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Originale, one shot
Partecipa al COWT 14
Storia in prima persona con una chiaroveggente/indovina



Il mio dono



Avevo solo otto anni quando ebbi la mia prima premonizione. Mi capitò durante un’interrogazione di storia. No, non ricevetti la risposta alla domanda della maestra sul mesozoico per intercessione mistica, anzi: mi bloccai e vidi le immagini girarmi nella mente. Smisi di parlare senza apparente ragione, almeno per chi mi guardava.

“Stefania, se non sai la risposta non serve che tu finga di essere un pesce. Posso chiedere a qualcun altro… così mi fai preoccupare…”

Mi sentivo sconvolta. Mi parve di vedere un film in cui un uomo aveva un incidente: per evitare un altro veicolo finiva contro un albero. “È un’auto rossa, piccola, con la targa che inizia per C.” Dissi. “L’uomo che guidava… È in pericolo, ma guarirà.”

La maestra mi aveva guardato con aria scocciata e io mi ero sentita piccola e indifesa. “Va bene, lasciamo perdere.” La vidi mettere il votaccio nel suo registro e alzare gli occhi al cielo. Era strano anche per me, non la giudicai.

Due ore dopo però la vidi correre fuori dalla scuola, le lacrime agli occhi. La premonizione era su suo marito. 


Un giorno me lo chiese. “Perché hai parlato dell’auto rossa?”

“Perché l’ho vista,” ammisi. Non sentivo di doverlo nascondere. Vidi gratitudine nei suoi occhi.

“Non so come, ma mi hai dato sicurezza. Io non ho mai creduto al destino, ma ho pensato da subito che le tue parole fossero un modo per farmi capire che lui si sarebbe ripreso.” 

Mi resi conto che desiderava abbracciarmi, forse, se fossi stata più piccola l’avrebbe fatto davvero.


Anni dopo, capii perché si era sentita così persa, ma anche così riconoscente: quando un nostro caro è in pericolo, la speranza è ciò che ci muove e ci consente di mantenere la calma.


Continuai ad avere episodi di chiaroveggenza, solo pochi fino ai quindici anni, poi sempre più frequenti. Alcuni riguardavano cambiamenti minimi nelle vite dei miei cari: un imprevisto al lavoro, l’arrivo di un ospite inatteso, altri invece erano duri da accettare. Ricordo con chiarezza quando, all’età di sedici anni, vidi che mio nonno sarebbe morto a breve.

Stavo tornando a casa da scuola, quando la sua immagine mi venne alla mente. Mi fermai lungo la strada. Le parole mi rimbombavano nella testa, solo io potevo sentirle e questo le rendeva ancora più terribili: addio. 

Tutti intorno a me erano tristi. Vidi la bara e i fiori al funerale e lessi il suo nome sulla lapide bianca. Faticai a tornare a casa.

Nel corso degli anni ero riuscita a tenere segrete le mie premonizioni, l’avevo fatto per sopravvivere dopo che mia madre aveva iniziato a riempirmi la stanza di croci e santini e a parlare di demonio ogni volta che le mie premonizioni si avveravano.

Quel pomeriggio fingere di non sapere era stato molto duro. Tornata a casa avevo mangiato a fatica, cercando di trattenere le lacrime. Mia madre si era convinta che la mia tristezza fosse dovuta a problemi di cuore e io non l’avevo corretta. Era il cuore a farmi male, in effetti.

“Andiamo dai nonni a cena?” Avevo chiesto. Non sapevo quanto tempo avremmo avuto a disposizione per stare con lui. Poteva essere già stato male, per quanto ne sapevo, ma a volte le premonizioni avvenivano qualche giorno prima, speravo di avere almeno un po’ di tempo.

“Ora chiamo la nonna e sento se le va.”

Cenammo tutti insieme un risotto ai piselli del quale ricordo ancora il sapore. Fu una serata armoniosa durante la quale feci di tutto per evitare le discussioni e creare un ricordo positivo del nonno da portarci nella memoria. 

