Feb. 20th, 2020

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Prompt: Mitologia irlandese/celtica
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Mr O'Sullivan 


I pronipoti del signor O’Sullivan avevano bussato alla sua porta nel giorno dell'ottantunesimo compleanno del loro nonno. Il vecchio era diventato ufficialmente colui che nella famiglia intera aveva raggiunto l'età più avanzata, ma non se la sentiva proprio di festeggiare.

Sapeva benissimo che i suoi pronipoti non vedevano l'ora che lui tirasse le cuoia e infatti gli erano stati intorno come mosche nell'ultimo periodo, soprattutto quando aveva preso il raffreddore.

I tre ragazzi, figli ormai adulti della sua nipote preferita Adeline, gli avevano portato una bottiglia di whiskey fatta in casa. O'Sullivan, aprici che la beviamo insieme.

 

Ma a lui quei tre non aveva alcuna intenzione di aprire, sperava che se ne andassero se lui non si fosse fatto sentire anche se aveva il timore che la paura che gli fosse successo qualcosa li avrebbe invece spinti a forzare la porta per trovarlo seduto sulla sua sedia, con la pipa spenta in bocca intento a non fare rumore.

Andatevene, sto dormendo. Lasciate la bottiglia.

 

Dopo aver insistito per qualche minuto i mocciosi se n'erano finalmente andati e O'Sullivan era uscito a prendere il Whiskey che avrebbero potuto bere in santa pace.

Fu in quel momento che lo sentì: un pianto disperato di donna, un lamento straziante e forte che aveva già sentito parecchie volte e che ogni volta era stato seguito nell'immediatezza da una tragedia. Era la Banshee, lo spirito che proteggeva la sua famiglia e che ancora una volta aveva avvertito una morte imminente.

La leggenda voleva che fosse visibile solo da chi sarebbe morto entro pochi minuti e O'Sullivan era abbastanza convinto di essere il primo della lista.

Il ricordo di dodici anni prima gli era tornato vivo alla mente: avevano sentito quello stesso pianto di dolore e subito dopo sua moglie aveva iniziato a piangere osservando un punto della stanza nel quale lui non vedeva proprio niente di niente.

L'aveva presa per pazzia, ma lì c'era qualcuno, c'era quello spirito tanto legato alla sua famiglia che si disperava ogni volta che uno tra loro spirava. Non ho paura, ormai è la mia ora, aveva detto al vuoto, poi si era voltata verso di lui e l'aveva salutato. Non piangere per me, sarò in buona compagnia, salutami tutti e riferisci che ho voluto bene a ciascuno di loro. gli aveva detto. 

Erano passati solo pochi attimi durante i quali O'Sullivan non aveva saputo cosa fare di preciso, e poi lei era crollata a terra.


La stava aspettando. Nel dubbio aveva deciso di sorseggiare quel prezioso Whiskey. Gli parve ironico pensare che la sua morte sarebbe avvenuta proprio nel giorno in cui tutti tenevano tanto a festeggiarlo.

Attese per minuti che divennero ore, ma la Banshee non si fece vedere.

Quando la vedrai anche tu capirai, è così bella, e il suo abito ha il colore di un prato in primavera.

 


Il giorno seguente O'Sullivan venne a sapere che il suo stupido nipote nullafacente, Lou, si era tuffato da una collina per una scommessa e che, quindi, la Banshee aveva pianto per lui. Che spreco, pensò il vecchio, di vita e di lacrime. Poco male, presto era certo che l'avrebbe vista anche lui, pensò sorseggiando l'ultimo sorso di whiskey.

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Originale
Prompt: Mitologia Celtica/Irlandese
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Il Leprechaun

 

Il signor O'Brien era ossessionato dall'idea che prima o poi si sarebbe impossessato del tesoro di un Leprecauno. 

C'era chi scommetteva alle lotterie e sperava di arricchirsi e poi c'era lui che invece si metteva appostato nei cespugli o sugli alberi in cerca della fine dell'arcobaleno sperando che prima o poi la fortuna avrebbe guardato dalla sua parte e ce finalmente lui avrebbe avuto la sua chiacchierata con il folletto che di fronte alle domande specifiche di O'Brien non avrebbe potuto evitare di rivelargli dove fossero nascoste le sue ricchezze.

 

Ormai erano ventidue anni che l'uomo dava la caccia al Leprecauno. Aveva imparato a capire quando il tempo avrebbe consentito all'arcobaleno di apparire e in quei giorni si metteva in appostamento, anche se in generale negli ultimi tempi cercava di passare nei boschi ogni suo minuto libero, visto che tutti in paese ormai lo davano per pazzo aveva deciso che avrebbe dimostrato a tutti quei malfidati che il folletto esisteva davvero.

Quel pomeriggio di ottobre non era troppo freddo e il cielo era sereno, era venerdì e O'Brien aveva finito presto di lavorare, aveva preso la sua borraccia piena di tè caldo corretto col Whiskey e un panino e si era avviato verso una parte del bosco nella quale non si appostava da parecchi mesi. Ne avrebbe approfittato per sistemare bene il suo nascondiglio e per renderlo confortevole per l'inverno.

Negli anni aveva ideato un sistema di teli impermeabili che riuscivano a mantenerlo asciutto e più caldo di quanto sarebbe stato senza di essi sotto la pioggia autunnale.

Le nuvole avevano iniziato ad apparire nel cielo e si moltiblicavano man mano che le ore passavano, O'Brien osservava i dintorni senza sosta, le orecchie tese a cogliere qualsiasi rumore, anche impercettibile.

