare qualcosa per la mamma e per Tifa.
Zack sbuffò, un po’ deluso, non sembrava impressionato dalle sue risposte. “Dovresti divertirti ora che puoi. La vita che facciamo è dura e non riuscirai a resistere a lungo senza impazzire se non ti concedi del tempo per te stesso e per rilassarti. Per esempio: vedi Martin, laggiù? Lui gioca a poker a volte. Ti fai una partita con noi, novellino?”
Il ragazzo scosse la testa, non era certo di volere ammettere che non aveva idea di come si giocasse.
“Coraggio, andiamo insieme.” Zack si alzò e lo trascinò prendendolo per il braccio. “Eccoci, Martin. Possiamo iniziare.”
Martin era un soldato esperto, dall’aria seria e dura. “Sedetevi. Iniziamo con 10, così facciamo un giro di riscaldamento.”
Zack, Martin e un tizio con cui non aveva mai parlato di persona di nome Luis lanciarono le loro monete sul tavolo, imitati con un lieve ritardo da Cloud, che cercava di far intendere a tutti di sapere ciò che stava facendo.
“Sai giocare?” Chiese Martin osservandolo di sbieco.
“È da tanto che non faccio una partita,” Mentì Cloud sperando di non essere colto nella bugia.
“Prima lezione: quando racconti una balla, cerca di farlo in modo convincente. Nel poker le balle si chiamano bluff. Nessuno sa che carte hai in mano, fingi di avere roba buona e ti porti a casa il piatto, fatti beccare o trova qualcuno che ha davvero carte buone e perdi tutto quello che punti.” Martin proseguì elencando velocemente il valore delle combinazioni possibili, poi iniziò a distribuire le carte.
Cloud osservò la sua mano con attenzione: due dieci, un asso, un re e un nove.
Gli altri tre giocatori lanciarono un’altra moneta sul tavolo. Zack quindi proseguì con la spiegazione. “Questa serve per giocare: se giochi puoi cambiare alcune delle carte che hai in mano e poi puntare ancora per accaparrarti il piatto o per vedere la mano di un avversario.”
Lanciò la sua moneta.
"Quante carte?” Gli chiese quindi Martin.
Confuso, Cloud pensò che gli conveniva provare a tenere i dieci e a cambiare le altre per sperare in un tris. “Tre.” Disse, passando le carte coperte al mazziere imitando il comportamento dei giocatori che lo avevano preceduto. Prese un re, un asso e un dieci. Non era andata così male. Ricordando le regole del gioco, tentò di apparire triste.
“Io punto cento.” Dichiarò Martin. A quel punto Zack e Luis lanciarono le loro carte nella pila degli scarti e Cloud si ritrovò addosso gli occhi di tutti. “Cosa fai, novellino? Vuoi vedere le mie carte, rilanciare o lasciare tutto a me?”
Il giovane soldato prese un respiro profondo e cercò di pensare a quante probabilità avesse di vincere. Giunse alla conclusione che non erano altissime, ma l’adrenalina e la curiosità lo spinsero a giocare: “Rilancio di altri cento.”
Martin si lasciò scappare una risata. “Vedo, novellino.”
Cloud, dopo un’occhiata di conferma, lasciò cadere le sue carte per rivelare il tris di dieci. Martin lo guardava con aria di rimprovero. Gettò le sue carte nel mucchio degli scarti e passò il mazzo a Luis. “Questa si chiama fortuna del principiante. Ora comincia il gioco vero.”
Zack e Cloud uscirono dalla taverna per ultimi, ridendo come due vecchi amici. Si erano divertiti e Cloud aveva vinto un piccolo gruzzoletto, che gli avrebbe fatto comodo per scegliere i regali che aveva deciso di spedire a casa senza pensare troppo al costo. “Non immaginavo che tu fossi così portato per il poker, è chiaro che quella tua faccia impassibile ti abbia aiutato. Li hai spolpati! Meno male che non siamo in gruppo con quei due, almeno per ora.”
“Non l’ho fatto di proposito, e comunque è un gioco.”
Il suo superiore continuava a ridere. “Sei proprio un tipo unico. Stavo scherzando, lo sappiamo tutti che è un gioco. Preparati comunque perché la prossima volta potrebbe andare male. Non a me, io ho il mio portafortuna. Dovresti procurartene uno anche tu.”
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Originale
Slice of life
Prompt: Briscola
Partecipa al COWT 13