Cantammo insieme una canzone, non ricordo quale, era un jingle pubblicitario passato in TV durante il telegiornale che i miei nonni guardavano sempre a cena. Fu proprio il nonno a iniziare a intonarlo e noi seguimmo, ridendo in seguito del coro stonato.

Quella notte salutai entrambi con un abbraccio più profondo del solito. Ricordo lo sguardo un po’ confuso della nonna. “Ci vediamo domenica,” Mi disse colpendomi la spalla amichevolmente. Non volevo andare a casa, ma mi costrinsi a fingere che non ci fosse niente di diverso dal solito.

Nonno Emilio stette male nel corso del pomeriggio seguente. Lo ricoverarono in ospedale per un controllo e dopo poco ci informarono dell’operazione che avrebbe dovuto sostenere per sopravvivere. “Ci sono poche speranze, ma senza non supererà la notte.”

Avrei voluto dire a tutti che non aveva senso farlo soffrire, sarebbe stato meglio passare il poco tempo che aveva insieme a lui, per risparmiargli sofferenze inutili, ma avevo la speranza che la mia premonizione potesse essere fallace. 

Pregai.

Pregai e mio nonno si svegliò dall’operazione. 

Pregai e mangiò da solo.

Pregai e confessò di provare un dolore acuto.

Pregai quando si addormentò per la morfina.

Pregai, ma ci rendemmo conto che non c’era speranza.

Ebbe un tracollo, sapeva che ci avrebbe lasciato ed ebbe il tempo di salutare, questa fu l’unica consolazione per il dolore che fu costretto a provare dopo l’operazione.

“Grazie per l’ultima sera.” Mi guardò nel profondo degli occhi con consapevolezza, come se conoscesse il mio dono e avesse capito che io sapevo.


Arrivata a diciannove anni, alla fine della scuola superiore, mi chiesi cosa avrei potuto fare della mia vita.

Solo la mia amica Elena sapeva delle mie particolari doti, Lei mi considerava quasi una supereroina in grado di proteggere gli innocenti.

“Come in streghe, ti ricordi?” Mi diceva.

Io lo ricordavo bene, le sorelle Halliwell che salvavano gente comune coi loro poteri magici. Phoebe aveva solo le sue premonizioni proprio come me, solo che io non avevo ancora imparato a usarle e forse non ci sarei mai riuscita. Era possibile che fossero solamente sensazioni abbinate a una buona dose di fortuna. 

“Prova a capire come ti vengono, forse c’è un modo per controllarle!” Elena si era imposta l’obiettivo di aiutarmi a trovare il modo per comandarne l’arrivo, ma ero ancora troppo giovane e non avevo una guida.

Tentai ogni metodo possibile, ma il contatto con oggetti di proprietà degli interessati non funzionava, ci provavo sempre. Non bastava pensare a qualcuno perché le immagini arrivassero, altrimenti avrei avuto ogni tipo di premonizione sulla mia cotta adolescenziale. Riflettendoci, presi l’assenza di premonizioni come una prova che non ci saremmo mai frequentati e cominciai a guardare altrove.

Non funzionava neppure la concentrazione insieme al contatto con la persona o l’oggetto. Capitava sempre e solo a caso, quando meno me lo aspettavo.


Avrei tanto desiderato trovare una guida, ma come?

Cercasi indovina per imparare a gestire potere mistico.

Cercasi guida per veggenti imbranati.


Sarei sembrata una pazza e forse lo ero… A volte pensavo che fossero solo convinzioni, coincidenze, ma con Elena avevamo iniziato a tenere traccia di tutte le mie visioni e non sbagliavo mai.

“Fai paura! Dovessi vedere qualcosa su di me, non dirmelo se è una cosa brutta!”