Fu allora che lo vide: non era più alto di un bambino dell'asilo, dal cappello a cilindro verde sbucavano dei capelli rosso carota. Aveva un grembiule da lavoro e teneva a tracolla un borsone e le fibbie argentate delle scarpe brillavano riflesse dalla luce del sole.

Si muoveva circospetto al limitare del sentiero, nascosto dall'ombra degli alberi, silenzioso come solo un abitante del piccolo popolo può essere.

O'Brien sapeva che non poteva perderlo di vista, se fosse successo la creatura sarebbe svanita e lui l'avrebbe più ritrovato, aveva studiato ogni leggenda possibile e si era documentato su internet leggendo ogni singolo resoconto che aveva trovato. Alcuni erano palesemente frutto della fantasia degli autori, ma altri erano tanto realistici da averlo convinto.

Attento a non perderlo di vista neanche per un istante, O'Brien si era sollevato, rivelandosi al Leprecauno che si era voltato di scatto, incapace di muoversi a causa dello sguardo fisso dell'uomo, che non riusciva a proferire parola, incantato com'era dalla vista della creatura che tanto aveva sognato.

 

L'esserino, però, non pareva intenzionato a restare sotto il suo potere, infatti aveva preso un sasso e glielo aveva lanciato addosso, costringendo l'uomo a distogliere lo sguardo.

O'Brien aveva sprecato la sua occasione: non gli aveva fatto domande, non era neppure riuscito a sentire la sua voce. 

Quella sera però era tornato a casa felice, perché per quanto i suoi compaesani avrebbero potuto considerarlo un pazzo, per quanto l'avessero preso in giro, lui sapeva che il Leprecauno esisteva davvero e che prima o poi avrebbe ottenuto le sue ricchezze. Alla fine sarebbe stato lui a ridere.

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Originale
Prompt: Ossessione, Teatro, 

“Non è vero che l’oblio non esiste. La testa seleziona, fa archivio continuamente e molto scarta. Fa spazio, compatta. Magari non elimina del tutto ma comprime in un formato illeggibile. Anche se ti sforzi non trovi la chiave, non lo puoi decifrare più.” (Concita De Gregorio)

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Il teatro delle marionette

 
“Non è vero che l’oblio non esiste. La testa seleziona, fa archivio continuamente e molto scarta. Fa spazio, compatta. Magari non elimina del tutto ma comprime in un formato illeggibile. Anche se ti sforzi non trovi la chiave, non lo puoi decifrare più.” (Concita De Gregorio)









Ne aveva centosei, ma ancora non erano abbastanza. La signora Teresa era conosciuta in paese per la quantità di marionette che possedeva e per la sua grande passione nel dipingerle e vestirle.

Chi entrava per la prima volta nel suo appartamento gremito restava sempre colpito dalla cura con la quale le marionette erano disposte nelle vetrate chiuse, sempre pulite, sempre in ordine.

Ogni giorno passava un gran parte del suo tempo a prendersi cura di loro. Da quando i figli se n’erano andati di casa le erano rimasti soltanto le sue marionette e colui che per lei continuava a scolpirle: suo marito.

 

Nell’ultimo periodo Teresa aveva avuto qualche problema nel ricordare i nomi di chi le stava intorno e ciò che doveva fare in casa. Più di una volta aveva lasciato acceso il fuoco sotto la pentola del minestrone e si era bruciato tutto. All’inizio Gino si era un po’ arrabbiato, ma in seguito, dopo aver visto il dottore, aveva iniziato a capire che non era colpa di Teresa. Così aveva iniziato a cospargere le superfici dell’appartamento di post-it, la teneva viva con ciò che lei più amava: le sue marionette. La demenza senile a volte inizia a colpire presto, quando si è ancora padroni del proprio corpo e delle proprie azioni. I momenti più difficili da accettare sono quelli di consapevolezza, quando ci si rende conto che qualcosa non quadra, ma non si riesce a capire cosa. 

Quel pomeriggio Teresa stava pettinando le sue marionette, quando gliene capitò tra le mani una che credeva di non avere mai visto. La donna andò subito dal marito a chiedergli da dove venisse, ma lui si incupì all’improvviso. “Quella è nuova, l’hai dipinta la settimana scorsa…”

Teresa aveva aggrottato le sopracciglia nel tentativo di ricordare qualcosa, ma non era riuscita a capire dove fosse finito quel ricordo. Aveva riso, preoccupata di ciò che avrebbe potuto dimenticare e per togliere la tristezza dagli occhi di Gino. “Sono proprio una smemorata.”

 

 

Il teatro delle marionette era stato dipinto a mano da Teresa molto tempo prima, era difficile per lei ricordare quanto tempo fosse passato, se provava a sforzarsi di pensarci era come se gli ultimi anni fossero svaniti nel nulla. ricordava però che Gino l’aveva realizzato a partire da una vecchia vetrina che aveva modificato grazie alle sue sapienti doti di falegname e che lei l’aveva carteggiato e dipinto con cura, perfezionandone le decorazioni per giorni.

Mentre sedeva a guardare lo spettacolo le sue marionette sfilavano, danzavano e chiacchieravano tra loro, compievano il loro destino mentre una voce fuori campo raccontava la storia di un giullare innamorato di una principessa e che con lei fuggiva fuori dal regno per non morire.

I nipoti avevano preparato per loro quello spettacolo e quando uscirono dal teatro Teresa fece un applauso di cuore a quei due bambini che non conosceva che avevano preparato quel magnifico spettacolo solo per loro. “Le ho dipinte io, lo sapete?”

“Lo sappiamo, nonna,” avevano detto. Mentre li abbracciava la donna si era chiesta come poteva averli dimenticati, perché le sue braccia le dicevano che quelli erano davvero i suoi nipoti, ma la sua testa si rifiutava di ricordarli.


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