Tradizioni di famiglia



Dopo ogni pranzo coi nonni, c’era la piccola tradizione alla quale Giulia ed Edoardo non potevano sottrarsi: la partita a briscola con il nonno e il papà. A briscola si gioca in quattro. Diceva il nonno, che era il promulgatore della tradizione e che teneva a mantenerla nel tempo. Appena i nipoti avevano avuto l’età per partecipare, la zia era stata ben felice di sottrarsi al gioco, non perché non le piacesse, ma perché il nonno prendeva la cosa molto sul serio e lei non era mai stata una persona competitiva.
I due bambini avevano sentimenti ambivalenti sul gioco: se da una parte si sentivano felici di passare del tempo con i due uomini adulti della famiglia, dall’altra sapevano che la possibilità di sbagliare a capire quale carta dovessero buttare sul tavolo li avrebbe messi nella condizione di essere rimproverati, anche se in modo giocoso. Il nonno in particolare aveva tutta una serie di segnali che prima della partita ripassava con il suo compagno di squadra, che rendevano le partite peggio di un’interrogazione a scuola.
“Se mi tocco la guancia col pollice, devi buttare carichi.” Disse il nonno a Giulia, dopo averla presa da parte in modo che gli altri non li sentissero.
Lei annuì in modo diligente. “Carichi pesanti?” Chiese.
“Sì: carichi, i più pesanti che hai. Se invece mi tocco la fronte, butta scartine, spazzatura.”
“E se non ho scartine, cosa faccio?”
Il nonno allargò le braccia. “Pensaci bene, come si risponde?”
“Devo fare l’occhiolino?”
“No, quello è per dire che hai briscole in mano!”
“Ah, giusto, devo grattarmi il naso!”
Il nonno sorrise soddisfatto. “Vedi che ti ricordi? Adesso ripetiamo tutto e poi andiamo a giocare. Non importa se perdiamo, ma dobbiamo capirci bene.”
Giulia sapeva che al nonno importava eccome di vincere, così come sapeva che sbagliare un gesto l’avrebbe messa nella lista nera dei compagni di squadra (lista che comprendeva ormai tutta la famiglia), ma le importava poco perché vedere la passione che lui metteva nelle loro partite insieme e avere la possibilità di condividere questi momenti con lui la faceva sentire felice. Era mentre giocavano che sentiva il loro legame farsi più forte.
Si sedettero al tavolo e il nonno, come sempre, fece le carte per primo, “Briscole di bastoni,” dichiarò girando la carta e mettendola bene in vista in fondo al mazzo. L’atmosfera era tesa e silenziosa. I partecipanti guardavano le carte con attenzione e si osservavano a vicenda, nel tentativo di cogliere gesti o espressioni che aiutassero a prevedere in qualche modo il gioco dell’avversario. Giulia nella prima mano aveva pescato due assi e una briscola. Una mano carica e difficile: non poteva scartare il quattro di bastoni, perché il nonno avrebbe emesso uno dei suoi lamenti di disappunto. Lo guardò fisso negli occhi e gli fece un occhiolino. Lui annuì.
“Avanti tranquilla.” Disse.
La bambina buttò il suo asso vicino al quattro di spade del padre, Edo sbuffò e scelse un sei di danari. Il nonno allora aggiunse all’asso un fante e le passò le carte: la prima mano era andata.
La prima partita proseguì tranquilla e alla fine fu vinta da Giulia e dal nonno. La ragazzina sentiva di aver fatto un buon lavoro ed era orgogliosa di se stessa. Vedeva lo stesso orgoglio in suo nonno, che appariva rilassato e sembrava aver fiducia in lei.
Al termine della quarta mano, però, si ritrovarono con due punti a squadra. La quinta, come sempre, era la mano decisiva, e a dare le carte sarebbe stato come sempre il nonno.
“Questa è la bella, l’unica che conta.” Esclamò divertito, sbattendo il mazzo di carte sul tavolo.
Era difficile per Giulia spiegare l’espressione di suo nonno mentre giocava. I suoi occhi si illuminavano e il suo aspetto sembrava ringiovanire, fino ad avere venti anni in meno. Sorrideva con gioia e pareva dimenticarsi dei suoi dolori, delle malattie che lo avevano colpito nel corso degli ultimi anni e della stanchezza, della quale si sarebbe tornato a ricordare appena la partita fosse finita. Avrebbe giocato ogni giorno, se avesse potuto. I nipoti sapevano che se il nonno fosse vissuto nella loro epoca sarebbe stato un grande appassionato di videogiochi o di giochi in scatola di ogni tipo, invece era cresciuto con le carte e, per fortuna, aveva scelto di restare fedele alla sua passione. Era stato lui a insegnare ai nipoti a giocare a dama e a scacchi, sempre in modo severo, ma con l’orgoglio di chi crede che impegnarsi nella vita, in ogni suo aspetto, sia importante per vivere bene.
Per questo i nipoti amavano giocare con lui. Alla fine non importava che vincessero o perdessero, perché nonostante il nonno si arrabbiasse, alla fine ciò che per tutti rimaneva era il ricordo di un bel momento condiviso tra tutti. Avrebbero giocato insieme fino a quando fosse stato possibile farlo. Fino a quando il nonno non fosse stato più in grado di tenere le carte in mano e di fare i suoi segnali.
“Briscola di spade,” disse, grattandosi il mento, negli occhi un’espressione divertita. Giulia sorrise, pensando che avrebbero vinto.

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