Mi chiesi che lavoro avrei potuto fare: forse il mio destino poteva essere nella polizia, sarei stata un’ottima investigatrice, oppure nella psicologia perché vedere il futuro può aiutare a comprendere la gravità dei casi e ad aiutare meglio i pazienti. Era un po’ come barare, ma il fine ultimo era positivo, no? Certo, vedere un destino già deciso era peggio che non sapere niente. Pessima, pessima idea.

Desideravo solo utilizzare il mio dono a fin di bene, magari aiutando qualcuno, ma non riuscivo a trovare una strada convincente.

Nell’indecisione scelsi di aspettare e presi un lavoretto estivo in un ristorante. 

Non era niente di troppo impegnativo, ma facevo un turno al giorno e, nonostante la stanchezza, riuscivo ad avere abbastanza tempo libero per rilassarmi e pensare.


Lasciai che la vita mi scivolasse addosso, le stagioni passavano una dopo l’altra e io continuai a restare al ristorante.

Mi trovavo bene con i proprietari, che erano persone oneste, difficili da trovare. Presi qualche turno in più e ne feci il mio impiego a tempo pieno. Formai un gruppo di amici con i miei colleghi e insieme uscivamo spesso, non facevamo niente di particolare: cene, serate in casa di qualcuno, qualche gita giornaliera.


Restai in contatto con Elena, che nel frattempo stava studiando per diventare un medico. L’università era pesante e ci sentivamo poco, ma ogni volta era come se non ci fossimo mai lasciate, la nostra era un’amicizia profonda. Quando lei si fidanzò con Mirco, però, iniziammo ad allontanarci.


Non me ne resi conto subito, abituata com’ero a zittire le mie sensazioni, ma mi resi conto che intorno a lui non mi sentivo a mio agio. All’inizio pensai che fosse gelosia, magari unita alla mia timidezza, ma la situazione non si attenuò. La sua presenza mi faceva rizzare le antenne invisibili di strega, come le chiamava Elena.

Quando mi guardava negli occhi mi veniva la pelle d’oca, quando mi parlava mi faceva sentire nuda, sola, inerme.

Non è sincero, è pericoloso.

Questo mi diceva il sesto senso, ma non riuscivo a vedere come mai lo fosse.

Una sera mi invitarono a casa loro. Portai un antipasto fatto in casa e dei dolcetti alle mandorle comprati in pasticceria. Era una piccola festicciola tra amici ed eravamo in sei in tutto: Elena e Mirco, una coppia di amici del ragazzo e Martina, una mia collega invitata giusto perché non fossi sola tra le coppie. 

La mia sensazione quella sera era più forte del solito, difficile da mettere a tacere nonostante l’atmosfera leggera. Ridemmo e scherzammo chiacchierando di esperienze passate e di disavventure sul lavoro. Al momento del dolce però ci rivelarono il motivo per cui eravamo stati invitati: “Siamo fidanzati.” Annunciarono.

Io rimasi a bocca aperta, incapace di accettare che quell’uomo immaturo e antipatico sarebbe rimasto nella mia vita per lungo tempo e che la relazione tra loro non accennava a interrompersi.

Ero certa che pochi mesi di vita insieme li avrebbero convinti a lasciarsi, invece mi sbagliavo. E io che credevo di avere occhio per queste cose…

“Vuoi essere la mia testimone?” Mi chiese Elena mentre io ero immersa nei miei pensieri. 

Mi prese in contropiede. “Ma certo!” La abbracciai, sperando che anche lei non fosse brava a cogliere il linguaggio corporeo, poiché avrebbe di certo capito che ero a disagio.

Cosa la rendeva così gioiosa all’idea di sposarsi con quel tipo, continuavo a chiedermi. Iniziai a osservarli prestando attenzione a tutto ciò che facevano. Così notai le leggere pacche all’apparenza amichevoli che lui le dava sull’avambraccio quando voleva che Elena facesse qualcosa. Il suo sguardo impietoso di fronte alla minima esitazione o incomprensione. 

Lui è violento, la controlla.

Lo sapevo già prima di ripetermelo: il suo atteggiamento da essere superiore era ciò che mi aveva allontanata dall’inizio, ero solo stata troppo sciocca per rendermene conto. Aspettavo una visione che mi rispondesse, invece avrei dovuto usare gli occhi e le orecchie per osservare la situazione, parlare alla mia amica e porre un rimedio aprendo i suoi occhi ciechi di amore e di quelle smielate attenzioni che lui le rivolgeva di continuo. La trattava come una bambina.

La realtà mi colpì con una forza che non mi aspettavo, i miei pensieri mi resero immobile in quella stanza, nel corso della festa. La mia espressione si tramutò in un sorriso tirato e finto che speravo nessuno notasse. Avrei tanto desiderato piangere, ma non era il momento.

“Va tutto bene?” La voce di Elena mi riportò alla realtà. Dovevo continuare a fingere, dovevo trovare un modo per aiutare la mia amica e per farlo era necessario che io non apparissi ostile a lui, perché ero certa che ci avrebbe allontanate.

“Sembra che tu abbia visto un fantasma? Stai facendo la strega veggente?” La voce di Mirco risuonò come una pugnalata al cuore. Gli aveva rivelato il mio segreto. La mia amica mi aveva esposto al giudizio del suo fidanzato abusivo.

Il suo commento voleva essere tagliente, lui desiderava espormi e farmi del male, ma io avrei combattuto come meglio potevo. “Magari,” risi. “Sono solo contenta per voi e mi stavo chiedendo come fare la mia parte per supportarvi nell’organizzazione, almeno per ciò che vi servirà.”

Mirco mi si avvicinò e mi abbracciò. Era la prima volta che lo faceva. Gli avevo stretto la mano, qualche pacca sulla spalla, un paio di saluti. Quella sera invece mi attirò a sé come un amico. “Ne avremo di tempo da passare insieme.”


Tornai a casa e a letto piansi. Faticai ad addormentarmi. Visione o no avrei salvato Elena. 

Non serviva che la uccidesse, era sufficiente che le togliesse la forza e la trasformasse in una donna remissiva e debole. Aveva già iniziato ad alterare la sua personalità, ma non gli avrei consentito di concludere l’opera. Elena era mia amica e io l’avrei protetta.


Il giorno dopo mi recai al lavoro cercando di zittire la mia mente in confusione. Alla fine del servizio però ebbi la premonizione che mai avrei desiderato vedere.


Una passeggiata nel parco, i ciliegi in fiore nel campo del mio vicino di casa. Elena di fronte a me. “Non hai visto niente su di noi? Me lo farai sapere se avrò dei figli? E soprattutto quanti saranno, io ne vorrei almeno due, però dovrebbero essere un maschio e una femmina… altrimenti tre.”

Passi di fianco a noi, un sussulto in Elena. Un riflesso di paura. “Certo che te lo dirò.” Sentii la mia rabbia, come aveva potuto rivelargli il mio segreto.

“Non l’ho fatto, sai? Non sono stata io a dirglielo. L’ha letto nel mio vecchio diario, quello che scrivevamo insieme.”

“L’ha letto? Perché glielo hai permesso.”

Un’alzata di spalle. “Non potevo nasconderglielo.” Una gentilezza che celava la concessione di rivelargli ogni segreto.

“Se sei contenta tu così… Lo ami?”

Di nuovo lei alzò le spalle. “Siamo insieme. Abbiamo già l’appartamento.”

Una gabbia, io lo vedevo come una gabbia nella quale lei era entrata di propria volontà, ma non ne sarebbe uscita allo stesso modo.


Uno scatto in avanti nel tempo.

I miei tacchi facevano rumore mentre camminavo. Le scarpe nere eleganti che non mettevo mai. Continuai a camminare e vidi la chiesa. Stavo andando lì. Sapevo già che era il suo funerale. Mi osservai alla vetrata della chiesa: avevo i capelli più corti. Sull’indice della mano sinistra una bruciatura, sembrava causata da una piastra da cucina, forse al lavoro. 

Abiti leggeri.

“Ti aspettavamo.” La mamma di Elena. “Lui sta arrivando, ha detto che è stato un incidente e la polizia gli ha creduto. Avevi ragione a insistere con lei… forse sarebbe ancora qui, invece…”


La visione si interruppe. Ero di nuovo nella sala. 

Un piatto rotto ai miei piedi. “Stefania, tutto bene?” 

No, avrei voluto rispondere. “Scusate, ho avuto un calo di pressione.” Il titolare prese l’altro piatto e mi invitò a sedermi un attimo. 

“Stai qui tranquilla, ormai il servizio è finito. Ti accompagno a casa.”

Quanto tempo avevo? 

Quando sarebbe successo?

“Non serve, sto già meglio, grazie.”

Il capo mi costrinse a mangiare, come sempre gentile. Era già marzo, non avevo molto tempo per cambiare il suo destino. Non ero mai riuscita a modificare le mie visioni, ma dovevo provarci o non me lo sarei mai perdonato.


Quando fioriscono i ciliegi? Non mancava molto tempo, forse qualche settimana. Corsi a guardare gli alberi del vicino e vidi i boccioli già pronti a schiudersi. Dovevo trovare un modo.

Il giorno seguente la chiamai al telefono.

“Elena, ti va di vederci domani?”

“Certo, passo io da che ci facciamo una passeggiata.”  Pensai che senza la visione non l’avrei chiamata, che probabilmente avrei rinviato il nostro incontro al giorno della premonizione. Potevo forzare il dialogo, potevo cambiare il destino.

Però il giorno seguente ricevetti il suo messaggio: 


Piccolo imprevisto, ci vediamo lunedì prossimo se per te va bene.


Confermai, chiedendo cosa fosse successo, ma per la risposta mi fece attendere due giorni.


Niente, sono solo stanca.


Il lunedì successivo i ciliegi erano già in fiore. Sapevo che quella era la mia unica speranza per parlarle chiaramente.


La vidi scendere dalla sua vecchia C3 scassata, aveva i capelli raccolti in una treccia e un sorriso aperto. Mi corse incontro e mi abbracciò, felice.

“Mi sei mancata!”

“Sono passati solo pochi giorni,” Risi. “Entriamo, ti offro un tè. 

“Preferirei fare una passeggiata…” Avrei risposto di sì, anche io avevo voglia di passeggiare.

“No, prima beviamo qualcosa se non ti dispiace, ho comprato un infuso nuovo e sono sicura che lo adorerai!” La spinsi dentro casa e lei si lasciò guidare come un cagnolino addestrato. Era davvero cambiata.


La invitai a sedersi sul divano mentre il bollitore faceva il suo lavoro e preparai le tazze. “Hai ancora quella brutta abitudine di mettere il limone ovunque?” le chiesi tagliandone una fetta.

“Mi piace, cosa posso farci.”

Portai le tazze fumanti, chiedendomi come cominciare. “A volte fare ciò che ci piace non è la scelta migliore.” Non riuscivo a guardarla in viso. Speravo che il fumo che saliva dalle tazze mi rendesse il lavoro più facile. “Ho avuto una visione.”

Elena restò in silenzio. 

“Era su di noi, su di te.” Alzai lo sguardo, sembrava avere capito che non era niente di positivo.

“Quindi lo sai…” Sospirò. “È successo solo due volte. Sono stata io a farlo arrabbiare con i miei comportamenti infantili.”

“Per esempio non volere che guardasse il tuo diario?” Le chiesi.

Lei annuì. “Non gli piaci, non voleva che venissi da te. Però ho insistito e lui mi ha chiesto scusa.” 

“Cosa è successo pochi giorni fa, è stato lui l’incidente?”

Elena annuì. “Avevo bisogno di qualche giorno per recuperare, ma non mi ha fatto molto male.”

“Sei contenta di stare con lui? Lo ami?” Le chiesi, ripetendo le parole della visione.

“Abbiamo già un appartamento insieme, è più… giusto.” 

Tolsi le bustine dalle tazze, cercando le parole più efficaci. “Io credo che dovresti prenderti cura di te stessa. Stare con lui è pericoloso.”

“Lo farà di nuovo?” Chiese. 

“Sì,” con un filo di voce risposi, “Se starai con lui non andrà bene tra voi.”

Lei si posò allo schienale del divano. “Se l’hai già visto, significa che non posso più farci nulla. Sappiamo che le tue premonizioni non hanno possibilità di essere modificate, per quanto ci abbiamo provato non ci siamo mai riuscite.”

“Possiamo provarci…” Tentai.

Lei sorrise. “E fare in modo che non ce ne siano di nuove. Lo lascerò.”

“Devi metterti al sicuro, non dirglielo.”

Insistette per parlare di altro, assicurandomi che non ne avrebbe parlato con lui. Mi confermò che sarebbe tornata dai suoi genitori, che l’avevano già informata di quanto lui non piacesse a entrambi. Mi promise che non sarebbe stata da sola a dirglielo. “Stasera però torno a casa, ci sono cose che devo sistemare, e poi non mi ucciderà mica!” Rise. 

Io sperai che la mia espressione non tradisse le mie paure e la salutai con un abbraccio, sapendo che insistere avrebbe potuto non essere la scelta migliore. Era già convinta. 

Pregai, sperai con tutto il cuore che lei fosse al sicuro. Non le scrissi una parola convinta che lui avrebbe potuto prenderle il telefono.


Passarono due giorni, quando al lavoro una fiamma libera mi bruciò un dito e i capelli. “Ti abbiamo prenotato la parrucchiera, regalo di compleanno!” Mi annunciarono i colleghi di turno porgendomi un biglietto infiocchettato. 

I capelli corti. La bruciatura. Non mancava molto.


Uscita dal salone, ero incerta sul da farsi. Pensai che chiamare la mamma di Elena fosse la scelta più saggia. Il telefono però squillò a vuoto, quindi pensai di andare lì, in fin dei conti abitavano abbastanza vicini al mio appartamento.


Suonai il campanello e la signora Brando mi aprì con un sorriso sincero. “Stefania! Benvenuta! Ho sentito prima Elena, mi ha detto che presto verrà a casa.”

Mi avvicinai. “Ha spiegato perché?” la donna annuì. “Sì, l’ha spiegato bene. Ho mandato suo padre ad accompagnarla.”

L’addio: un momento critico.


Forse credere nel potere di cambiare il destino era una mia debolezza. 

Forse avrei fatto bene a tirare avanti senza cercare di interferire nella vita di chi avevo intorno.

Forse quella sera avrei dovuto mettermi il cuore in pace e tornare a casa.

Io però mi ero sempre detta che avrei usato il mio potere per aiutare, quindi l’ultima visione mi portò dove sono adesso: di fronte all’auto del signor Brando.


Posso sentire le urla da qui, ma ho già chiamato la polizia e so che arriveranno. Tardi, forse. Ho chiamato anche un’ambulanza, ma non so se servirà.

Guardo Elena e suo padre che scendono le scale, mi notano ed aprono l’auto. Io spalanco le portiere e li invito a muoversi.

Poi vedo lui, gli occhi rossi e il fucile da caccia. Spingo Elena di lato, so già dove colpirà. Solo allora arriva il buio, ma la sento piangere e so che lei è viva.


La vedo invecchiare, la guardo ridere insieme ai suoi figli. 

La sento felice e so che è viva perché io sono qui.

So che lui è in carcere, lo vedo fare la fine che merita.

Non so se io accompagnerò Elena nel suo percorso fino alla vecchiaia. Forse l’ambulanza arriverà in tempo per salvarmi la vita. 

Forse cambiare il destino della mia amica non mi sarà fatale. 

In questo momento però il mio futuro non mi interessa. 

Sono felice, ho fatto ciò che desideravo.


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